CASISTICA

CASISTICA. - Nel suo significato verbale questo nome viene dal «casus» dei latini nel senso di caso o fatto particolare vero o supposto.
C., in generale, è il nome che si suole dare al modo o metodo di trattare una data scienza per trovare la regola applicabile ad un fatto particolare; ma più comunemente significa quel metodo d'insegnamento della teologia morale, per il quale il trattatista cristiano, stabilito il principio della scienza morale rivelata, lo illustra proponendo quesiti, esempi e casi pratici (per lo più veri, o almeno verosimili) a fine d'insegnare agli allievi od ai lettori come debbasi applicare la dottrina morale. Così si giunge alla risoluzione dei più svariati e difficili casi di coscienza.
La c. quindi, nel suo vero concetto teologico, è come una scienza d'applicazione, che si basa sopra i principi e sopra le conclusioni già solidamente provate dai sommi moralisti e dalla morale apologetica, che dimostra primariamente la base della morale naturale e soprannaturale come principio rivelato della obbligazione. Perciò la vera c. si fonda principalmente sull'autorità della S. Scrittura e della tradizione cattolica, per comprovare come i nostri atti (nel fatto particolare o «caso») siano o no conformi alle regole divine intimamente manifestate dalla coscienza, e concludere quindi alla liceità od illiceità delle particolari azioni.
In questa scienza di applicazione, così vasta e nel medesimo tempo così eccellente (perché non è sempre facile il discendere dai principi ai casi particolari), è necessario che il casista, oltre ad una perfettamente equilibrata ragione, abbia una conoscenza non comune della teologia morale e delle leggi non solo ecclesiali, che ma anche civili, ed altresì dei diritti e dei privilegi particolari e locali: conosca insomma perfettamente tutti gli obblighi dell'uomo e del cristiano, per essere in grado di togliere via i dubbi che possano nascere nella coscienza dei fedeli intorno al proprio indirizzo e stato morale.
Il termine c. è per se stesso indice di diversità e distinzione dalla teologia morale puramente speculativa: è dunque impropriamente, anzi erroneamente usato per significare l'insieme delle opere teologiche di quegli autori o scrittori che trattarono di teologia morale dopo il sec. XV.
La c., non come nome ma nel fatto, è antica quanto la Chiesa. Come tutte le altre scienze e discipline così sacre come profane, venne a formarsi a poco a poco e gradatamente. Senza dir nulla delle Sacre Scritture, nelle quali (come p. es. nelle Lettere di S. Paolo) già s'incontrano qua e là delle vere prescrizioni casistiche; certo è che i SS. Padri alle questioni particolari pratiche, nelle quali venivano consultati, rispondevano con cura e praticità. Questo non di tal genere, ad esempio, erano nei primi tempi della Chiesa: se ai cristiani fosse lecito militare nell'esercizio degli imperatori pagani o infedeli; nascondersi o fuggire in tempo di persecuzione; uccidere per giusta difesa l'ingiusto aggressore; se sia mai lecito il mentire, ecc. ecc. Così si sa che s. Agostino in due opere complete, De mendacio e Contra mendacium, scritte in una forma chiaramente casistica, ricerca e spiega ciò che sia menzogna; se possa essere mai un gioco o una figura; se la buona intenzione scusi dalla colpa di menzogna; se sia lecito mentire per evitare un male, per soccorrere un bisogno o un infermo, e così via. Elementi casistici li troviamo altresì in molti decreti dei varii concili o piuttosto sinodi regionali celebrati qua e là nei primi secoli: di quello di Cartagine (251), dell'Elvirens (306), dell'Anciano (314), dell'Arleatense (314); ed abbondano nei libri penitenziali dei secc. VII, VIII, IX. Nel sec. XIII le materie pertinenti alla c. si unirono in parte allo studio del diritto, in parte alla dottrina generale trattata nella teologia. Primi nel trattare queste materie rifulsero sopra tutti s. Tommaso e s. Bonaventura, e da essi attinsero copiosamente i casisti posteriori. In questo periodo s. Raimondo da Peñafort (m. nel 1275), insigne maestro nella teoretica e nella pratica del sacramento della Penitenza, scrisse una Summa de casibus poenitentia- libus divisa in quattro libri, che, come attesta egli stesso, compilò dalle opere di autori insigni, affinché potesse essere utile ai sacerdoti nello sciogliere i casi più difficili occorrenti nel confessare.
Il sec. XVI fu poi ricchissimo di simili somme casistiche, alcune delle quali in forma alfabetica, altre in forma sistematica: tutte aventi lo scopo di servire ai sacerdoti nell'amministrare il sacramento della Penitenza. Così si venne a stabilire gradatamente quella netta divisione della teologia morale dalla dogmatica, che prese pieno campo nei secoli seguenti.
Nel sec. XVII la trattazione della teologia morale va divenendo meno scientifica, tralascia di occuparsi estesamente dei principi della vita cristiana e dei mezzi pratici per l'acquisto e la custodia delle varie virtù, e si aggira soprattutto intorno a ciò che si richiede per evitare il peccato. Il sorgere dell'eresia giansenistica e poi le lotte intorno al probabilismo fecero sì che non pochi trattatisti rendessero lo studio della morale cattolica quasi un semplice problema di «grave o leggero», di «proibito o tollerato», lasciando quanto riguardava l'acquisto e l'esercizio delle virtù cristiane alla trattazione dei maestri di «ascetica».

