COLLEZIONI CANONICHE. - Raccolte elaborate nei secoli, che contengono parte delle leggi della Chiesa e costituiscono, nel linguaggio dei canonisti, alcune tra le fontes cognoscendi iuris canonici.
#### A) C. C. OCCIDENTALI.
I. PREMESSE
Queste fonti sono di varie specie: fonti di diritto divino o di diritto ecclesiastico; genuine o spurie o apocrife, cronologiche o sistematiche, autentiche o pubbliche.Se si vuole tracciare la genesi logica delle c. c. si trovano le prime testimonianze del diritto canonico nel Nuovo Testamento, specialmente del diritto costituzionale della Chiesa; poi nei Padri Apostolici; per il periodo pre-costantiniano, negli altri Padri della Chiesa dei secc. II e III e negli scritti pseudo-apostolici.
La pace costantiniana apre una nuova èra nella storia del diritto canonico: i vescovi, aiutati e spinti talvolta dall'imperatore, possono tenere più facilmente e frequentemente delle adunanze e prendere comuni deliberazioni su vari punti della disciplina ecclesiastica. Nasce così un diritto scritto, il quale sostituisce la consuetudine, che nel periodo precedente era stata fattore principale della disciplina ecclesiastica.
I Concili, sin da questa epoca, sono di varie specie e si celebrano in vari luoghi: sono quattro Concili generali (Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia), ma di essi due soli hanno una grande importanza per la disciplina ecclesiastica; vi sono poi una ventina di Concili particolari: orientali, africani, gallicani, spagnoli e romani. Più tardi avranno un certo influsso nelle collezioni latine gli altri due Concili Ecumenici di Costantinopoli, il secondo e il terzo.
Si intensifica, a partire dall'ultima parte del sec. IV, l'attività epistolare dei romani pontefici; con le Decretali i papi stabiliscono i principi della organizzazione ecclesiastica; alcune costituzioni imperiali fissano lo statuto temporale dei chierici e dei beni consacrati al culto.
Le lettere dei pontefici entreranno a far parte delle c. c. sin dal sec. V, e, da allora in poi, sempre più formeranno parte notevole di esse.
In alcuni Padri la disciplina trova i suoi legislatori, e la dottrina raggiunge la maggior perfezione, specialmente in s. Agostino.
Altre fonti suppletorie e recettizie del diritto canonico sono la legislazione civile romana in materia ecclesiastica e il diritto dei vari stati barbarici.
Questi elementi, che collaborano insieme, permettono di ottenere una disciplina ecclesiastica con inquadrature abbastanza uniformi e stati nettamente differenziati.
Agli archivi ecclesiastici va il merito di aver conservato i canoni e le decretali, che erano notificati alle varie Chiese attraverso sistemi analoghi a quelli della burocrazia imperiale; il diritto che una Chiesa conosce ed osserva è anzitutto il diritto contenuto nei suoi archivi. Quando, più tardi, dei compilatori sentiranno la necessità di raccogliere in sillogi questi elementi, essi potranno agevolmente ritrovarli negli archivi delle proprie Chiese.
Qui vien data una rapida sintesi delle c. c. occidentali. Per quelle orientali, V. più sotto: c.c. ORIENTALI. Ma occorre notare subito che le prime c. c. occidentali sorsero per influsso e ad imitazione delle collezioni dell'Oriente. Un syntagma canonum, la cui storia complessa è variamente esposta dagli studiosi, circolava già in Oriente dopo la celebrazione del Concilio di Calcedonia del 451, e comprendeva i canoni di Ancira (314), Neocesarea (314-25), Nicea (325), Gangre (341-42), Antiochia, Laodicea (348-380), Costantinopoli (380), Calcedonia (451). Le c. c. latine hanno vita ininterrotta a partire dalla seconda metà del sec. V; le più antiche che si conoscono nascono in Africa, ma è a Roma che si inizia una attività canonistica, non ufficiale, è vero, ma preziosa per lo sviluppo posteriore del diritto canonico.
Le epoche delle c. c. sono comunemente divise in quattro periodi.
Primo periodo, studiato principalmente e radicalmente dal Maassen: va dall'epoca di Dionigi il Piccolo alle Decretali pseudo-isidoriane. È l'epoca della elaborazione del diritto canonico dell'Occidente che si integra massimamente con elementi regionali, si aggiorna secondo il sorgere delle varie situazioni e necessità della disciplina ecclesiastica e non è contaminato ancora dall'imponente falsificazione letteraria, che sarà la caratteristica del periodo seguente.
Secondo periodo, degli pseudo-isidoriani e delle
c. c. che precedettero, attuarono e seguirono la riforma di Gregorio VII.
Terzo periodo, delle classiche e fondamentali c. c. che dettero vita al Corpus Iuris Canonici.
Quarta periodo, che parte dal Concilio di Trento, documenta l'attività delle Congregazioni romane, ed è caratterizzato da nuovi tipi di raccolte: gli Atti dei Pontefici, dei Concili e le varie collezioni di Atti o Decisioni della S. Sede.
Secondo il sistema di esposizione del Maassen, le c. c. si dividono in generali, speciali e sistematiche; non seguiamo il criterio geografico, spesso incerto.
Sono generali le c. c. che hanno un fondo comune, costituito dai Concili ecumenici e dai concili topici dell'Oriente; a questi concili si aggiungono talvolta, in ordine cronologico, i canoni dei Concili dell'Africa, della Spagna e della Gallia, e decretali pontifice. Saranno queste differenze che daranno individualità a ciascuna c. c.
Talvolta, e sempre dopo il sorgere delle c. c. cronologiche, il materiale anzidetto è ordinato sistematicamente, oppure da esso si raccolgono solo elementi particolari di diritto, o solo canoni di qualcuno dei tanti concili celebrati qua e là nella cristianità, in questi secoli e negli anteriori. Nascono così le c. c. sistematiche nel primo caso, e le speciali nel secondo.
II. C. C. GENERALI. - Oltre alle collezioni dionisiane (v. DIONIGI il PICCOLO), si ricordano:
1. Collectio ms. Frisingensis: fondo comune; versione isidoriana dei canoni greci, buon numero di decretali della Dionysiana da Damaso (366) a Gelasio (496), atti della causa di Acacio; probabilmente italiana, della fine del sec. v e inizio del VI.
Accanto a questa c. c. si segnala anche una Coll. Weingartensis.
2. Collectio Quesnelliana, simile alla Frisingensis con in più i canoni di Calcedonia, gran numero di documenti relativi ai conflitti dommatici del sec. iv e V. Oggetto di polemica il suo luogo di origine: Roma secondo Quesnelli (v.), la Gallia secondo i Ballerini, il Maassen; di nuovo sono per Roma, o almeno per l'Italia, il Duchesne e P. Fournier.
3. Quattro c. c. italiane del sec. VI: Coll. ms. s. Blasii, Coll. ms. Vaticani, Coll. ms. Theatini, Coll. ms. Iustelli; fondo comune, versione prisca, dibattito della prima sessione del Concilio di Cartagine del 419; italiana, del sec. VI.
4. Coll. ms. Colbert, di tempo incerto, originaria della Gallia, affine in parte alla Quesnelliana e in parte alla s. Blasii.
5. Tre c. c. dei Concili greci e africani: Coll. ms. Parisiensis, Coll. Theodosii diaconi, Coll. ms. Wirceburgensis.
6. C. c. generali con concili gallicani. A partire dal sec. vi, quasi ogni diocesi ebbe una c. c. generale, un Liber canonum; queste raccolte erano fatte perché le diocesi avessero a portata di mano le norme di diritto da applicare; se ne conservano diverse, composte in Gallia; esse sono: Coll. ms. Corbeiensis, Coloniensis, Laureshamensis (Lorsch), Albigensis, Pithouensis, Bigotiana, s. Mauri, Diessensis, Burgundiae, Remensis.

