COPTI

COPTI. - Il nome c. deriva dal greco Αἰγύπτιοι di cui gli Arabi fecero Qibt.

SOMMARIO: I. Storia religiosa. - II. La letteratura della Chiesa copta - III. Le versioni copte della Bibbia. - IV. Teologia. - V. Liturgia e rito. - VI. Arte.

I. STORIA RELIGIOSA

Di una Chiesa copta si può parlare propriamente soltanto dopo il Concilio di Calcedonia (451). Nel monofisismo si manifestò anche la lotta del popolo egiziano contro lo straniero greco. Ma questa opposizione nazionale degli Egiziani contro i Greci si fece sentire già prima; così, p. es., s. Atanasio nella sua lotta contro l'arianesimo, propagato allora in gran parte da Greci, trovò appoggio presso i monaci dell'alto Egitto, che erano le guide spirituali del popolo egiziano. Anche il vescovo alessandrino Teofilo, ingaggiato in polemiche contro la sede rivale di Costantinopoli, fu aiutato dai monaci egiziani. Quest'antitesi si manifestò più forte che mai nella controversia intorno al monofisismo (v.), che diede occasione al nascere della Chiesa nazionale egiziana, ossia la Chiesa copta separatasi dalla Chiesa universale per abbracciare il monofisismo.

Dioscoro, vescovo di Alessandria, era stato condannato e deposto dal Concilio di Calcedonia per i suoi errori monofisiti. Il governo di Bisanzio impose, contro la volontà del popolo e con la forza, l'elezione di un vescovo ortodosso, Proterio, ucciso nel 457 in un tumulto popolare. A suo successore fu eletto il monofisita Timoteo Eluro, il quale tre anni più tardi fu esiliato per far posto ad un ortodosso, Timoteo Salofacio. Il monofisismo mantenne sempre la preponderanza in Egitto, nonostante che il governo bizantino insediasse dei vescovi ortodossi. I monofisiti chiamarono i loro avversari, perché seguaci dell'imperatore, βασιλικοί (da βασιλεύς), il quale nome sopravvisse nella forma di origine araba melkiti (ar. malakijjah). La forza dell'opposizione indusse l'imperatore Zenone a fare un tentativo di riconciliazione, sacrificando praticamente il Concilio di Calcedonia. Acacio, patriarca bizantino, compose una formola di fede intermedia chiamata Henotikon, redatta in forma di lettera al clero egiziano. Sulla base di quella formola si fece un accordo e il patriarca monofisita Pietro Mongo fu riconosciuto come unico capo legittimo della Chiesa di Egitto. Anche quando a Costantinopoli, dopo la morte dell'imperatore Anastasio e l'arrivo al potere di Giustino (518), l'ambiente diventò sfavorevole al monofisismo, l'eresia conservò tutto il suo potere in Egitto. Il governo imperiale non osò imporsi. Il capo del monofisismo nella Siria, Severo, vescovo di Antiochia, si rifugiò in Egitto. Senonché Giustiniano cominciò dal 538 a prender misure energiche anche contro i monofisiti egiziani. Il patriarca alessandrino Teodosio fu fatto prigioniero a Costantinopoli. Nel 550 vi fu in Alessandria un massacro di monofisiti che respingevano il Concilio di Calcedonia. Tutte le chiese furono consegnate agli ortodossi. Ufficialmente esisteva soltanto la gerarchia melkita. Di fatto però il popolo riconosceva in gran parte l'episcopato monofisita. Nel sec. vi divisioni interne indebolirono la forza dei monofisiti egiziani. I radicali (giulianisti) lottavano contro i moderati (severiani).

Fino all'invasione dei Persiani in Egitto (617) predominò ufficialmente l'ortodossia. Gli occupanti però, durante i 12 anni del loro dominio, riconobbero soltanto la gerarchia monofisita. I tentativi poi dell'imperatore Eraclio per riconciliarsi monotelismo (v.) non riuscirono a guadagnare i più radicali. Il patriarca monofisita Beniamino si ritirò dinanzi al monoteleta Ciro; ma quando gli Arabi penetrarono in Egitto ritornò dal suo nascondiglio con grande giubilo della popolazione.

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COPTI - Sacerdote copto in paramenti liturgici.
(per cortesia dei p. II. Boro)
Gli Arabi diedero quasi tutte le chiese ai c. monofisiti. L'ortodossia, che si appoggiava sui funzionari bizantini, crollò quasi del tutto. Gli Arabi in un primo tempo favorirono i c., i quali ebbero libertà di culto e formarono nello Stato musulmano, imbevuto dalle idee coraniche, quasi uno Stato interno, con il loro patriarca come capo religioso e civile, con la loro legislazione e con tribunali propri. I c. conservarono influenza nell'amministrazione civile che gli Arabi lasciarono in un primo tempo immutata. Presto però cominciarono le vessazioni da parte dei musulmani. L'ineguaglianza sociale tra cristiani sottomessi e musulmani dominanti e le alte imposte che gravavano sui cristiani causarono col tempo molte apostasie. Verso la fine del sec. VII le «conversioni» dei c. all'islām diventarono per gli stessi musulmani troppo frequenti, perché in tal maniera venivano a mancare le imposte. Nel sec. IX i cristiani non erano più in maggioranza nell'Egitto, mentre al momento dell'invasione i c. erano 6 milioni dinanzi a truppe arabe poco numerose. Nel sec. XIV era già raggiunta l'odierna proporzione, cioè i c. non erano più che una decima parte della popolazione totale. Le tasse gravavano talmente sui c. che questi più di una volta si ribellarono contro gli occupanti; così specialmente nel sec. VIII. Le sommosse furono crudelmente represse. Delle persecuzioni cruente si ebbero anche talvolta, specialmente sotto il califfo fāṭimida al-Ḥākim (996-1020) e sotto i Mamelucchi nel sec. XIV. L'occasione di queste persecuzioni era di solito il rancore dei musulmani contro i funzionari statali c. e contro il loro influsso che si pretendeva eccessivo. Non pochi c. apostatarono in queste persecuzioni, ma molti ebbero il coraggio di subire la morte.