Ridotta pertanto la teologia morale a poco più che uno scheletrico catalogo di peccati e di casi, il nome stesso c. divenne odioso, perché in realtà si scopriva in alcuni casi quasi un'ignoranza o un oblio delle S. Scritture, della tradizione e delle decisioni conciliari, come se bastasse al teologo moralista ed al confessore il semplice uso del buon senso e della ragione umana. Non per questo, si debbono dire meritevoli di lode quegli eccessivamente rigorosi censori (capitanati da B. Pascal, verso la metà del sec. XVII), che perseguitarono la troppo facile morale di pochi o molto oscuri casisti. Anche nel secolo che sembrerebbe, a prima vista, quello della decadenza nella teologia morale per abuso di c. si ebbero dei sommi e più autori che seppero stare nei limiti del giusto e del retto, usando un conveniente e sano metodo casistico, senza minimamente sdrucciolare o cadere in quegli eccessi dei quali si vuole accusare la c. Basti ricordare un Francesco Toledo (m. nel 1596) di cui lo stesso s. Francesco di Sales raccomandava al suo clero la Summa casuum conscientiae; un Emmanuel e Sa, grandemente stimato da Pio V, i cui Aphorismi confessariorum in 30 anni ebbero trenta risanze. Poi posteriormente un Giovanni Azor, un Martino Bonacina, un Beniamino Elbel, e moltissimi altri che s. Alfonso pone tra gli autori gravi e classici.
È certo che il metodo casistico ha le sue difficoltà; ma d'altra parte la vera e soda cognizione dei principi morali non può e non deve disgiungersi dal criterio equilibrato che si forma per mezzo della pratica soluzione dei casi (siano essi reali o immaginari) senza che si lasci trascinare il confessore dall'«ipse dixit» di chiunque primo pronunci un giudizio. Seguendo dunque l'esempio dei veri maestri, tra i quali primo è s. Alfonso, unita la teoria alla pratica, nel ministero del confessionale, il nome c. non meriterà di essere considerato spregevole, poiché serve ad indicare il metodo tradizionale della Chiesa, vivo e vigente in tutti i moderni autori che nelle scuole servono di testo per lo studio della teologia morale.

BIBL.: B. Pascal, Lettres provinciales, Parigi 1656; J. Mabillon, Traité des études monastiques, II, ivi 1691, cap. 7; F. A. Zaccaria, Theologia moralis, Venezia 1755, tract. II, cap. 2, e tract. V; P. D. Dell'Aquila, Dizionario portatile della teologia, I, ivi 1789, p. 81; J. Bricout, Casuistique, in Dict. pratique de connaissances relig., I, coll. 1125-27; E. Dubhanc, Cas. de conscience e Casuistique, in DTHC, II, coll. 1815-20, e 1860-77; K. D. Werner, Gesch. der kath. Theol.: Moraltheologie und Kasuistik, 2a ed., Sciaffusa 1889; R. Brouillard, La casuistique catholique, in Etudes, 183 (1925), p. 308 sgg.; K. Hilgenreiner, Kasuistik, in LTHK, V, coll. 865-67; E. Müller, Ist die hohristische Moraltheologie reformbedürftig?, Fulda 1902; G. M. Hering, Quomodo solvendi sunt casus, in Angelicum, 18 (1941), p. 311 sgg.