Collectio Hispana chronologica oppure Isidoriana: contiene in ordine cronologico, per lo più secondo la versione dionisiana, i Concili greci, africani, gallici, spagnoli e decretali dei Romani Pontefici.
La redazione della c. Hispana subì vari mutamenti nel corso dei tempi; sicché i vari manoscritti presentano due redazioni diverse delle medesime c. c.
La c. Hispana è stata sempre attribuita alla Spagna, ma vi è una appassionata discussione tra i dotti se essa sia sorta nell'ambiente della Chiesa di Arles, come pensa il Tarrè con il Duchesne, che propongono perciò di
chiamarla Collectio Arelatensis-visigothica. Ritengono alcuni che ne sia autore s. Isidoro di Siviglia (v.); è stata composta, secondo una buona ipotesi, intorno all'epoca del Concilio Toletano IV del 633.
8. La Coll. ms. Novariensis è l'ultima c. c. generale.
III. C. C. SPECIALI. - Prima di tutto una serie di c. c. di atti dei Concili greci:
C. c. concernenti il Concilio ecumenico di Efeso: Coll. ms. Turonensis, Coll. ms. Veronensis, Coll. ms. Salisburgensis, Synodicon Casinense; c. c. concernenti il Concilio ecumenico di Calcedonia: Coll. ms. Vaticani 1322, Coll. ms. Nostrae Dominae, Coll. Rustici (di Rustico, diacono romano, nipote di papa Vigilio); Codex encyclicus; c. c. degli atti del V Concilio ecumenico, Costantinopolitano II; la c. c. è stata composta prima del 590; c. c. degli atti del VI Concilio ecumenico, Costantinopolitano III; Coll. temporis Sergii I, Coll. ms. Claromontani.
Fragmentum Veronense, si riferisce soprattutto alle eresie dei secc. iv e V.
C. c. relative all'affare di Acacio: Coll. ms. Veronensis, Coll. ms. Virodunensis.
C. c. circa la controversia donatista.
C. c. delle Chiese di Tessalonica e di Arles: Collectio
Ecclesiae Thessalonicensis, concerne l'affare del metropolita di Tessaglia, Stefano di Larissa; fu fatta nel 531 prima della Collectio Ecclesiae Arelatensis della fine del sec. VI.
C. c. dei Concili africani: Coll. Concilii Carthaginiensis 419; Coll. Concilii Carthaginiensis 526; Collectio Conc. africanorum in Hispana: è una c. c. speciale di canoni africani; scritti nella Hispana; di patria incerta e di autore ignoto.
C. c. di Concili gallicani e tedeschi: Coll. ms. Lugdunensis, Coll. Concilii a. 813 con i canoni dei cinque Concili riformatori di Arles, Reims, Magonza, Tours, Chalon - sur-Saône. Coll. ms. Bellovacensis, c. c. di tempo intermedio perché pare appartenente in parte a questo periodo; l'oltrepassa per altri documenti. Coll. ms. s. Amandi, contiene i canoni dei Concili spagnoli riuniti ad altri Concili gallici.
C. c. dei Concili d'Irlanda e Gran Bretagna: Coll. ms. Fécamp, che contiene canoni penitenziali irlandesi, bretoni, anglorassoni, estratti dei Libri Santi e dei Padri; gli altri argomenti forse furono aggiunti in Gallia. Coll. ms. Sangermanensis ha molti contatti con la precedente.
Collectio Avellana (v. FONTE AVELLANA).
Collectio Conc. Romani del 649, di Martino I contro il monofisismo e molte lettere di questo papa.
Constitutiones Sirmondianae, contiene diciotto costituzioni imperiali in materia ecclesiastica, dal 321 al 425, posteriore forse al 581; è di origine gallicana.
Collectio ms. Mutinensis, è posteriore al 601 e composta probabilmente in Italia; ha canoni e decretali.
IV. C. C. SISTEMATICHE. - La più antica c. c. sistematica è di origine africana: Breviatio canonum Fulgentii Ferrandi (v. FULGENZIO).
Capitula Martini, opera di Martino di Braga, che, per correggere ciò che vi era di oscuro nella collezione dei canoni greci, classifica tutto ciò che ha relazione con il clero e che concerne i laici; ebbe una larga diffusione.
Concordia canonum Cresconii, di un Cresconio, forse vescovo e poeta. Riunisce l'insieme delle prescrizioni canoniche in una concordia, allo scopo di renderle più intelligibili per mezzo di rubriche. Attinge alle c. c. dionisiane. È posteriore alla Breviatio di Ferrando e fu largamente usata.
Collectio Hispana systematica. Usa quasi esclusivamente la Hispana chronologica. È di origine spagnola, posteriore alla Concordia di Cresconio.
Tra le c. c. sistematiche occorre ricordare una serie di c. c. gallicane e precisamente:
Coll. ms. Andegavensis, Coll. Herovalliana, I Coll. Bonaevalis, Coll. ms. Sangermanensis, II Coll. Bonaevalis, Coll. in 400 capitula, Cresconius Gallicus, Coll. Dacheriana, Coll. in quatuor libros, Coll. Halitgarii Cameracensis, Coll. ms. Bibl. Vallicellianae, Poenitentialia Rhabani Mauri.
Di esse meritano speciale menzione la Dacheriana e i due Penitenziali.
La Dacheriana dà canoni di tutti i Concili fino a quello di Costantinopoli, secondo la Dionysio-hadriana e decretali di tutti i Papi, ad eccezione di Felice III e di Ormisda.
I Poenitentialia Rhabani Mauri sono due c. c. apparentate attraverso le loro fonti con alcune delle c. c. precedentemente descritte. Di questi penitenziali il più antico è stato composto verso l'841; l'altro è dell'853 (v. PENITENZIALI, LIBRI).
Altre speciali piccole c. c. sono notate nell'opera del Maassen.
Collectio Hibernica. La c. c. irlandese fa parte delle c. c. sistematiche più notevoli di questo periodo; ha una certa importanza soprattutto nei riguardi del materiale patristico di cui fa uso, ma è specialmente interessante per il diritto ibernico.
Coll. IX librorum, dell'inizio del sec. IX, ha dei punti di contatto con la c. c. irlandese.
Occorre avvicinare alle c. c. sistematiche le raccolte, ben conosciute, di diritto romano ad uso del clero, quali la Lex Romana canonice compta (v.), gli Excerpta Bobiensia (v.) e un estratto di manoscritto di Haenel.
Le ultime c. c. di questo periodo furono composte durante una grave crisi che attraversò la Chiesa merovingia tra il 680 e il 740: disprezzo dell'antico diritto, deplorevole situazione delle sedi episcopali, membri del clero che si reclutano senza osservanza delle regole canoniche, e conseguente rilassamento dei costumi nei capi e nelle membra. La riforma carolingia cercherà di porre rimedio a tale stato di cose, riorganizzerà la gerarchia, ristabilirà la disciplina nel clero e i beni ecclesiastici saranno tutelati nelle loro sacre finalità.
Fase culminante di questa attività di riforma è la consegna della Dionysio-hadriana a Carlomagno nel 774; la Dionysio-hadriana si diffuse rapidamente; ad essa si appellavano i concili e i capitolari quando volevano restaurare l'antico diritto. L'Hispana, arricchita dei Concili di Spagna, modificata alquanto da vari rimaneggiamenti franchi, hancheggierà la riforma, e si fonderà nell'810 con la Dionysio-hadriana.
La Dacheriana corona lo sforzo della riforma carolingia per il risanamento, la coordinazione e la classificazione dei testi; è la fonte principale delle c. c. della prima metà del sec. IX e la sua influenza si prolungherà sino alla riforma gregoriana.