Uno dei più gravi mali della Chiesa copta era la simonia del clero, spiegabile con le altissime tasse che

sopra esso gravavano. Non mancarono però gli sforzi per rimediarvi, come risulta dai decreti dei capi della Chiesa, p. es. dei patriarchi Cristodulo (1047-77), Cirillo II (1078-92) e Gabriele II (1131-45). Nel sec. XII un sacerdote di nome Marco ibn Qanbar (ca. 1135-1208) fece un tentativo di riforma, cercando tra l'altro di introdurre la confessione auricolare e di sopprimere la circoncisione. Falliti però i suoi tentativi, passò dai melletti. L'epoca della dominazione dei Mamelucchi (dalla metà del sec. XIII fino all'inizio del sec. XVI) fu molto dura per la Chiesa copta; così anche lo fu più tardi quella dei Turchi ottomani, specialmente per la cupidigia dei pascià. Ciò spiega perché la comunità copta si riducesse sempre più, fino a raggiungere nel principio del sec. XIX il punto più basso: ca. 100.000 fedeli. Finalmente il governo di Muhammad 'Alī (1805-49) portò ai c. tempi migliori e libertà religiosa. Nel sec. XIX il numero dei c. aumentò considerevolmente, anche per l'aumento della popolazione. Oggi sono ca. 900.000 fedeli. Per la situazione attuale è caratteristica anzitutto la forte discrepanza fra i laici progrediti e l'alto clero conservatore ad oltranza. La divergenza cominciò verso la fine del secolo scorso, quando nel 1874 i laici fondarono una associazione per la riforma della Chiesa, domandando di partecipare alla direzione delle scuole, all'amministrazione dei beni e all'elezione dei dignitari ecclesiastici. Fu formato un « Consiglio laico » per sostenere questo programma. Il patriarca Cirillo V (1874-1927) vi si oppose recisamente. Il « Consiglio laico », appoggiato dal governo, dichiarò nel 1892 sospeso il patriarca, il quale si ritirò in un monastero e lanciò l'interdetto contro la città del Cairo. Finalmente il patriarca, vincitore con il sostegno del popolo, ritornò in città (1893). Venne soppresso il « Consiglio laico », che soltanto nel 1922 risorse a nuova vita. In occasione dell'elezione di un nuovo patriarca nel 1928 il governo si immischiò, nominando semplicemente più della metà degli elettori. Le difficoltà continuano tuttora.

L'organizzazione interna della Chiesa copta è assai differente da quella delle Chiese « ortodosse ». Il patriarca governa la Chiesa secondo un regime propriamente monarchico, assistito da un consiglio di 4 vescovi eletti da lui. Esistono attualmente 18 diocesi nella Chiesa copta. Ca. 1000 sacerdoti esercitano le loro funzioni in 600 chiese. Il clero in massima parte è privo di formazione scientifica, benché esista un seminario nel Cairo, purtroppo fortemente influenzato dai protestanti. Anche generalmente parlando, su tutta la Chiesa copta si fa sentire notevolmente un tale influsso. Il monachismo, un tempo tanto fiorente, è oggi, dopo 13 secoli di oppressione musulmana, molto decaduto. Rimangono pochi monasteri, con un numero complessivo di 100-150 monaci. Ancora oggi il Governo musulmano favorisce ben poco i c., i quali, come cristiani, si trovano in uno stato di inferiorità. Ciò spiega il fatto doloroso che ogni anno ca. 500 c. passano all'Islām.

I c. cattolici. — I missionari francescani, che dal sec. XVI lavorano stabilmente in Egitto, riuscirono a convertire una parte dei c. monofisiti alla fede cattolica. Nel 1739 per la prima volta un vescovo — quello di Gerusalemme, di nome Atanasio, residente nel Cairo — si convertì al cattolicesimo e fu nominato nel 1741 da Benedetto XIV vicario apostolico dei c. cattolici, allora in tutto ca. 2000. Ma poiché egli non seppe decidersi a romperla con i dissidenti, la S. Sede nominò invece di lui come vicario generale Giusto Maraghi, ex alunno del Collegio di Propaganda (1747). Soltanto nel sec. XIX i c. cattolici si potevano diffondere con una certa libertà. Leone XIII diede loro nel 1895 una gerarchia propria. Quattro anni più tardi fu nominato anche un loro patriarca, Cirillo Macario,

il quale apostatò nel 1908 cagionando gravissimi disturbi nella comunità cattolica. Negli ultimi decenni, dopo la prima guerra mondiale, i c. cattolici hanno fiorito notevolmente. P. es.: dal 1927 al 1937 il numero dei fedeli è salito da 29.000 a 47.000. Oggi essi sono 63.000, con 85 sacerdoti e 70 chiese. Il 9 ag. 1947 l'amministratore del patriarca fu nominato patriarca di Alessandria e fu creata anche una nuova diocesi, quella di Assiut, oltre quella di Minia, già fondata nel 1938.

II. LA LETTERATURA DELLA CHIESA COPTA

1. In lingua copta

La letteratura copta è molto meno ricca che, p. es., quella siriana. Le manca assai la forza produttrice e in grande parte si riduce a traduzioni dal greco. Ma principalmente nella poesia vi sono anche delle opere originali.

Nella lingua copta bisogna distinguere tre dialetti dell'alto e medio Egitto: il sa'idico, cioè il più importante che finì per soppiantare gli altri, l'āpnīmico e il fajjūmico, e poi il più recente dialetto del Delta del Nilo, il bohajrico, che diventò lingua letteraria verso la fine del sec. VI o il principio del VII ed è oggi la lingua liturgica della Chiesa copta. Dopo il sec. XIII anche nel dialetto bohajrico non fu scritto quasi più niente di originale e dal XVI il copto diventò lingua morta.

La letteratura copta fu opera dei monaci dell'alto Egitto. Il primo scrittore c. fu Pacomio (prima metà del sec. IV). Grandi meriti per le lettere copte ebbe « il monastero bianco », di cui il secondo abate, Scenute da Attripe (m. nel 451) è stato il più importante scrittore copto. Il primo monumento della lingua copta oggi conosciuto è una traduzione della Bibbia fatta in sa'idico verso la metà del sec. IV. Non pochi libri apocrifi, intorno specialmente alla vita di Cristo e degli Apostoli, furono tradotti in copto. La stessa sorte ebbe una grande parte della letteratura canonistica dei primi secoli. Nessuna altra letteratura cristiana ha una così grande percentuale di traduzioni come quella copta propriamente teologica. Prima del Concilio di Calcedonia vennero tradotti i grandi Padri greci. Poi i capi del monofisismo: Dioscoro e Severo di Antiochia. Quel poco che resta di originale nella letteratura copta è nato dalle necessità della vita monacale e dall'attività apostolica. Qui sono da citare le regole monastiche di s. Pacomio e le sue lettere; inoltre le regole, discorsi e lettere di Scenute in lotta coi resti del paganesimo e dell'arianesimo. Quanto poi alla prosa narrativa, sono degni di menzione le vite dei santi e gli atti dei martiri, come la vita di Scenute scritta dal suo discepolo Bēšā.

