CARO, ANNIBALE

CARO, Annibale. - N. a Civitanova nelle Marche nel 1507. Fiorì in un momento particolarmente propizio al suo genio di raffinato saggiatore di parole.
CARO, Annibale. - N. a Civitanova nelle Marche nel 1507. Fiorì in un momento particolarmente propizio al suo genio di raffinato saggiatore di parole.

Aristocratico, colto, libresco, gli sarebbe piaciuto vivere libero appunto fra i libri; ma non era ricco, e anch'egli dovette sobbarcarsi alla croce della cortigianeria, segretario e preceptore in casa di mons. Gaddi prima, segretario del card. Farnese dal 1542 ; e solo alla fine e per poco poté godere il sospirato bene della libertà. Nelle lingue classiche egli era ferrato come un umanista, e particolarmente portato a scrivere in prosa; e come ormai il genio pubblicitario dell'Aretino aveva lanciato e messo di moda il genere letterario «lettere volgari», nessuna sorpresa che quelle elaboratissime che egli veniva scrivendo per conto proprio o del padrone, una volta conosciute e divenute magari famose, facessero gola agli editori (o, come allora si diceva, "librai») per le loro "raccolte».
Tormentato dal demone della perfezione, insofferente di compagnie banali o compromettenti, egli non poteva non fastidire un tal genere letterario, o, almeno, il costume
di esso; ma alla fine cedette anche lui; ma la raccolta fu di quattrocento lettere tutte elaboratissime e perfette (anche troppo) e uscì postuma a Venezia presso il Manuzio (1572-73). Al contrario che in quelle dell'Aretino, vi avverti, e magari deplori, un eccesso di discrezione, e quindi, bisogna riconoscerlo, d'interesse. Ma che meraviglia di lingua e di stile (pur con un vago sentore di vocabolario) in tutte e nelle altre seicento ca. che gli studi dei secoli successivi vennero aggiungendo alle prime! Se si considera che un gusto educatissimo vi trionfa quasi nella stessa misura dei due opposti pregiudizi: l'imitazione e la popolarità, è forse il caso di dire che la moderna prosa italiana comincia da esse. Del resto il C. annuncia o piuttosto anticipa quel tal letterato che poi diventerà caratteristico dell'Italia, e non soltanto dell'Italia, fino all'età del romanticismo eppure a quella seguente.
Accademico fino ai capelli, quando poi si mette a far la satira dell'Accademia non è chi lo superi; larvatamente, o no, collabora con gli altri nello spulciamento della Poetica d'Aristotele per ricavarne e affinarne il decalogo neoclissico; ma per esso e in beffa dei suoi autori ha pronto nel cassetto il Commento di Ser Agreste e La Navea ovvero dei Nasi e altre filastrocche; è entusiasta delle antichità come umanista, ma con un sentimento ormai prevalentemente archeologico. Dipese anche da questa sua duplicità di temperamento CASTELVETRO, LUDOVICO (v.), la quale, in fondo, non rappresenta se non lo scontro fra due grammatici, ma con il vantaggio (o danno) da parte sua d'una sensibilità del fatto linguistico meno scientifica e più artistica.
Negli ultimi anni attese alla traduzione dell'«Eneide» per far conoscere la ricchezza e la capacità della lingua italiana. Morì in una sua villetta del Tuscolano il 17 nov. 1566 e fu sepolto in Roma nella chiesa di S. Lorenzo in Damaso.
Tra le opere del C.: Scritti scelti, con introduzione di V. Ciani e commento di E. Spadolini (Milano 1912); F. Pastonchi, Le più belle pagine di A. C. (ivi 1923).

Bibl.: D. A. Capasso, Note critiche sulla polemica tra il C. e il Castelvetro, Napoli 1896; F. Bernetti, A. C. in occasione del 4ᵉ centenario della sua nascita, Porto Civitanova 1907; M. Stezzi, Studi sulla vita e sulle opere di A. C., in Atti e mem. d. Deputazione di st. patria per le Marche, nuove serie, 3 (1909, 1 e 11); nuova serie, 6 (1910-11); id., A. C., inviate di Pier Luigi Farnese, in Giorn. stor. d. lett. ital., 38 (1911), pp. 1-48; P. Sarri, A. C., Milano 1933. Giuseppe Tollison