Per supplire alla mancanza di elementi locali, che si aveva nelle grandi c. c. tornate in onore (la Hispana, la Dionysio-hadriana, la Dacheriana) e alla loro poca praticità, i vescovi compongono delle c. c. specializzate, dei Capitularia, che contengono, estratte dalle grandi raccolte, le regole essenziali della amministrazione parrocchiale: si hanno così i Capitolari di Teodulfo di Orléans, di Attone vescovo di Basilea, di Gherbaldo vescovo di Liegi, di un vescovo di Frisinga, due Capitolari anonimi composti tra l'825 e l'850 e tra l'850 e l'875; i Capitula di Hincmaro di Reims e di Rodulfo di Bourges.
La rinascenza politica e scientifica dell'impero dà alla legislazione imperiale romana una novella importanza: la Chiesa avrebbe dovuto servirsi delle regole stabilite a suo vantaggio dai principi cristiani e riuniti nelle compilazioni giustiniane; una grande compilazione di diritto romano ad uso del clero si è formata nel primo quarto del sec. IX in Italia: la Lex romana canonice compta; essa reca le principali costituzioni romane relative alla organizzazione ecclesiastica.
V. LE FONTI DEL DIRITTO CANONICO DALLO PSEUDO-ISIDORO A GRAZIANO
Un nuovo periodo della storia delle c. c. si apre nella seconda metà del sec. IX. Esso corrisponde ad una grave situazione della Chiesa franca, vittima dell'avidità dell'aristocrazia laica che depone arbitrariamente i vescovi e ne usurpa le sedi, ponendovi strumenti docili ai propri interessi. La vita stessa della Chiesa era come insidiata e soffocata da tale stato di cose. Si invocava invano, da un cinquantennio, una riforma. Fallito l'ultimo tentativo ad Epernay nell'847, alcuni pensarono di presentare la riforma come programmata da tempo: a questo scopo essi fabbricarono, in appoggio alla loro tesi, numerosi apocrifi dai quali, misti a testi genuini, nacquero le raccolte pseudo-isidoriane: Hispana augustodunensis, Capitula Angilramni, Capitularia Benedicti Levitae, Decretales pseudo-isidorianae (v. ANGILRAMNO; BENEDETTO LEVITA; ISIDORO di SIVIGLIA).Il carattere distintivo della seconda parte di questo periodo è la relazione che le c. c. hanno con la riforma della Chiesa promossa da Gregorio VII: sono contro di esso le c. c. redatte in appoggio alla lotta ingaggiata dal Pontefice, la precedono e la seguono due altri gruppi di c. c. dette pre-gregoriane e post-gregoriane.
Sono tutte c. c. sistematiche e contengono canoni dei concili, decretali dei Romani Pontefici, leggi civili dei Romani o dei Franchi e scritti dei ss. Padri.
1. C. c. pre-gregoriane: Collectio Anselmo dedicata, di ignoto, composta nell'Italia settentrionale intorno all'882 e Anselmo arcivescovo di Milano (v.);
di buono spirito romano, risente dello pseudo-Isidoro, della Dionysio-hadriana, delle lettere di s. Gregorio Magno, della Novariensis e della Lex Romana canonice compta.
Regionis Prumiensis libri duo de synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis, riportano le regole da osservare nell'istituire processi canonici durante la visita delle diocesi; composti nel 905 (v. REGINONE DI PRÜM).
Collectio Abbonis abbatis Floriacensis, composta in difesa dell'esenzione monastica dall'abate di Fleury tra il 958 e il 976; notevole per la distinzione e discussione sulle fonti del diritto.
Collectio quinque librorum Codicis Vaticanis, scritta, all'inizio del sec. XI, in appoggio alla riforma di Benedetto VIII.
Dopo questa c. c., P. Fournier-G. Le Bras segnalano altre c. c. minori che chiamano cisalpine e transalpine. Si hanno ancora di notevole:
Decretum Burchardi Wormatiensis (v. BURCARDO di WORMS), composto intorno al 1012 da Burcardo, della diocesi di Magonza, che divenne poi vescovo di Worms; appoggia la riforma della Chiesa.
P. Fournier e G. Le Bras segnalano varie altre c. c. minori dalla fine del sec. IX all'inizio dell'XI che classificano così: germaniche, occidentali, italiane.
2. C. c. gregoriane. — L'appoggio dato alla riforma da queste c. c. ha due direttive: raccogliere solo i documenti dei Romani Pontefici, rigettare le consuetudini corrotte.
Collectio septuaginta quatuor titulorum o Diversorum sententiae patrum, composta a Roma nel 1050 da ignoto a difesa del primato, della esenzione monastica, e a tutela delle regole sulla nomina dei vescovi.
Capitulare cardinalis Attonis, vescovo di Milano, scritto alla fine del pontificato di Alessandro II o al principio di quello di Gregorio VII.
Collectio Anselmi Lucensis, ha materiale vario, tanto originale che interpolato; da essa attinsero i polemisti in difesa della riforma di Gregorio VII; composta intorno al 1083 Anselmo vescovo di Lucca (v.).
Collectio cardinalis Deusdedit, espone le discipline del clero romano; composta tra il 1083 e il 1087.
Hanno subito l'influenza gregoriana:
Liber de vita christiana, di Bonizone vescovo di Sutri, promosso poi a Piacenza; composto tra il 1089 e il 1093. Collectio Britannica, così detta perché conservata in un codice del Museo Britannico, di speciale importanza per le lettere pontifice; composta in Italia all'inizio del sec. XII.
Polycarpus, composta dal card. Gregorio, sotto Pasquale II (1110-18); favorisce la riforma gregoriana, ma è influenzata anche da Burcardo.
Varie altre c. c. minori sono segnalate specialmente da P. Fournier-G. Le Bras; i medesimi segnalano altre piccole c. c. che non hanno subito l'influenza gregoriana.
3. C. c. post-gregoriane. — C. c. della Gallia della fine del sec. XI: Le tre c. c. di Ivo di Chartres (v.).
C. c. che hanno subito l'influenza di Ivo: Collectio Caesarungustana, da un codice di Saragozza, composta in Borgogna o Aquitania nel primo decennio del sec. XII (dipende da Ivo, favorisce la riforma gregoriana); e altre minori segnalate da P. Fournier-G. Le Bras.
Collectio Algeri Leodiensis o Liber de misericordia et iustitia Algero di Liegi (v.); altre c. c. minori, sempre segnalate da P. Fournier-G. Le Bras.
VI. LE GRANDI COLLEZIONI DEI SECC. XII-XIV. — Il periodo che segue è il periodo del Decreto di Graziano (v.), delle Compilationes quinque antiquae (v.) e delle altre collezioni che formeranno il Corpus Iuris Canonici (v.), e si inquadra in quel periodo di rinascenza letteraria delle materie ecclesiastiche, che vide fiorire e nascere la scienza del diritto canonico, il quale ormai si sviluppa di vita propria, diventa sistema organico. È
l'epoca delle grandi c. c., e molte di esse meritano ed hanno in questa enciclopedia una esposizione a sé.
Trovano posto, tra tanto rigoglio di opere, una serie di piccole c. c. che qui accenniamo, anteriori alla Compilatio I, una Appenaiis Concilii Lateranensis, che contiene insieme ai canoni del Laterano (1179) decretali e canoni tra cui quelli del Concilio di Tours del 1163.
Tale c. c. fu imitata da altre meno conosciute come le c. c. Bambersensis, Lipsiensis, Castelana. Queste c. c., oggetto di studio di valenti ricercatori moderni, si sogliono distinguere in: c. c. non sistematiche anteriori alla I Compilatio; c. c. sistematiche anteriori alla I Compilatio; c. c. sistematiche posteriori alla I Compilatio.