Nella poesia sono più numerose le opere originali copte. Sono conservati frammenti di una descrizione poetica della Passione di Nostro Signore scritti in fajjūmico, opera destinata probabilmente all'uso liturgico nella Settimana Santa. Verso la fine del sec. XVI l'ao la poesia anche in sa'idico, creando tra l'altro un considerevole numero di inni pasquali e di canti in onore dei santi. Tutti i libri sapienziali e molti altri soggetti biblici furono pure trattati in maniera poetica.

2. In lingua araba

La letteratura araba dei c. è più vasta e più varia che quella di altri cristiani orientali. La letteratura originale in arabo comincia presso i c. nel sec. X e raggiunge il suo apogeo nel XIII. Già nel sec. VIII la S. Scrittura era stata tradotta almeno parzialmente dal copto in arabo. La letteratura propriamente teologica si inizia con traduzioni. P. es. gli scritti di Scenute ebbero una versione parziale in arabo. Il primo scrittore originale in arabo che abbia una certa importanza è Severo Abū l-Bār ibn al-Muqaffa', vescovo di Ašmūnajn (sec. X), che scrisse tra l'altro un Libro dei concili comprendente in 4 capitoli una sintesi della storia del cristianesimo. Nell'ultima parte viene descritta la storia dei primi quattro concili e la loro dottrina. Nel suo Libro dell'esposizione, Severo dà al popolo istruzione religiosa sui dogmi fondamentali della fede e sulla pratica della vita cristiana. Probabilmente verso la fine del sec. XII e agli inizi del XIII visse Pietro Severo al-Gāmil, vescovo di Mališ, autore del Libro del levare (del sole), contro le eresie, e del Libro della dimostrazione, ossia apologia del cristianesimo nella sua forma monofisistica. Sugli altri autori dogmatici V. sotto.

La letteratura canonistica (v. COLLEZIONI CANONICHE), è di speciale importanza per i c. che avevano, sotto la dominazione musulmana, tribunali propri. Una collezione sistematica dei canoni, un Nomocanon, fu compilato da Michele vescovo di Damietta (m. dopo il 1208). Quanto alla storiografia è importante anzitutto il già citato Severo di Ašmūnajn, autore di una storia dei patriarchi di Alessandria che va fino al patriarca Filoteo (976-1000) e fu più tardi continuata prima fino al sec. XII e posteriormente fino al 1740.

BIBL.: E. Renaudot, Historia patriarcharum Alexandrinorum Iacobitarum, Parigi 1713; E. L. Butcher, The story of the Church of Egypt, Londra 1897; A. Baumstark, Die christlichen Literaturen des Orients, Lipsia 1911; C. Kopp, Glaube und Sakramente der haptischen Kirche, Roma 1932; R. Strothmann, Die haptische Kirche in der Neuzeit, Tubinga 1932; M. Khouzam, L'illumination des intelligences dans la science des fondements, Roma 1941; G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, II, Città del Vaticano 1947; J. P. Trossen, Les relations du Patriarche copte Jean XVI avec Rome (1676-1718), Lussemburgo 1948; Corpus Scriptor. Cristian. Oriental.: Script. coptici. Script. arabici. Guglielmo de Vries

III. LE VERSIONI COPTE DELLA BIBBIA

Tra le versioni della Bibbia nelle lingue orientali hanno grande importanza per la critica testuale le versioni copte.

I documenti superstiti ci mostrano come in ciascuno dei dialetti copti finora conosciuti (ṣa'īdico, boḥajrico, aḥmīmico, fajjūmico, menfitico e subaḥmīmico) esistessero delle versioni della Bibbia. Tali versioni purtroppo sono giunte a noi allo stato frammentario. Il maggior numero di frammenti appartiene ai dialetti ṣa'īdico e boḥajrico, ma grande importanza ha pure quel che resta dei dialetti aḥmīmico e subaḥmīmico.

Non si hanno documenti positivi per assegnare alle versioni copte della Bibbia un terminus a quo. Risulta però dalle testimonianze della storia ecclesiastica che durante il sec. III le S. Scritture erano diffusissime presso i cristiani di tutta la valle del Nilo, i quali erano per lo più di bassa condizione sociale ed ignari della lingua greca. La stessa ellenizzazione dell'Egitto aveva avuto minori progressi nella media ed alta valle del Nilo, ove invece il cristianesimo aveva prosperato grandemente, come attestano i documenti riguardanti la persecuzione di Decio. Si può quindi con morale certezza affermare che nel sec. III i cristiani d'Egitto usassero delle versioni della Bibbia nei dialetti locali. Anzi Eusebio, in Hist. Eccl., VI, 1, porta a ritenere che tali versioni dovessero esistere già verso la fine del sec. II. A proposito della persecuzione (202-11) di Severo, afferma che Alessandria era la grande arena ove gli atleti di Cristo venivano portati da tutto l'Egitto e dalla Tebaide: quindi i cristiani della Tebaide, per la maggioranza ignari del greco, dovevano usare i libri della Bibbia, per lo meno i principali, tradotti nel loro dialetto. Ci sembra perciò lecito ritenere che la versione della Bibbia nei dialetti copti, benché certamente non compiuta tutta di seguito e nello stesso tempo, ma sorta via via che se ne manifestava la necessità per uso dei fedeli, abbia avuto i suoi inizi nella seconda metà del sec. II per essere poi portata a compimento durante il sec. III.
Da quanto sopra, è facile dedurre l'antecedenza della versione ṣa'īdica su quella copta. Il Delta fu la prima regione dell'Egitto ad essere evangelizzata, ma la popolazione del Delta, essendo fortemente ellenizzata, non poteva sentire così impellente la necessità di una versione della Bibbia nel dialetto locale, e se anche gli strati più bassi della popolazione, che d'altronde dovevano essere analfabeti, erano del tutto ignari del greco, era agevole per essi avere spiegati a viva voce nella loro lingua i pochi passi biblici indispensabili alla loro istruzione catechetica.

