CHESTERTON, GILBERT KEITH

CHESTERTON, GILBERT KEITH. - Scrittore inglese, n. a Londra il 29 maggio 1874, m. a Beaconsfield il 14 giugno 1936. Dopo i primi studi alla scuola di S. Paolo, frequentò la scuola d'arte Slade e alcune lezioni universitarie, non tuttavia per conseguire una laurea, e si dedicò interamente al giornalismo. Dopo un breve periodo di dubbi e di incertezze nella giovinezza, divenne fervente anglicano, e nel 1922 si convertì al cattolicesimo.
Fu la sua una religione militante. Polemista di primo ordine, la sua polemica si manifestò prima di tutto in saggi, raccolti man mano in volumi, dei quali si ricordano: Tremendous Trifles (1909), Fancies versus Fads (1923), Generally Speaking (1928), The Thing (1929), The Well and the Shallows (1935). Carattere più unitario hanno Orthodoxy (1908), scritta nel periodo anglicano, The Everlasting Man (1925) da considerarsi continuazione di Orthodoxy e suo complemento, stesa nel periodo cattolico, e The Resurrection of Rome (1930), apologia e glorificazione di quanto ha fatto la Chiesa nei secoli, dalla difesa del domma alla protezione delle arti. La visione della vita del C. può essere rappresentata nella frase che chiude il saggio Is Humanism a Religion? (Rubbli-cato in The Thing), dove la Chiesa viene indicata come l'unica istituzione entro la quale si può esplicare il vero umanesimo. Dopo essersi chiesto: «Che cosa impedirà ad un umanista di volere la castità senza l'umiltà, a un altro l'umiltà senza la castità, e a un altro di accettare la verità o la bellezza senza nessuna delle due?», continua: «Il problema di un'etica e di una cultura durante consiste nel trovare la sistemazione dei pezzi che stanno in relazione fra loro come le pietre dell'arco. E io conosco soltanto uno schema che abbia provato in questo senso la sua solidità percorrendo a lunghi passi le terre e le età con i suoi archi giganteschi e trasportando da per tutto l'ampio fiume del Battesimo nell'incavo di un acquedotto romano». L'intrecciarsi dei valori umani e cristiani è la caratteristica della scrittura del C., sia che i tratti di romanzi o di novelle poliziesche (dal confuso The Man who was Thursday [1908], attraverso le storie di P. Brown il prete-poliziotto, fino a Manalive [1911]), di biografie (R. Browning [1903], C. Dickens [1906], G. B. Shaw [1909], St. Francis of Assisi [1923], Chaucer [1932], St. Thomas Aquinas [1933]), o di poesia (il suo poema più impegnativo è quello dedicato alle gesta di Alfredo il Grande, The Ballad of the White Horse [1911]), o dei saggi già citati. Il C. dirigeva anche un proprio settimanale, G. K.'s Weekly.

BIBL.: H. Belloc, The Place of C. in English Literature, Londra 1937; M. Ward, G. K. C., ivi 1944. Non esiste ancora un'edizione completa delle opere di C. Una breve ma buona raccolta è quella della Everyman's Library: G. K. C., Stories, Essays, and Poems.
Alberto Castelli