Se ne ignorano gli autori e la patria; il loro tempo di composizione si deduce da elementi intrinseci; si designano con il nome della biblioteca nella quale se ne conservano i manoscritti; la loro importanza è nella conservazione di testi di decretali che altrimenti non sarebbero meglio conosciute o non conosciute affatto; sono tutte magistralmente passate in rassegna dal Kuttner.
Con il Corpus Iuris Canonici si chiude l'epoca delle c. c. Con la celebrazione del Concilio Tridentino e con il riordinamento della Curia romana operato da Sisto V, il diritto universale emanato dal Papa o, per suo ordine, dai dicasteri romani, verrà raccolto in sillogi che non hanno la forma delle vecchie c. c.: si avranno ormai i Bollari, gli Atti dei Romani Pontefici, gli Atti delle varie Congregazioni, uffici e tribunali, anche non si arriverà alla unificazione e semplificazione, anche formale, del diritto con il CIC.
Giuseppe D'Ercole
#### B) C. C. ORIENTALI.
SOMMARIO:
I. Collezioni di rito bizantino
II. Collezioni di rito alessandrino
III. Collezioni di rito antiocheno
IV. Collezioni di rito armeno
V. Collezioni di rito caldeo.I. COLLEZIONI DI RITO BIZANTINO
I. Collezioni greche (bizantine). — a) La c. c. primitiva. La Chiesa al principio della sua esistenza non disponeva di un sistema completo di norme e regole, ma, se si eccettua un certo numero di principi fondamentali e di precetti particolari che erano contenuti nei libri del Nuovo Testamento o nella tradizione orale, doveva creare il suo diritto. In questo processo le Chiese particolari, nei primi secoli, godevano di una larghissima autonomia, benché l'influsso delle Chiese-madri e quello delle città più importanti si sia fatto sentire anche in quell'epoca.Più che la legislazione regnava la consuetudine, il costume. Il desiderio di fissare tali norme consuetudinarie o tradizionali e di dar loro una autorità superiore spinse alla composizione degli scritti ed ordini pseudoapostolici, dei quali si trova un numero così rilevante nei primi secoli cristiani.
Con il sorgere delle eresie e con il crescere del numero dei fedeli, il bisogno di una maggiore determinazione e di una più grande uniformità si fece sempre più vivo. Nella seconda metà del sec. II si incominciano a convocare sinodi dei vescovi. Nel III sec. tali sinodi regolano accanto alle questioni di fede e di dottrina anche questioni disciplinari. Specialmente nella seconda parte di questo secolo sorge in questa guisa una disciplina penitenziale di cui si trova l'eco ancora nei canoni posteriori. Il IV sec. fa un ulteriore passo in quanto l'auto-
rità dei canoni dei Concili ecumenici non è più dipendente dalla libera accettazione, ma obbliga senz'altro tutti i vescovi e fedeli.
I canoni dei concili non trattano sistematicamente un soggetto. Essi rispondono a questioni di attualità, sciolgono difficoltà del momento proposte dai vescovi al sinodo. Si presentano perciò incompleti e presto si nota la tendenza di raccogliere i vari gruppi di canoni. In Oriente ci sono rimaste poche vestigia di tali tentativi. Forse perché presto una collezione di canoni ebbe il sopravvento e soppiantò tutte le altre raccolte. Già i Padri del Concilio di Calcedonia avevano nelle mani una collezione che comprendeva in primo luogo i canoni di Nicea (325), seguiti da quelli dei Sinodi di Ancira (314), Neocesarea (314-320), Antiochia (328-32), ma falsamente già dall'antichità attribuiti al concilio in Encaenias del 341), Gangra (342) e Laodicea (347-78), tutti con numerazione continua. I canoni del Concilio di Costantinopoli (381) formavano una specie di appendice. Essi, assieme ai canoni di Calcedonia (451), prima della fine del sec. v, entrarono pure nella collezione, al cui principio furono posti gli 85 cosiddetti canoni apostolici (composti ca. il 360-80).
Le origini di questa collezione sono ancora oscure. Secondo l'opinione più comune un primo nucleo si sarebbe formato al principio del sec. IV, consistente di 24 canoni del Concilio di Ancira (i 10 ultimi appartengono in realtà a un Concilio di Cesarea, come ha lucidamente provato il Lebon, Le muséon, 51 [1938], pp. 89-132) e da 14 canoni del Concilio di Neocesarea. Si aggiunsero presto i 20 canoni del I Concilio ecumenico di Nicea, cui fu dato il primo posto per ragione della sua autorità, come viene dichiarato espressamente in una nota aggiunta. A questo primo nucleo accedettero poi i canoni dei tre Concili di Antiochia, Gangra e Laodicea.
Più recentemente però Ed. Schwartz ha proposto una nuova spiegazione. Secondo lui il Corpus canonum sarebbe l'opera degli Ariani «omei» i quali dirigevano difatto la Chiesa durante gli anni 360-78. Con gli stessi intenti con cui producevano una vasta letteratura pseudo-apostolica (le costituzioni apostoliche, i canoni degli Apostoli, le false Ignaziane ecc.) avrebbero composto la collezione dei canoni, cioè per dare più autorità alla Chiesa di Antiochia. Guidati da tale criterio scelsero i
Concili: quelli di Antiochia (attribuendo i canoni al celebre Concilio ariano del 341), di Gangra, di Ancira e di Neocesarea nei quali i vescovi di Antiochia avevano avuto la presidenza, e il Concilio tenuto da vescovi antiniceni a Laodicea. Soltanto dopo la loro caduta gli ortodossi avrebbero adottato la collezione, aggiungendovi in primo luogo i canoni del Concilio di Nicea. Concezione brillante e probabile, di cui è però prudente aspettare l'ulteriore conferma.
Al principio del sec. VI la collezione appare arricchita ancora di un certo numero di canoni del Concilio di Efeso e dei canoni di Sardica, talvolta inseriti dopo il Concilio di Gangra, talvolta e per lo più aggiunti alla fine dei concili. Si era formata così una raccolta di canoni di 10 sinodi, 4 ecumenici e 6 locali, preceduti dai canoni dei SS. Apostoli.
b) La Synagogé di 50 titoli. La collezione primitiva, ordinata secondo il criterio «cronologico», era difficile da consultare. Perciò già ca. il 535 un autore a noi sconosciuto compose una collezione «sistematica» in 60 titoli. Una raccolta di estratti delle leggi civili riferentisi alle cose ecclesiastiche (Collectio XXI capitulorum), sembra averne formato l'appendice. Si sa di tale opera solo dall'allusione che ne fa Giovanni Scolastico, più tardi patriarca di Co-

Con la Synagogé è spesso unita la Collectio LXXXVII capitulorum, aumentata talvolta dalla Collectio XXV capitulorum, ossia dalla Collectio XXI capitulorum, arricchita da 4 capi che contengono Novelle. Il Beneševíć pensa che l'autore della collezione e della sua aggiunta alla Synagogé sia stato lo stesso Giovanni Scolastico. Più tardi la Synagogé fu trasformata in Nomocanone: sotto i singoli titoli furono collocati i testi presi sia dalla Collectio LXXXVII capitulorum, sia da altri fonti del diritto civile. Ma questo avvenne probabilmente dopo la morte del patriarca.
c) Il Syntagma di XIV titoli. Il metodo usato da Giovanni Scolastico fu perfezionato dall'autore di un'altra c. c., scritta poco dopo (ca. il 580). L'opera è divisa in due parti: la prima comprende 14 titoli, suddivisi in 329 capi, nei quali non viene già posto il testo stesso dei canoni, ma solo un rinvio. La seconda parte contiene la collezione «cronologica» dei canoni. In tal maniera fu possibile non solo di specificare molto più la materia, ma anche di citare i canoni quante volte piaceva, senza ingombrare il testo. Inoltre furono accolte nella collezione nuove fonti, in specie i canoni del Concilio di Costantinopoli (394) e quello di Cartagine (419) e di dodici SS. Padri, fra cui s. Basilio con tutte tre le lettere canoniche. L'autore aggiunse alla fine una raccolta delle leggi civili riguardanti le cose ecclesiastiche, la cosiddetta Collectio constitutionum ecclesiasticarum (chiamata anche Collectio tripartita o Paratitla). Non si sa niente di preciso sull'autore.