Invece nell'alto Egitto, ove l'ellenismo era poco penetrato ed il greco era probabilmente conosciuto solo da funzionari e mercanti, era difficilissimo per quella popolazione avere una facile spiegazione nella loro lingua del testo delle S. Scritture, donde la necessità di procedere a versioni del testo greco nel dialetto locale (ṣa'īdico, ed altri dialetti del medio Egitto ben presto da esso assorbiti).

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(per cortesia del p. II. Ilari) COPTI - Ambone della chiesa copta di el-Mo'allaqah al Cairo.
H. Hyvernat invece (Etude sur les versions coptes de la Bible, in Revue bibl., 6 [1897], pp. 63-75) sostiene la anteriorità della versione boḥajrica, considerando che il Delta è stata la prima regione a ricevere l'Evangelo e basandosi sull'osservazione del Lightfoot confermata dal Sanday (Appendices ad Novum Testamentum, app. III, p. 182 sgg.) che la versione del Nuovo Testamento nel dialetto boḥajrico, presenta nel suo stato primitivo un testo più puro senza le aggiunte occidentali che invece figurano nella versione ṣa'īdica. A questa osservazione non pare debba darsi un peso eccessivo, soprattutto per la deficienza di studi critici completi sulle versioni copte della Bibbia (Revue bibl., 48 [1939], p. 318, inizio della nota firmata B. C.). Si avverte inoltre che le versioni copte, eseguite come sono state per utilità pratica dei fedeli e non già per uso liturgico o scientifico, sono state condotte oltre che l'una indipendentemente dall'altra per i vari dialetti, su manoscritti greci di recensione differente a seconda dei vari libri, e che spesso la versione di uno stesso libro offre lezioni concordanti ora con i manoscritti greci di una data recensione, ora con quelli di un'altra, ora con il testo ebraico; talora lezioni particolari fanno pensare, più che a revisioni successive condotte su manoscritti greci di differente recensione, ad una provenienza da esemplari greci a noi non pervenuti.

Di fronte ad un tale stato di cose e con studi critici finora solo parziali, sembra troppo affrettato concludere per una priorità della versione boḥajrica su quella ṣa'īdica, rinnegando senz'altro la considerazione di carattere storico sopra esposta, come anche concludere per qualunque affermazione di carattere generale.

Anzi il fatto che nelle versioni ṣa'īdiche abbondino i termini greci là dove il boḥajrico ha il corrispondente copto, denota a favore del ṣa'īdico una caratteristica di antichità. Infatti più si sale verso l'epoca del dominio romano in Egitto e più il greco è diffuso nella valle del Nilo e da esso la lingua locale trae buona parte del suo vocabolario. Quando invece nei secoli successivi aumenta l'attrito tra Egiziani e Bizantini, e le mutue relazioni divengono sempre più rare, la lingua indigena sente sempre più forte la necessità di sosti-

tuire ai termini stranieri gli equivalenti copti. Se quindi il traduttore sa'idico, al contrario del traduttore bohajrico, non ha inteso la necessità di rendere con il termine copto quei termini greci che i suoi lettori avrebbero potuto facilmente intendere (cf. F. M. Abel, in Revue bibl., 32 [1923], p. 304), ciò sta a favore della sua maggiore antichità.

La versione copta del Nuovo Testamento nei dialetti bohajrico e sa'idico è stata edita da G. Horner, The coptic version of the N. T. in the northern dialect, 4 voll., Oxford 1898-1905; id., The coptic in the southern dialect, 7 voll., ivi 1911-24. Il solo testo bohajrico di questa versione è stato ristampato al Cairo nel 1934 dai c.

Il Vecchio Testamento è stato edito solo allo stato frammentario in opere diverse. Cf. A. Vaschalde, Ce qui a été publié des versions coptes de la Bible, in Revue bibl., 28 (1919), pp. 220-43, 513-31; 29 (1920), pp. 91-100, 241-58; 30 (1921), pp. 237-46; 31 (1922), pp. 81-88, 234-58; id., in Le Muséon, 43 (1930), pp. 409-31; 45 (1932), pp. 117-56; 46 (1933), pp. 299-313; W. Grossouw, in Studia catholica, 1932-33, pp. 325-53.

Principali edizioni di frammenti: Sa'idico: P. De Lagarde, Aegyptiaca, Gottinga 1883; A. Ciasca-J. Balestri, S. Bibliorum fragmenta coptio-sahidica Musei Borgiani, Roma 1885-1904; G. Maspero, Fragments de la version thébaine de l'A. T., in Mémoires de la Mission archéol. franç. au Caire, 1892, pp. 1-296; W. Budge, The earliest known Coptic psalter, Londra 1898; H. Thompson, A Coptic palimpsest, Oxford 1911; W. Budge, Coptic Biblical Texts, Londra 1912; W. H. Worrel, The Proverbs of Salomon in Sah. Copt., Chicago 1931.

Bohajrico: H. Tattam, Duodecim Proph. Min. in lingua aegyptiaca, Oxford 1836; id., Prophetae Maiores in dialecta linguae aegyptiacae memphitica, ivi 1852; I. Bardelli, Daniel coptio-memphitica, Pisa 1849; M. G. Schwartze, Quatuor Evangelia, 2 voll., Lipsia 1846-48; id., Psalterium in dialectum copticae linguae memphiticum translatum, ivi 1853; P. De Lagarde, Der Pentateuch koptisch, ivi 1867; A. Baciai, Liber Barne prophetae, Roma 1870; E. Forcher, Le livre de Job, in PO 18 (1924); O. H. Burmester e E. Dévaud, Psalterii versio memphitica e rec. Pauli De Lagarde (1875), Lovanio 1925; id., Les Proverbes de Salomon. Texte bohairique, Vienna 1930.

Fajjimico: E. Chassinat, Fragments de manuscrits coptes en dialecte fayoumique, in Bulletin de l'Inst. franç. d'arch. or., 1902, pp. 171-206; W. Till, Koptische Chrestomathie für den Fayumischen Dialekt, Vienna 1930; id., Wiener Fajjimica, in Le Muséon, 49 (1936), pp. 169-217.

Alpimico: P. Lacau, Textes coptes en dialectes achmimique et sahidique réédités (in Bull. de l'Inst. fr. d'arch. or., 8 [1911], pp. 43-109); C. Wessely, Duodecim Prophetarum Minorum versionis achmimicae codex Rainerians, Lipsia 1915 (con i paralleli bohajrici, sa'idici, e la versione latina); W. Till, Die achmimische Version der zwölf kleinen Propheten (Coptica, 4), Copenhagen 1927.

