dei mezzi necessari al suo ulteriore sviluppo. Di qui la necessità della formazione di un c. i. capace di governare la chiesa locale, e cioè di un congruo numero di sacerdoti nati nel paese e in condizione di esercitarvi il ministero, anche se di lingua e di razza diversa. Su tale necessità la S. Congregazione di Propaganda Fide ha insiatito fin dall'inizio. Ragioni fondamentali di metodo fanno sì che i missionari da soli siano insufficienti all' opera di conversione e di assistenza degli infedeli, specie quando il numero dei convertiti si moltiplica in proporzione superiore a quello dei missionari. Gli indigeni, d'altra parte, hanno anch'essi diritto di coltivare il proprio campo e, più accetti come sono ai connazionali, dei quali parlano la lingua, sono a ciò anche più adatti. Nei momenti di crisi essi sono inoltre in condizione di poter meglio assicurare la vita della Chiesa. La formazione del c. i. è stata una delle prime preoccupazioni

Clero indigeno - S. E. Mons. Tommaso Rocco Agniswami, S.I. vescovo di Kottar (India), consacrato in S. Pietro da Pio XII (29 ott. 1939).
degli Apostoli e in seguito dei missionari che attraverso i secoli hanno lavorato per la conversione degli infedeli. Errori e deviazioni dal pensiero genuino della Chiesa, se non mancarono, furono principalmente dovuti alla deficente valutazione di molteplici elementi e a pregiudizi propri del tempo. Per quello che è il concetto teologico della Chiesa, nessun pregiudizio di nazionalità o di razza può ostare alla formazione di un c. i.
Seguendo l'esempio della Chiesa antica e medievale e l'insegnamento stesso dei pontefici, i missionari mirarono sempre a educare gli indigeni al sacerdozio, anche se non sempre tutte le difficoltà vennero adeguatamente superate. Spesso la cosa si rese necessaria per la mancanza di personale immigrato, ma fu solo nella seconda metà del sec. xix che la formazione del c. i. prese lo sviluppo che esso ha al presente. Vescovi indigeni si hanno in India, Indocina e Cina: nel Giappone tutti gli Ordinari sono indigeni. L'Insulindia ha anch'essa un vescovo del luogo. L'Australia e la

nuova Zelanda sono in tutto indipendenti dall'estero. In Africa vi sono due vescovi e un prefetto apostolico indigeni. I sacerdoti indigeni sono dovunque abbastanza numerosi e in genere ben formati. Il numero dei sacerdoti cinesi è iore a quello degli stranieri: ciò che rese possi nel 1946 l'istituzione della gerarchia regolare.
Varie cause hanno ritardato nel passato la formazione di un c. i. più numeroso, e tra queste la mancanza nelle terre missionarie di un episcopato di proporzioni adeguate. Le circoscrizioni ecclesiastiche comprendevano fino al secolo scorso immensi territori, e ciò rendeva l'autorità dell'Ordinario nominale e fittizia per tutta quella parte che restava fuori del raggio della sua materiale attività. Spesso non v'era neanche un episcopato, a volte per gli ostacoli frapposti dalle potenze coloniali. S'aggiungano anche i pregiudizi di razza dai governi europei. In India il sistema delle caste e in Cina e in Giappone la difficoltà di avere giovani ugualmente padroni della lingua locale e delle scienze sacre, resero più ardua l'opera missionaria in quelle regioni. La S. Congregazione di Propaganda Fide d'altra parte non fu sempre in grado di provvedere adeguatamente alla formazione del c. i. per mancanza di informazioni imparziali e tempestive. Tutto era reso infine più difficile dalla primitività dei trasporti e delle poste, né v'erano ancora rappresentanti diretti come gli odierni delegati e nunzi apostolici.
Il progresso moderno ha eliminato molte di queste cause: i territori sono proporzionati al raggio d'influenza effettiva degli Ordinari, e i seminari sono abbastanza numerosi. Rimangono però altre difficoltà, che solo l'educazione dei popoli potrà via via eliminare. La costanza e la perseveranza nella vocazione, con tutti gli obblighi inerenti e in specie quello del celibato, possono a volte trovare ostacolo nell'indole di certe popolazioni. In tali casi la difficoltà può esser superata solo con una conveniente educazione morale e spirituale. Nei paesi a popolazione mista, come in Africa, un particolare ostacolo è costituito
dal pregiudizio razziale, ma anche questo sarà su perato dai principi della fratellanza cristiana. Il c. i. deve avere la stessa formazione morale e intellettuale universalmente richiesta a tutto il clero. Esso è soggetto, senza eccezione, alle norme del diritto canonico, in modo da poter esser reso capace di tutti gli uffici gerarchici.
Circa la questione se il c. i. debba essere religioso o secolare, i documenti pontifici prescrivono la formazione dell'una e dell'altra specie. Nelle diocesi di diritto comune i sacerdoti secolari sono in genere al governo delle medesime occupando la quasi totalità degli uffici diretti alla cura delle anime, e i missionari, pur in grandissima maggioranza religiosi, hanno obbligo di promuovere proporzionatamente lo sviluppo dei due cleri. Ove i migliori elementi venissero attratti alla vita religiosa, il clero secolare si troverebbe in una condizione di inferiorità, il che renderebbe più difficili le vocazioni e più ardua l'opera di organizzazione della Chiesa, per la diffcoltà che ne conseguirebbe di trovare i parroci, i direttori delle scuole, gli insegnanti dei seminari e gli altri sacerdoti destinati agli uffici superiori dell'ordine gerarchico. Il c. i. deve essere avviato a tutte le coriche e non deve essere lasciato ai margini della missione, evitando situazioni proprie di qualche missione, in cui tutto il c. i. è religioso. Per tal motivo la S. Sede ha stabilito varie prescrizioni, che limitano ai giovani di missioni il libero ingresso in istituti religiosi. - Vedi Tav. CXXI.