Nell'a. 629 o 630 l'opera subì una trasformazione importante (vedi tit. IX, cap. 1). Un legisperito, vivente, a quanto pare, a Costantinopoli, identificato da quanto vien detto nel tit. N, cap. 10 con il cosiddetto Enantiophanes, autore noto nel diritto bizantino, tramutò il Syntagma in un Nomocanone, riportando brevi estratti o testi epitomati delle leggi civili (desunti però non dalla Collezione tripartita, ma da altre raccolte) sotto i rispettivi capi della prima parte della collezione. Aggiunse inoltre al nomocanone quattro Novelle di Eraclio e i canoni di s. Gregorio di Nazianzo e di s. Atanasio.
In seguito tanto il Syntagma quanto il Nomocanone di XIV titoli furono spesso trascritti, sia integralmente, sia nelle loro parti separate, in varia maniera aumentati, trasformati ecc. I padri del Concilio in Trullo (691-92) nello stabilire il 2° canone avevano nelle loro mani una collezione che rispondeva alla seconda parte, «cronologica», già aumentata, del Syntagma. Nell'883, sotto il patriarcato di Fozio, fu fatta una seconda recensione del Nomocanone, la quale si limitò però ad aggiungere i concili tenuti nel frattempo. È discussa la questione se il patriarca stesso sia intervenuto in questo lavoro o no. Ad ogni modo il Nomocanone presto incominciò a circolare sotto il suo nome. Una terza edizione, la quale peraltro non ebbe molta diffusione, fu fatta da Teodoro Bestes nel 1090, dietro ordine del logoteta Michele ed ebbe lo scopo di indicare dappertutto il luogo dei Basilici che rispondeva alla citazione giustiniana delle fonti di diritto. Il Concilio dell'Unione del 920 riconobbe al Nomocanone un'autorità ufficiale. Più importante ancora divenne il fatto che i grandi commentatori bizantini scrissero i loro commentari al Nomocanone, Zonara alla parte «cronologica» di esso, Balsamone ad ambedue le parti. Oggi il Nomocanone di XIV titoli è la collezione più autorevole del diritto ecclesiastico bizantino e come tale considerato da tutte le Chiese dissidenti di rito bizantino.
d) La Synopsis sacrorum canonum. Accanto alle grandi collezioni dei canoni sorse nel sec. VI una collezione con il testo compendiato dei canoni, la quale comprendeva oltre i canoni apostolici quelli dei 10 sinodi, i canoni del Concilio di Cartagine e le tre lettere canoniche di s. Basilio. Essa viene ascritta nei manoscritti a vari autori, Stefano di Efeso (sec. VI), Simeone logoteta (sec. X), Alessio Aristino, di cui il primo sarà stato probabilmente l'autore dell'opera, gli altri autori di nuove recensioni. L'Aristino scrisse alla Synopsis un commentario molto stimato per la sua chiarezza e concisione. Essa ebbe larga diffusione anche fuori dei confini dell'Impero bizantino.
e) Il Σύνταγμα κατά στοιχείον (Syntagma alphabeticum). Il Nomocanone di XIV titoli con i commentari dello Zonara e del Balsamone si indirizzava a persone di una certa coltura ecclesiastica. Negli ultimi tempi dell'impero, quando assieme alla potenza politica il livello dell'educazione si era abbassato, si voleva per i chierici un manuale del diritto chiaro, breve e di facile consultazione. Tale libro fu scritto nel 1335 dallo ieromonaco Matteo Blastares, residente, a quanto pare, a Salonicco. L'opera è divisa, secondo il numero delle lettere dell'alfabeto greco, in 24 parti, sottodivise in 303 capi; le materie sono ordinate secondo l'alfabeto.
Oltre che i canoni dei concili e dei SS. Padri, e qualche citazione di Zonara e di Balsamone, contiene anche le disposizioni del diritto profano nelle materie civili che possono più interessare un chierico, aggiunta che gli dava un pregio particolare. Tutto ciò è riportato in forma compendiata e, ordinariamente, senza particolareggiata indicazione della fonte. Quanto favore però il libro incontrasse, mostra il fatto che fu tradotto in molte lingue, neogreca, slavica, serba, russa ecc.
f) Il Nomocanone di Manuele Malaxos. Questo libro ci porta già nel tempo della dominazione turca. Malaxos, notaio del metropolita di Tebe, scrisse il suo libro a Nauplia nel 1561. Alla prima edizione in lingua letteraria, di cui oggi si conservano tre copie, egli fece seguire una versione in lingua neogreca (1562-63), di cui oggi si conoscono più di 300 manoscritti ai quali molti altri si dovranno aggiungere. La prima edizione sembra aver avuto 580 canoni; il numero dei canoni della seconda varia fra 203 e 694, varietà dovuta senza dubbio ai copisti dell'opera. Non è il valore intrinseco della collezione — accanto ai canoni si trovano anche notizie riguardanti la geografia, meteorologia e filosofia — ma l'accessibilità a tutti che ne spiega la grande diffusione.
g) Il Πηδάλιον. Per supplire ai bisogni della Chiesa del loro tempo, i due monaci atoniti Nicodemos e Agapios alla fine del sec. XVIII composero un manuale dei canoni, accompagnandoli con un commentario, una «concordia» dei canoni e con note. Il libro fu stampato nel 1800 a Lipsia. Nel patriarcato di Costantinopoli e nella Grecia ebbe autorità ufficiale. Fu ristampato parecchie volte e nel 1844 anche in lingua romena nel monastero di Neamt.
h) Altre c. c. Una Synopsis canonum, opera di non grande merito, ebbe l'onore indebito di esser stampata due volte; il suo autore, un monaco del monte Athos di nome Arsenio, è stato identificato senza ragione con il patriarca omonimo (1254-61, 1261-64). Più completa, benché opera breve e semplice, è la Ἐπιτομή τῶν θείων καὶ ἱερῶν κανόνων del giudice di Salonicco Costantino Harmenopoulos, autore ben noto del Hexabiblos o Πρόχειρον τῶν νόμων (1335). Esso tratta in sei libri successivamente dei vescovi, dei sacerdoti, dei diaconi e suddiaconi, dei chierici inferiori, dei monaci e monasteri, dei laici e delle donne.
Sotto la dominazione turca, nel 1645, fu composta dall'archimandrita Giacomo di Gianina dietro mandato del patriarca Partenio la collezione intitolata Ἡ Βακτηρία τῶν ἀρχιερέων (Il bastone dei vescovi). L'autore seguendo nella disposizione dell'opera il Blastares, lo supera molto per la vastità di essa: essa contiene 1274 capitoli. Fu usata nei Balcani e specialmente presso i Romeni dopo che ne era stata fatta, nel 1754, una versione nella loro lingua. Non fu mai stampato.
Vi sarebbero da nominare ancora altre collezioni, sia stampate, come il Κανονικόν del monaco Cristoforo (Costantinopoli 1800), sia rimaste negli archivi; ma esse non hanno esercitato una influenza durevole.
2. C. c. melchite. — La storia giuridica dei tre patriarcati «orientali» di Alessandria, di Antiochia e
di Gerusalemme è poco esplorata. Non c'è da dubitare che i canoni dei concili ecumenici e locali vi furono conosciuti ed applicati, ma sulla recezione o no di certe collezioni mancano dati sicuri.