Subahmimico: H. Thompson, The Gospel of St. John according to the earliest Coptic manuscript, Londra 1924.

Si è già accennato alla mancanza di studi critici completi sulle versioni copte della Bibbia (cf. Revue bibl., 48 [1939], p. 318). In generale si può affermare che nella versione sa'idica il Vecchio Testamento risente l'influenza delle esapli (Isaia, Proverbi, Ecclesiaste, Ezechiele), Daniele segue Teodozione, e la versione di Giobbe ci ha conservato il testo puro dei LXX prima di Origene. Il Nuovo Testamento nelle Epistole paoline segue di preferenza i manoscritti della recensione alessandrina, mentre nei Vangeli si accorda preferibilmente con i manoscritti della recensione occidentale, sebbene a volte abbia delle lezioni perfettamente concordanti con la versione bohajrica (condotta su manoscritti di recensione alessandrina) ed abbia a volte anche delle lezioni sue proprie. Nella versione bohajrica il Nuovo Testamento concorda nel complesso con i manoscritti greci più antichi, nonostante le aggiunte

che la critica ritiene non figurassero nello stato primitivo. Da ciò che resta delle versioni della Bibbia negli altri dialetti non è facile poter concludere con sicurezza se esse siano del tutto indipendenti le une dalle altre o provengano dalla versione sa'idica. È da augurarsi che possa vedere la luce una edizione critica per quanto possibile completa che dia maggiore sicurezza e solidità ai relativi studi di critica.

BIBL.: A. Ciasca, S. Bibliorum fragmenta Copto-Sahidica M. Borg., II, Roma 1889, prefazione; A. Schulte, Die koptische Übersetzung der vier grossen Propheten, Münster in W. 1893; id., Die koptische Übersetzung der kleinen Propheten, in Theologische Quartalschr., 76-77 (1894-95); A. Hebbelynck, Inventaire rominaire des mus. coptes de la bibl. Vaticane, in Miscellanea Fr. Ebrle, V, Roma 1924, pp. 35-82; H. Thompson, The Coptic Version of the Acts of the Apostles and the Pauline Epistole, Londra 1932; M. A. Böhlig, Untersuchungen über die koptischen Proverbientexte, Stoccarda 1936; I. L. Koole, Studien zum koptischen Bibeltext, Berlino 1936; W. Grossouw, The Coptic Versions of the Minor Prophets. A contribution to the study of the Septuagint, Roma 1938. Francesco Pericoli Ridofini

IV. TEOLOGIA

I. Sguardo generale. I primi scrittori ecclesiastici della Chiesa copta si dedicarono a tradurre nelle lingue nazionali, e cioè nella lingua sa'idica prima ed a partire dal sec. VI nella lingua bohajrica, i libri della S. Scrittura, numerosi apocrifi del Vecchio e Nuovo Testamento ed opere dei ss. Padri, nominatamente di s. Asanasio, Teofilo di Alessandria, s. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Gregorio Nisseno, s. Giovanni Crisostomo e Severiano di Gabala, ai quali si aggiungono i padri del monofisismo, Dioscoro Alessandrino e Severo di Antiochia.

Per arrivare ai trattati teologici propriamente detti, si deve scendere fino al sec. X, se prescindiamo da quel poco che si è conservato degli scritti del patriarca monofisista Timoteo Eluro (m. cs. 477): alcuni passi conservatici dai suoi avversari ed i suoi opuscoli trovati da Lebon in versione siriana. Il primo autore copto è il vescovo di Ašmūnajn Severo Abū 'l-Baār Ibn al-Muqafā' (sec. X): secondo Abū 'l-Barakāt, compose 26 opere contro i musulmani, gli ebrei, i melkiti ed i nestoriani; ma di esse non sono rimaste se non due: la refutazione di Sa'id Ibn Baṭrīq (il patriarca melkita di Alessandria, Eutichia) e la Spiegazione dei fondamenti della religione. Severo aprì la strada ai teologi posteriori: Giovanni Ibn Severo, Ibn Kolaji, Michele Metropolita di Damietta, Pietro Maligense nel sec. XII, nel seguente i tre fratelli Abū 'l-Faraḳ, Abū 'l-Fadā'il ed Abū Iḥāq Ibn al-'Assāl, e nel XIV Abū 'l-Ḥajr Ibn at-Tajjib, Abū 'l-Barakāt Ibn Kubr e Jāhā Ibn Abī Zakarūjā' detto comunemente Ibn Sabbā', delle cui opere si parla sotto queste voci.

Segue un lungo periodo di silenzio. Ma a differenza di altre Chiese monofisite, la Chiesa copta conobbe un risveglio della letteratura ecclesiastica alla fine del sec. XIX. Per non parlare della stampa di antichi trattati, in questa epoca troviamo Ibrāhīm Rafā'ī at-Tūḥī, autore di un libro sul monofisismo, i monaci del convento di Barāmūs, che pubblicarono nel 1894 un volume contro i c. uniti, il Qomos (superiore) Filoteo Ibrāhīm, autore di una esposizione catechetica della fede e di una refutazione della dottrina cattolica, il Qomos Giovanni Salāmī. Ad essi segui Macario, il quale essendo patriarca copto cattolico scrisse in favore della fede romana; dopo la sua defezione (1908) compose nel 1912 il libro La Constitution divine de l'Eglise, edito dopo la sua morte a Berna nel 1922.

A prescindere da quest'opera, tutta la letteratura teologica copta è stata redatta in lingua araba e predilige la polemica; polemica a dire il vero più calma quando si tratta di ribattere i musulmani al potere, più accesa quando si indirizza contro gli altri gruppi cristiani rappresentati nell'Egitto. La teologia copta antica subisce certamente l'influsso della filosofia, ma si mantiene indipendente per ciò che riguarda il dogma. Soltanto nell'epoca moderna, forse per l'atteggiamento di forte opposizione contro Roma, tende sempre di più a confondersi con la teologia bizantina dissidente

Il sacerdote copto cattolico Michele Khouzam diede nel 1941 un riassunto delle opinioni teologiche dei c. sulla base della Illuminazione delle intelligenze di Ibn at-Tajjib e della Lampada della tenebra di Abū 'l-Barakāt. Il pensiero dei c. moderni è stato esposto da R. Strothmann e da G. Kopp. Noi dobbiamo contentarci di accennare ad alcune questioni più rilevanti.

2. Dottrina monofisita. - a) Gesù Cristo. Maillet nel 1735 disse dei c. che essi sono « les plus obstinés dans les erreurs ». Certamente essi rimangono attaccatissimi alla memoria del patriarca Dioscoro, condannato nel Concilio di Calcedonia insieme ad Eutiche. Nondimeno possiamo asserire che il monofisismo dei c. non è stato mai il monofisismo rigido di Eutiche, ma il monofisismo mitigato o nominale, chiamato comunemente severianismo. Si parla, è chiaro, del monofisismo ufficiale, senza negare che l'uno o l'altro, principalmente tra i monaci, aderisse al monofisismo reale, come l'anacoreta Samuele nel sec. IX.
Ma già il patriarca Timoteo Eluro nella seconda metà del sec. V prende decisa posizione contro Eutiche ed insegna che in Cristo, anche dopo l'unione, rimane tutta l'essenza o sostanza dell'umanità, mercé la quale l'Emmanuele è secondo la carne consustanziale alla Vergine Madre di Dio, benché non sia lecito parlare di due nature perché ciò comporta necessariamente le due persone di Nestorio, data l'identità tra i concetti di persona e di natura singolare. Questa dottrina si ripete in molti altri luoghi: p. es. nella epistola pasquale del patriarca Sanuzio (sec. IX) ed in un'altra del patriarca Mena (sec. X) che esclude ogni distruzione, mistura o corruzione delle nature unitesi in Cristo. La medesima sentenza, come anche il medesimo pregiudizio contro la formola calcedonese sospettata di nestorianesimo, troviamo all'inizio del nostro secolo nelle opere del Qomos Filoteo.

b) S.ma Trinità. - Gli autori antichi si contentano di provare con argomenti scritturistici - ai quali aggiungono altri di indole filosofica - l'unità della natura divina e la Trinità delle persone. La questione tanto dibattuta tra Bizantini e Latini rimane estranea ai c., i quali continuano ad adoperare il Simbolo niceno, dove si dice soltanto: « (Crediamo) nello Spirito Santo », senza l'aggiunta del niceno-costantinopolitano: « che procede dal Padre ». I moderni però ammettono la sentenza foziana e fanno proprie le argomentazioni dei Bizantini contro il Filioque, riportate esattamente da Filoteo Ibrāhīm e Giovanni Salēmi.

c) I Sacramenti. - In questo campo è da segnalare come specificamente copta la controversia sulla confessione auricolare, suscitata nel sec. XII. Le vessazioni che affliggevano allora la Chiesa di Egitto resero così difficile il trovare dei sacerdoti o ieromonaci, che si introdusse l'abuso della cosiddetta confessione sopra il turibolo, senza manifestare i propri peccati. Il sacerdote Marco Ibn Qanbar insorse contro questa consuetudine, la quale trovò un validissimo difensore nel metropolita di Damietta Michele e nei patriarchi Giovanni V (1146-67) e Marco III (1167-1180). Ma già nel secc. XIII e XIV gli autori non sono d'accordo; mentre Abū 'l-Barakāt è ancora favorevole all'uso

copto, Abū Iṣbāq Ibn al-Assāl e Ibn Ṣabbā' difendono la necessità della confessione auricolare, che finì per prevalere, tanto che i moderni neppure conservano un'eco lontana delle dispute antiche in seno alla loro Chiesa.

d) Primato romano. - I c. antichi non trovarono difficoltà nell'ammettere il primato di s. Pietro. Ibn Ṣabbā', per citarne solo uno, scrive: « I nostri padri gli Apostoli sono stati edificati sulla pietra, che è Pietro, capo universale »; parole tanto chiare, che il recente editore Marcos Guirguis si è creduto in dovere di cambiarle in queste altre: « Cristo edificò la Chiesa sulla pietra della Confessione dei ss. Apostoli ». Ma se si tratta del primato del

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COPTI - Interno della chiesa di el-Mo'allaqah al Cairo.
(per cartesia del p. H. Barc)
noni niceno-arabici, uno dei quali, il 44, insegna esplicitamente il primato romano.

Questa la sentenza antica. I moderni rigettano ogni primato, tanto quello dei romani pontefici, come anche quello di s. Pietro, sulla falsariga degli scrittori bizantini, il cui influsso è patente nel trattato di Filoteo Ibrāhīm contro i cattolici.

BIBL.: G. Graf, Ein Reformversuch innerhalb der hoptischen Kirche, Paderborn 1923; M. Jugie, Monophysite (Eglise capte), in DThC, X, coll. 2351-2366; C. Kopp, Glaube und Suhramente der hoptischen Kirche (Orientalia christiana, 75), Roma 1932; R. Strothmann, Die hoptische Kirche in der Neuzeit, Tübinga 1932; M. Khouzam, L'illumination des intelligences dans la science des fondements, Roma 1941. Maurizio Gordillo

V. LITURGIA E RITO

Il rito copto, detto pure alessandrino o egiziano, è il rito di lingua greca nato in Egitto e più specialmente in Alessandria, che, tradotto in copto, divenne nel sec. V, dopo il Concilio di Calcedonia, la liturgia propria della Chiesa monofisita di Alessandria; il rito dei fedeli rimasti ortodossi si bizantinizzò. È seguito oggi dai monofisiti d'Egitto e dai fedeli che si sono uniti alla Chiesa cattolica; ebbe un influsso decisivo sul rito etiopico. Dal greco furono tradotte in copto l'anafora di s. Marco, di origine alessandrina, che prese il nome di s. Cirillo; quella di s. Basilio, che diventò l'anafora normale, e di s. Gregorio Nazianzeno, che indirizza tutte le sue preghiere a Gesù Cristo; queste due ultime, venute dall'Asia Minore, differiscono dalla prima per il posto delle orazioni di intercessione. Anche dell'ufficio divino e di parecchi tropari abbiamo l'originale greco, ed in molte cerimonie una notevole serie di formole sono conservate in lingua greca, come il Kyrie eleison nel rito latino.