Solo più tardi, secondo recenti ricerche, appare una collezione propria dei Melchiti che nei manoscritti dal XII fino al XVIII sec. mostra caratteristiche che la distinguono nel loro insieme dalle altre; i canoni del Concilio di Nicea vengono posti dopo quelli di Ancira e Neocesarea, si aggiungono i canoni pseudonincini arabi, i canoni spirituali, i canoni di Epifanio, i canoni apocrifi di Basilio, la seconda serie dei canoni del II Concilio di Nicea (cioè, difatti, la Collectio LXXXVII capitulorum), il Prócheiros Nómos, ecc. Vi sono rapporti con le collezioni caldee e copte, ma esse non sono abbastanza esplorate per poter dare un giudizio sicuro.
3. Collezioni bulgare e serbe. — Durante i primi tempi dopo la conversione del paese la Chiesa bulgara spiegò una vivissima attività nel campo delle traduzioni dei libri ecclesiastici greci nella lingua slava ecclesiastica, perseguendo l'impulso dato dai discepoli dei ss. Cirillo e Metodio. Molte di queste traduzioni trovarono la via per la Russia, dove facilitarono il compito di fondare una Chiesa di rito slavo. Nulla però è noto di versioni bulgare delle opere più importanti di diritto canonico. Più tardi i Bulgari, secondo le circostanze e i tempi, si servirono delle opere greche o delle traduzioni ed edizioni fatte dai loro vicini.
Anche i Serbi si riferivano da principio agli scritti bizantini. Ma all'inizio del sec. XIII Saba, in seguito fondatore della Chiesa serba autocefala e il suo primo arcivescovo, durante il suo soggiorno nel monastero di Chilandar del monte Athos, curò la compilazione di una nuova c. c. in lingua slava, la cosiddetta Korméaja Kniga, la quale accolse non il testo integro dei canoni, ma il testo epitomato della Synopsis canonum, assieme, per lo più, al commentario di Aristinos, e inoltre molti documenti della legislazione bizantina posteriore, decreti sinodali dei patriarchi di Costantinopoli, Novelle di Alessio I Comneno, risposte di vescovi o altri periti del diritto canonico ecc. Sono conservati oggi ancora 7 manoscritti di questa opera con varie recensioni.
Non meno importante per la prassi divenne la versione in lingua slava del Syntagma alfabetico di Matteo Blastares, fatta prima della fine del sec. XIV. Nei tempi recenti la Chiesa serba si è servita anche delle edizioni russe e greche dei canoni.
4. Collezioni russe. — Già nel secc. XI e XII le principali c. c. tradotte in lingua slava ecclesiastica circolavano nella Russia, in specie la Synagogé di 50 titoli (nella versione fatta probabilmente dallo stesso s. Metodio), e il Syntagma di XIV titoli. Con il tempo, specialmente quest'ultima, si accrebbe di molti altri documenti, ordini ecclesiastici, trattatelli, risposte dei metropolit, statuti dei principi, ecc., di origine russa. D'altra parte il metropolita Cirillo II ottenne nel 1270 (1262?) dal despotato bulgaro Giacomo Svjatoslav la Korméaja Kniga serba che fu letta e raccomandata nel Sinodo di Vladimir (1274).
Così si formarono due famiglie di manoscritti della Korméaja Kniga, l'una con il testo integro dei canoni e aggiunte di origine russa, l'altra con il testo epitomato con fonti bizantine. Quando per ragione delle innumerevoli divergenze e delle gravi corruzioni che avevano pian piano sfigurato il testo, verso la metà del sec. XVII una riforma si imponeva, la tendenza allora dominante nella Russia e nella Chiesa russa che cercava un avvicinamento ai costumi della Chiesa greca, decise per la
stampa della Korméaja serba. Essa fu data alla stampa, con mutamenti solo di secondaria importanza, nel 1650 dal patriarca Giuseppe. Ma appena finita l'opera Giuseppe morì e il suo successore Nikon, uomo religioso e pio, ma autoritario, fatte ritirare le copie già distribuite, sotto il pretesto di voler correggere le inesattezze, pubblicò nel 1653 un'altra edizione, nella quale pochi sono i cambiamenti, riguardanti specialmente i trattati posti al principio e alla fine dell'opera. I 70 capi contenevano quasi esclusivamente documenti di provenienza bizantina. Accanto ai canoni dei concili nel testo della Synopsis, del 14 titoli, di risposte di vescovi, ecc. si trovano anche la Donatio Constantini — come prova della superiorità della Chiesa sopra lo Stato — dei codici bizantini come l'Ecloga degli imperatori isaurici, il Prócheiros Nómos di Basilio I, novelle, trattati polemici contro i latini, nel capo 50 un'istruzione sul matrimonio, nella quale ha trovato posto anche un estratto del Rituale Romanum di Paolo V.
La Korméaja Kniga rimase il libro ufficiale di diritto anche nei secoli seguenti (i «vecchi credenti» invece si attaccarono alla Korméaja di Giuseppe, della quale di nascosto fecero delle nuove edizioni). Con il progresso però della coltura ecclesiastica russa ne apparvero le deficienze e perciò il S. Sinodo, nel 1839, procurò l'edizione in lingua slava del testo completo dei canoni, la Kniga pravil. Da quel tempo l'autorità pratica della Korméaja Kniga è molto diminuita.
5. Collezioni romene. — Dopo la formazione dei due principi danubiani la Chiesa romena rimase per molto tempo ancora sotto l'influsso sia dei Bizantini, sia dei Serbi. La versione slava del Syntagma alphabeticum del Blastares era particolarmente usata e stimata. Dalla seconda parte del sec. XVI i Romeni, dapprima nella Transilvania (per l'opera del diacono Coresio), poi anche nei principi, incominciarono a pubblicare qualche opera minore di carattere penitenziale. Nel 1652 viene poi edita, con l'approvazione del principe Matteo Basarab a Tirgoviste la Indreptarea legei (= Nomocanone), chiamata pure Pravila cea Mare, codice ecclesiastico piuttosto che civile, che rimase ufficialmente il codice della Chiesa romena fino ai nostri giorni. La prima parte contiene 417 canoni di cui 314 sono desunti dal Nomocanone del Malaxos, 103 dal codice del principe Basilio Lupu della Moldavia (1646). La seconda parte dà la Synopsis canonum con il commentario dell'Aristinos. Il testo di ambedue le parti però ha spesso il carattere di una parafrasi piuttosto che di una versione letterale.
Per qualche tempo godettero di molto favore anche la Bakteria, tradotta nel sec. XVIII in romeno, e il Pedalion, pubblicato nel 1844 in versione romena nel monastero di Neam.