Ai primi tempi della Chiesa monofisita si riferiscono in genere le opere, o, più spesso, frammenti di opere liturgiche scritte nel dialetto sa'idico. Notiamo i frammenti.

di anafore tradotte da H. Hyvernat (Fragmente der alt-coptischen Liturgie, in Röm. Quartalschrift, 1 [1887], pp. 330-45; 2 [1888], pp. 20-26) e passate in parte nelle anafore siriaiche di Timoteo e di Severo di Antiochia; poi l'anafora di s. Matteo edita da A. M. Kropp e altre notate da A. Baumstark e da L. Th. Lefort; una Messa del sec. VI conservata col rito battesimale nel Testamentum Domini arabico; finalmente, diverse benedizioni, come quelle dell'acqua nel giorno dell'Epifania. Una unificazione nel rito copto avvenne verso il sec. IX perché i manoscritti liturgici uscirono quasi unicamente dal monastero di S. Macario di Wädl en-Natrûn, e perché il patriarca di Alessandria era regolarmente eletto fra i monaci di questo monastero; così si spiega che il dialetto bohárico, proprio di questa regione, divenne l'unica lingua liturgica. Verso la metà del sec. XII un sacerdote, Marco ibn Qanbar, si sforzò di riformare la Chiesa richiamando i fedeli all'uso della confessione auricolare, della comunione frequente e di altre pratiche religiose; la gerarchia si oppose al movimento, ed egli stesso passò alla Chiesa melchita. Allo stesso secolo appartiene il patriarca Gabriele II, riformatore e moderatore di alcune cerimonie. Un altro patriarca Gabriele del sec. XIV diede la redazione definitiva del Rituale. Delle stato della liturgia di quel secolo ci informa ottimamente la Lampada della tenebra di Abû'l-Barakât ibn Kubr, della quale tradusse lunghi estratti L. Villecourt, (Les observances liturgiques et la discipline du jeûne dans l'Eglise copte, in Le Muséon 36 [1923], pp. 249-92; 37 [1924], pp. 201-80; 38 [1925], pp. 261-30). Per il sec. XVII si consulterà con profitto Abudaenus, un c. che descrive la fede ed i riti del suo popolo (Historia jacobitarum seu Coptorum, 1675) e I. M. Vansleb, un osservatore curioso, simpatico, ma non sempre ben preparato (Histoire de l'Eglise d'Alessandrie, Parigi 1677). Nel secolo seguente appaiono a Roma la collezione dei libri liturgici copti editi da R. Tuki: Messale (1736); Breviario (1750); Pontificale e Eucologio (1761-62); Rituale (1763); Theosakis (1764). Dalla fine del sec. XIX in poi i dissidenti e i cattolici hanno fatto l'edizione, talvolta lussuosa, dei loro libri liturgici.

3. Lingua

La liturgia alessandrina usò dapprima la lingua greca; ben presto per le lezioni, e nel sec. V per il resto, essa fu eseguita in copto, prevalentemente nel dialetto sa'idico che, nel sec. IX, lasciò quasi interamente il posto al dialetto bohárico. Ma già dopo l'invasione araba (sec. VII) il popolo dimenticò sempre più la sua lingua nativa; nel sec. XIII non si scrisse quasi più niente di nuovo in bohárico e nel XVI la lingua copta sparisce dalla vita ordinaria. Anche nella liturgia prevalse l'arabo ed oggi i libri liturgici presentano un testo bilingue copto e arabo, frammischiato qua e là con una formola greca, vestigio della lingua originaria.

4. Messa

La parte precedente le lezioni è molto sviluppata: essa comprende, oltre la preparazione delle oblate, anche l'Offertorio che non si ripeterà più dopo il Vangelo. All'altare il sacerdote fra i pani che gli vengono presentati ne sceglie uno, lo prende in mano, l'involge in un velo e fa le sue commemorazioni; poi, tenendolo sopra il suo capo e preceduto dal diacono che tiene l'ampolla del vino, fa con i chierici una solenne processione intorno all'altare; deposto il pane sulla patena e messo il vino e l'acqua nel calice, dice fra alcune preghiere anche quella dell'Offertorio e copre le oblate. Segue una cerimonia particolare del rito egiziano, una assoluzione recitata dal sacerdote assistente: «... che i vostri servitori di questo sacrificio, il sacerdote, il diacono, il clero, tutto il popolo e la mia indegnità siano assolti dai loro peccati per l'opera (letter.: per la bocca) della S.ma Trinità, della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, dei dodici Apostoli... (sono nominati altri santi), del Papa, del nostro vescovo e per opera della mia indegnità...». L'incensazione dell'altare, del santuario e della chiesa conclude questa prima parte della Messa. La seconda comprende, oltre ai canti, quattro lezioni prese tutte dal Nuovo Testamento: s. Paolo, Epistole cattoliche, gli Atti e il Vangelo; sono lette prima in coptoe poi in arabo.

Nella preghiera dopo il Vangelo si trova un accenno ai catecumeni, prova che anticamente qui finiva la Messa dei catecumeni. La Messa dei fedeli, come nei tempi antichi, principia con la grande litania che contiene qui la domanda così opportuna per l'accrescimento delle acque del Nilo. Poi il sacerdote recita l'orazione del velo, mostrando così che nei tempi antichi in quel momento egli si avvicinava all'altare per fare l'Offertorio; lo stesso rivelano le tre orazioni solenni, particolari del rito egiziano; sono domande per la pace della Chiesa, per la gerarchia e per la comunità dei fedeli; dall'Offertorio antico rimane in quel momento l'incensazione, e, dopo la recita del Simbolo, il lavabo. Quando il diacono invita i fedeli a darsi la pace, essi si danno la mano gli uni con gli altri, e poi ciascuno bacia la propria mano. Dopo un ammonimento del diacono, il sacerdote comincia la grande preghiera eucaristica. Essa è interrotta, nell'anafora di s. Cirillo, dalla orazione di intercessione che si dice nelle altre due, come nel rito bizantino, armeno e siro, dopo l'epiclesi. Al momento della Consacrazione le parole del sacerdote sono sottolineate da esclamazioni di fede del popolo: «sacerdote: Egli prese il pane nelle sue mani immacolate - popolo: Amen; - sacerdote: e lo benedisse - popolo: Amen; - sacerdote: e lo santificò - popolo: Amen, Amen, Amen. Noi crediamo, e noi confessiamo, noi glorifichiamo; - sacerdote: questo è il Corpo mio... - popolo: Crediamo che veramente è così. Lo stesso dialogo si ripete alla consacrazione del vino. E le preghiere dell'anafora si succedono: l'anamnesi, l'epiclesi, l'intercessione dei santi (eccetto nell'anafora di s. Cirillo) per i vivi e per i defunti, la dossologia conclusiva. La frazione del pane consacrato, come la fanno i dissidenti, è una cerimonia complicatissima. Il popolo dice il Pater noster, riceve ancora una assoluzione e dopo l'Elevazione col Sancto sanctis, l'intintura e l'immissione, professa magnificamente la sua fede nell'Eucaristia. La Comunione si fa, dai dissidenti, prima col pane e poi col calice, dai cattolici col solo pane. Col ringraziamento, la benedizione e il Pater noster che tutto il popolo recita con le mani levate verso il cielo, terminano i riti del santo sacrificio.

5. Battesimo

L'unzione del corpo del battezzato è separata dal Battesimo stesso per la lunghissima benedizione dell'acqua. Questa benedizione che esige l'infusione dell'olio semplice, dell'olio dei catecumeni e del sacro crisma, è una cerimonia costruita sul modello della Messa; essa comprende quattro lezioni, litanie, le tre orazioni solenni, il Credo, il bacio di pace, il Prefazio, il Sanctus, le diverse parti dell'anafora. Durante la triplice immersione il sacerdote pronunzia in prima persona la formola: Ego te baptizo...

6. Penitenza

Nessun libro liturgico dei dissidenti contiene il rito della Penitenza. Esiste però in pratica. Fra le preghiere preparatorie di questo Sacramento si recita il Miserere, il Credo; la formola deprecativa è quella della Messa; il rituale dei cattolici però l'ha precisato: invece del semplice: «Concedici la remissione dei nostri peccati», egli mette il singolare: «Concedigli la remissione dei suoi peccati»; e aggiunge: «Sia assolto dalla S.ma Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo e per la mia indegnità».

7. Ordinazione sacerdotale

Essa ha conservato delle preghiere molto antiche. I cattolici hanno creduto necessario aggiungere la traditio instrumentorum e l'unzione col sacro crisma.

8. Anno ecclesiastico

I c. contano sette grandi feste del Signore: Annunziazione, Natività, Battesimo, Olivi, Resurrezione, Ascensione e Pentecoste; e sette feste minori: Circoncisione, il Primo Miracolo, l'Ingresso al tempio, la Cena, la Domenica di s. Tommaso (prima dopo Pasqua), l'Ingresso in Egitto, la Trasfigurazione. Festeggiano molti santi particolari ed hanno ogni mese una commemorazione di s. Michele al 12, di Maria S.ma al 21 e della Natività di Nostro Signore al 29.

9. Ufficio Divino

Esso comprende le ore seguenti: del mattino, terza, sesta, nona, vespro, completorio, preghiera del velo, che è un ufficio privato, il notturno, che comprende tre parti. Ciascuna ora comincia, secondo la tradizione pacomiana, con la recita di dodici salmi, segue una lezione e inni diversi. Questi inni si chiamano psalli, e,

se sono indirizzati alla Madonna, portano il nome di theotokia, se ai santi di doxologia. Theotokia si chiama anche quell'ufficio particolare che si canta nel mese che precede la Natività del Signore in onore della sua Madre. Il Breviario dei cattolici ripete ogni giorno, eccetto nel tempo pasquale, lo stesso ufficio, in mancanza di un libro contenente le parti variabili del temporale e del santorale.

BIBL.: Oltre i diversi scritti citati, W. E. Crum, Monophysiten, in Realene. für prot. Theol. u. Kirche, XII, p. 810 e la bibl. sull'Egitto cristiano dello stesso autore in Egypt Explorat. Fund Archeol. Report.; H. Hyvernat, Egypte (Liturgy), in Cath. Enc., V, p. 361, descrive il contenuto dei libri liturgici. M. Jugic, Monophysites, in DThC, X, coll. 2251-2306; E. Renaudot, Liturgiarum Orientalium, I, Francoforte 1847; H. Denzinger, Ritus orientalium... in administrandis sacramentis, Würzburg 1863; S. C. Malan, Original Documents of the Coptic Church, Londra 1872; M. B. Evetts, The rites of the coptic Church, ivi 1888 (traduzione del Battesimo e del Matrimonio); F. E. Brightman, Liturgies Eastern and Western, Oxford 1896; G. Horner, The service for the consecration of a church and altar according to the Coptic Rite, Londra 1902; M. B. Evetts, Le rite de la prise d'habit., in Rev. Orient chrét., 2 (1907), pp. 60, 130, 311; John Marquis of Bute, The Coptic Morning Service, Londra 1908; L. Villecourt, Le rite copt e de la profession monacale pour les religieuses, in Bessarione, 7 (1910), pp. 35, 309; M. Chalne, La consécration et l'épicitive dans le Missal copte, in Rev. Orient chrét., 17 (1912), pp. 225-43; De Lacy O'Leary, The Difnar (Antiphonarium), 3 voll. senza traduzione, Londra 1926, 1928, 1930; L. Villecourt, Le livre du Chrême, in Le Muséon, 41 (1928), pp. 49-80; J. H. Hanssens, Institutions liturgicae de ritibus orientalibus, II-III, De Missa, Roma 1930-32; R. M. Woolley, Coptic Offices, Londra 1930, traduzione dei riti sacramentali; C. Kopp, Glaube und Sakramente der hoptischen Kirche, Roma 1932; O. H. E. Burmester, The Office of Genuffection on Whitsunday, in Le Muséon, 24 (1934), pp. 205-57; dello stesso autore si trovano sui testi dell'Ufficio divino copto e sui canoni liturgici emanati dai diversi patriarchi copti un bel numero di articoli originali pubblicati in Le Muséon, 1932, 1933, 1936, in Orient. christ. periodica, 1935, 1936, 1937 e nel Bulletin de la Société d'arch. copte, 1938, 1939. In questa ultima rivista molti altri articoli riguardanti il rito copto di J. Musser e di Yassa Abd al-Massih; L. Badet, Chants liturgiques des Coptes, notés et mis en ordre, Cairo s. d. (litografia). Alfonso Rzes

VI. L'ARTE

Sebbene, come sopra è chiarito, copti siano detti gli egiziani che dopo la conquista araba dell'Egitto si mantennero cristiani, e che di una Chiesa copta si possa parlare solo dopo la metà del V sec., i limiti cronologici dell'arte cristiana, generalmente detta copta, vengono posti nel II sec. Tale arte è collegata a quelle forme tipiche dell'ambiente egiziano, che solo in parte, e propriamente in Alessandria, rientrano nel ciclo ellenistico delle grandi metropoli orientali. Le quali vanno nettamente distinte dalle manifestazioni artistiche che si osservano nella valle del Nilo ove prevalgono le tendenze e le visioni proprie della popolazione indigena.

V. a questo proposito la voce: EGITTO, Archeologia cristiana

Vedi tav. XIX.
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“COPTI.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 297. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/copti.