6. Collezioni georgiane. — Nonostante i frequenti rapporti culturali e letterari che la Georgia ha avuto dal tempo della sua conversione con l'Armenia e la Palestina, si sa di una versione dei canoni nella lingua georgiana solo nel tempo del massimo influsso bizantino. È ancora s. Eutimio (m. nel 1028), l'instancabile traduttore del monastero Iviron (= dei Georgiani) del monte Athos, che oltre il Nomocanone penitenziale di Giovanni il Digiunatore diede ai suoi connazionali in georgiano anche i canoni del Concilio di Trullo. Controversa è la data della versione del «Grande nomocanone georgiano», ossia del Nomocanone di 14 titoli. Il Kekelidze stima che esso sia stato tradotto da Arsenio Iqalthoeli verso la fine del sec. XI, mentre altri, nominatamente il Beneševik, vogliono che già nel sec. X ne fosse esistita una versione e che Arsenio abbia fatto solo una versione perfezionata. Più tardi furono fatte anche raccolte dei canoni dei concili nazionali e dei katholikós. Esse
furono poi accolte nella grande collezione delle leggi georgiane fatta dal re Vakhtang VI alla fine del sec. XVII.
b) V. N. Benešević, Ioannis Scholastici Synagoge L. titulorum, Monaco 1937; J. Voellus et Chr. Justellus, Bibliotheca iuris canonici veteris, II, Parigi 1661, pp. 499-602; J. B. Pitra, op. cit., II, pp. 375-85; V. N. Benešević, Synagoge u 50 titulov i drugie juridijskie sborniki Ioanna Shkolastika, Pietroburgo 1914; E. Schwartz, Die Kanonessammlung des Joh. Scholasticus (Sitzungsber. d. Bayr. Akad. d. Wiss., Phil.-hist. Abt., 6), Monaco 1933.
c) Pitra, op. cit., II, pp. 433-64; G. A. Rhalli e M. Potli, Συνταγμα τῶν θείων καὶ ἱερῶν κανόνων, I-IV, Atene 1852-54; G. Bevergius, Συνόδων, 2 voll., Oxford 1872; PG 104; V. N. Benešević, Kanonijskij Sbornik XIV titulov vo vtoroj četverti VII věka do 883 g., Pietroburgo 1905; E. Zacharić von Lingenthal, Über den Verfasser und die Quellen des (Pseudo-Photianschen) Nomokanon in XIV Titeln (Mémoires de l'Acad. impér. de St-Pétersbourg, 7e serie, 32, XVI).
d) M. Kraznošen, Sinopsis cerkowskij pravil i istorija ngo obrazovanija, in Vizant. Vremennik, 17 (1912), pp. 225-46; id., Tolkovateli kanonijskogo kodeksa Vostočnoj cerkvi, Aristin, Zonara i Valsamon, 2e ed., Jurjice 1911; E. Zacharić von Lingenthal, Die Synopsis canonum (Sitzungsber. d. Kais. Akad. d. Wiss.), 1877, pp. 1147-63; Voellus et Justellus, op. cit., II, pp. 673-709.
e) G. Bevergius, Συνόδων, II; PG, 144-45; Rhalli e Potli, op. cit., VI; F. N. Iljminski, Sobranie ili alfavitnaja Sintagom M. Vlastarja..., Simferopol 1901.
f) E. Zacharić von Lingenthal, Die Handbücher des geistlichen Rechtes aus den Zeiten des untergehenden byzantinischen Reiches und der türkischen Herrschaft (Mémoires de l'Acad. imp. des sciences de St-Pétersbourg, 7e serie, 28, VII); C. A. Spulber, Indreptarea legii, Bucurest 1938; K. I. Αναβωνιάτης, Ο Νομοκάνων τοῦ Μανωήλ Μαλαξιού, Atene 1916; id., Νομοκανουσί μελέτου, IV 1928; Γιάννη Δημ., Ο Νομοκάνων τοῦ Μαλαξιού ὡς πηγή δωκίων τοῦ μετὰ τὴν ἄλωναν Ἑλληνισμοῦ, in Πρατικά τῆς Ἀκούς, Ἀθηνῶν, 13 (1938), pp. 396-401.
g) Voellus et Justellus, op. cit., II, pp. 749-84; PG, 133, 9-62; Leuncelavius, Ius Graeco-Romanum, I, Francoforte 1596, pp. 1-60; St. Gr. Berechet, Istoria vechiului drept românesc, Jassy 1934, pp. 123, 130 eg.; L. Petit, Le manuel canonique du moine Chriotphore, in Echos d'Orient, 2 (1898), pp. 103-106; Chrysostomos Papadopoulos, Ἑλληνικὸ Σύλλογο τοῦ ἱερῶν κανόνων κατὰ τοὺς μετὰ τὴν ἄλωναν ζηθονος, in Θεολογία, 13 (1935), pp. 1-8. - Per le collezioni melchite: W. Riedel, Die Kirchenrechtsquellen des Patriarchats Alexandrien, Lipsia 1900; A. Cousso, Indication des sources du droit canon chez les Melchites, in Studi storici sulle fonti del diritto canonico orientale (Fonti, 8), Città del Vaticano 1932; G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, I (Studi e Testi, 118), pp. 586-620; J. B. Darblade, La Collection canonique Melhite d'après les manuscrits arabes des XIIIe-XVIIe siècles, in Orientalia Christiana Periodica, 4 (1938), pp. 85-119; id., La Collection canonique arabe des Melhites, Harissa 1946. - Per le collezioni bulgare e serbe: N. Milas, O kanonijskim zbornicima pravoslavne cerke, Novi Sad 1886; id., Savinska Krmčija, Zadar 1886; Tschedomilj Mitrovits, Nomokanon der slavischen morgenländischen Kirche oder die Kormschaja Kniga, Vienna 1898; Stojan Novaković, Matije Vlastara Sintagmat, Belgrado 1907. - Per le collezioni russe: A. S. Pavlov, Personaliznij slavjano-ruskij nomokanon, Kazan 1869; H. F. Schmid, Die Nomokanonübersetzung der Methodismus, Lipsia 1922; V. N. Benešević, Drevne-slavjanskaja Kormčija XIV titulov bez tolkovanij, Pietroburgo 1907; I. I. Sreznevski, Obozrenie drevnikh russkih spiskov Kormčij Knigi, in Sbornik Otdelenija russkago jezyka i slov. imp. Akad. Nauk, 65; G. A. Rosenkampf, Obozrenie Kormčij Knigi, 2e ed., Pietroburgo 1839; Armilius Herman, De fontibus iuris ecclesiastici Russorum, Città del Vaticano 1936. - Per le collezioni romane: C. Popovici jun., Fontanele si Codicii dreptului bisericescu ortodoxu, Cernauti 1886; St. Gr. Berechet, Istoria vechiului drept românesc, I, Jassy 1934; C. A. Spulber, Indreptarea legii, Le Code valque de 1637, parte 1e, Bucurest 1938; Ioannes D. Dan, Pravila Magna etusque auctoritas in Ecclesia Romana, Roma 1944. - Per le collezioni georgiane: Vl. Benešević, Gruzinskij velikij nomokanon, in Khristianskij Vostok, 2 (1914), pp. 349-77; 3 (1917), pp. 112-27; J. Karst, Recherches sur l'histoire du droit ecclésiastique Carth-édien, in Archives du droit oriental, 1, pp. 321-99; id., Code g'orgien du roi Vakhtang VI, Strasburgo 1934 agg.
II. COLLEZIONI DEL RITO ALESSANDRINO
Siccome il vasto materiale riguardante il diritto canonico dei vari riti non bizantini in grandissima parte non è né edito né esplorato, non è possibile esporre la storia della versione e della recezione dei canoni più o meno comuni a tutte le Chiese orientali e delle loro collezioni. Ci si limiterà dunque ad indicare, senza entrare nella storia della loro genesi, le grandi collezioni canoniche che, a un dato momento, fanno la loro apparizione in tutti i riti e servono da manuali alla rispettiva gerarchia.1. Collezioni capte. - Nella Chiesa copta hanno sempre avuto una grande autorità gli ordini ecclesiastici pseudo-apostolici ed i canoni apocrifi, quali furono in gran parte raccolti nell'Octateuchos arabo, nei « 127 canoni degli Apostoli » e in simili scritti. Erano conosciuti però anche i canoni autentici dei concili, almeno quelli anteriori al Concilio di Calcedonia; si ritrovano assieme alle collezioni pseudo-apostoliche e ai canoni dei patriarchi medievali nelle grandi collezioni dei secc. XII-XIV. Fra esse occorre nominare in primo luogo il Nomocanone del metropolita Michele di Damietta, scritto nel sec. XII. Più importante è divenuto il Nomocanone di aș-Șafi ibn al-«Assăl, scritto nel 1236. Egli riassume in modo personale ed elegante le sue fonti. Nella prima parte è diviso fra 22 capi quanto le collezioni di diritto canonico sogliono contenere. La seconda parte tratta del diritto civile, cioè comprende i « 4 Libri dei re », compilazione singolare che deve la sua origine senza dubbio ai Melchiti. I due primi libri sono costituiti dal Prócheiros Nómos di Basilio I e dal « Libro Siro-Romano ». Il Nallino soprattutto ha indicato il carattere fittizio di tali compilazioni: i cristiani presentavano tali libri come i codici del loro diritto per non sembrar inferiori ai musulmani. A differenza dei precedenti la collezione dei canoni del sacerdote Macario (sec. XIV) non è una collezione sistematica (o Nomocanone nel senso posteriore della parola), ma una collezione « cronologica » che contiene un vasto materiale, preso in parte dai Melchiti, come, ad es., i canoni di Calcedonia. Un catalogo dei canoni con il loro testo epitomato si trova infine nella « Lampada delle tenebre » di Abû l-« Barakât (sec. XIV), enciclopedia teologica che raccoglie ogni specie di notizie utili ai chierici. Il Nomocanone di aș-Șafi è stato edito recentemente due volte (Cairo 1908 e 1927) per uso dei chierici.
2. Collezioni etiopiche. - Come gli altri libri così le fonti del diritto ecclesiastico sono pervenuti alla Chiesa etiopica per mezzo dei copti. Ciononostante sembra che il Senodos o « libro dei sinodi », in uso presso gli etiopi sia piuttosto di origine melchita. Contiene, accanto a parecchie serie di canoni apostolici, la Constitutio ecclesiastica aegyptiaca e altre fonti pseudoapostoliche, i canoni genuini e i cosiddetti canoni arabi di Nicea e quelli dei sei primi concili locali. Il libro fu tradotto dall'arabo, prima del regno di Zar'â Jâ'qob (1434-68), a quanto pare, poiché questi lo inviò a Gerusalemme.
Autorità di vero codice invece ha il Fetba Nagast (« Legislazione dei re ») che non è altro che la versione, spesso parafrasata e non di rado scorretta, del nomocanone di aș-Șafi ibn al-«Assăl. Sulla data della versione: XV, XVI o XVII sec., disputano gli autori.
III. COLLEZIONI DI RITO ANTIOCHENO
1. Collezioni sire. - Presso i siri la collezione primitiva dei canoni fu presto ricevuta; abbiamo una versione siriana dell'anno 501 edita da F. Schultheze, Die syrischen Kanones der Synoden von Nicaea bis Chalcedon (Abhandl. Kön. Ges. der Wiss. Göttingen, Phil.-Hist. Kl., nuova serie 10, 11 [Berlino 1908]). Essa comprende i Concili fino a quello di Calcedonia, eccetto quello di Efeso. Un altro manoscritto (dopo il 641) contiene una versione diversa e comprende anche il Concilio di Efeso; quello di Calcedonia è stato aggiunto più tardi. Il materiale canonico si accrebbe con i canoni dovuti a celebri personaggi, come Rabbülâ, Severo, Giacomo di Efeso, Giovanni vescovo di Tela e con decisioni dei patriarchi. Tuttequeste fonti, come anche le collezioni pseudo-apostoliche, ad es., l'Octateuchos siriano, servirono poi a Bar Ebreo, il più grande scrittore della Chiesa sira (monofisita), a compilare il suo «Libro delle direzioni», diviso in 40 capi, di cui gli 8 primi trattano del diritto ecclesiastico, gli altri del diritto civile, penale e processuale. Questo Nomocanone costituisce sino ai nostri giorni il codice dei siri giacobiti.
Lo stesso vale per i malankaresi giacobiti, ossia quella parte dei cristiani di s. Tomaso nell'India meridionale, i quali nel sec. XVII si misero sotto la giurisdizione del patriarca giacobita di Antiochia.
2. Le collezioni maronite
Anche i Maroniti ricevettero nel medioevo la loro collezione canonica. Un metropolita David, nel quale molti volevano vedere l'autore, sembra esser stato piuttosto il traduttore di questo «Libro della direzione» (1058-59). Le fonti sono quelle che si trovano in simili collezioni, i canoni dei concili ecumenici e locali fino a quello di Calcedonia (di Efeso solo un canone), i 23 canoni ascritti al Concilio di Costantinopoli, i 130 «canoni degli imperatori Costantino, Teodosio e Leone», ossia il «Libro Siro-Romano» ecc. I maroniti si servirono pure molto del Nomocanone di aṣ-Ṣafī.IV. COLLEZIONI DEL RITO ARMENO: V. ARMENIA.
V. COLLEZIONI DEL RITO CALDEO
La Chiesa dell'impero persiano sembra aver ricevuto i canoni di Nicea (e forse anche quelli dei concili locali e di Costantinopoli) da Mārūtā, vescovo di Majperqat, quando nella qualità di ambasciatore bizantino venne per la seconda volta in Persia e riformò la Chiesa caldea (409-10). Da parte loro i sinodi nazionali emiserò decreti e canoni. Si formò così il materiale, raccolto, sembra, dal patriarca Timoteo I (780-823), nel libro del Synodikon.Le collezioni posteriori, dovute all'opera di privati, si valsero molto del Synodikon aggiungendovi i decreti dei sinodi recenti e dei Katholikos e delle decisioni e risposte di altri ecclesiastici di grande autorità. Una versione in lingua araba del Synodikon con molte omissioni fu fatta da Elia, metropolita di Damasco (dopo l'893; = Elias al-Gawhari?). Le stesse fonti, ma secondo criteri differenti sono state adoperate nella collezione di 'Abdallāh ibn aṭ-Ṭajjib, dotto filosofo, medico, sacerdote del sec. XI (m. nel 1043). Ma tutti i suoi predecessori vinse il metropolita 'Abdāb' (Ebedjesu) di Nisibi (m. nel 1318). Nella sua «Epitome dei canoni sinodali» (chiamata pure Nomocanone) e nell'«Ordine dei giudizi ecclesiastici» dà una esposizione sistematica dei canoni, introdotta e accompagnata da osservazioni personali. Nel sinodo del 1318 la sua opera fu approvata ufficialmente dalla Chiesa nestoriana. Anche oggi ne è ancora la collezione più autorevole.
Presso i malabaresi cattolici, ossia i cristiani di s. Tomaso uniti con la Chiesa cattolica dal sec. XVI, le collezioni indicate sono sconosciute e forse mai sono state in uso.
3), Città del Vaticano 1931. 2) G. Graf, op. cit., II, p. 91 seg.; F. Dib, Maroniti (Codificazione can. orient., 1° serie, 8), pp. 87-116. Per le collezioni di rito caldeo: G. Graf, op. cit., I, pp. 433-443, 556-621; II, 103-219; J. Vosté, Caldei (Codificazione can. orient., Fonti, 8), Roma 1932, pp. 648-64; C. Korolevskii, ibid., pp. 665-706; J. B. Chabot, Synodicon Orientale, Parigi 1902; Ebedjesu Metropolitae Sabae et Armeniae Collectio canonum synodicarum, in Mai, Scriptorum veterum nova Collectio, X, Roma 1838, parte 1°; Ordo iudiciorum ecclesiasticorum, collectus, dispositus, ordinatus et compositus a Mar Abdiš..., ed. Iacobus-M. Vosté, Roma 1940; id., Discipline chaldéeum, I: Droit ancien, (Codificazione can. or., 1° serie, 4), Roma 1931; J. Dauvillier, Chaldéen, Droit, in DDC, III, coll. 293-388. Emilio Herman