ESTREMA UNZIONE (OLIO SANTO). — È il Sacramento istituito da Gesù Cristo a sollievo spirituale e corporale dei fedeli gravemente infermi.
SOMARIO:
I. Sguardo d'insieme
II. Analisi dei particolari (materia, forma, effetti, ministro, soggetto)
III. Liturgia.I. Sguardo d'insieme
Verso l'anno 60 d. C. S. Giacomo il Minore a tutti i convertiti dal giudaismo scrisse: «C'è tra voi qualcuno che sia ammalato? Faccia chiamare i sacerdoti della Chiesa, che preghino sopra di lui, unendolo con olio in nome del Signore e l'orazione della fede salverà l'infermo e il Signore lo solleverà e se trovasi in peccati gli saranno rimessi» (Jac. 5, 14-15). Questo documento attesta l'esistenza, fin dall'età apostolica, di un rito composto di un'unzione (ἀλεξίωσεν ἐὰν ἀληθῶ) accompagnata da una preghiera (προσέχειν ἀληθῶς ἐὰν ἀληθῶς), cui sono uniti degli effetti so-pranaturali sia materiali e spirituali insieme (σώσει, ἔχει), sia esclusivamente spirituali (ἐὰν ἀληθῶς ἔχει) nel tempo, dove esiste il rito d'ordine e la sua essenza. Tale rito deve essere praticato dai capi della comunità cristiana (τὰς προσώπους ἐὰν ἀληθῶς), dove l'ordinamento è la sua essenza, che è la sua essenza. La Chiesa è la sua essenza, che è la sua essenza. La Chiesa è la sua essenza, che è la sua essenza. La Chiese è la sua essenza, che è la sua essenza. La Chiesa è la sua essenza, che è la sua essenza. La Cina è la sua essenza, che è la sua essenza. La Cina è la sua essenza, che è la sua essenza. L'ordine è la sua essenza, che è la sua essenza. L'ordine è la sua essenza, che è la sua essenza.Questo passo è nel suo nucleo centrale così determinato da lasciare intravedere gli elementi fondamentali di un Sacramento (istituzione divina, materia e forma, effetti spirituali, soggetto, ministro), ma è anche così vago nei particolari (non dice infatti quale olio si debba usare, quanto unzione si debba portare, quali parole pronunziare), da persuadere che l'Apostolo con tale esortazione non intendeva proporre qualche cosa nell'altra figura di primi cristiani, ma soltanto di richiamarsi all'osservanza di un'uso, di cui nell'ordinaria catechesi dovevano aver già appreso i particolari e l'intimo significato. Questa conclusione viene confermata dal fatto che se con l'uso di un nome, si capisce che l'ordine è la sua essenza, che è la sua essenza. La Chiesa è la sua essenza, che è la sua essenza. La Cina è la sua essenza, che è la sua essenza. La Chiese è la sua essenza, che è la sua essenza. La Cina è la sua essenza, che è la sua essenza. L'ordine è la sua essenza, che è la sua essenza. L'ordine è la sua essenza, che è la sua essenza.
Da ciò risulta che la Chiesa nascente era in possesso di un'unione insignita di tutte le note di un Sacramento. Questo fatto storicamente dimostrato è la chiave di volta per l'interpretazione delle testimonianze dei Padri. Se pertanto noi documenti posteriori si trovano degli accenni all'unione degli infermi, è lecito considerarli come anelli di una catena, che s'inizia con il passo di S. Giacomo.
Nel sec. II sono lievi ma preziosi i cenni della Di-daché, 10, 7 (soltanto nel frammento copto pubblicato nel 1923) e di S. Ireneo, Ade. haereses, 1, 5 (PG 7, 665). Nel sec. III le testimonianze si fanno più precise, presso S. Ippolito, Traditio Apostolica (testo con relativo commento in A. Chavasse, L'Unction des infirmes dans l'Eglise Laïque du IIIe siècle à la réforme carolingienne, in Recue des anciennes religieuses, 20 (1940), pp. 65-123), e nel Commento a Daniele, 1, 33 (G. N. Bonvetsch e H. Achelais, Hippolyte Werve, I, Lipsia 1897, pp. 44-45), Tertulliano, De prescriptione haereticorum, 4: P. L 1, 56, e specialmente Origenes, Hom. 2 in Lev. 1, 4: PG 12, 419. Nel sec. IV i documenti diventano molto chiari: Afraate, De-monstratio, 23, 3 (Rouet de Journel, Enchirid. Patristic., 689), Scrapione, Eucologia (ibid., 1241), S. Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, 3, 6: PG 49, 644. Nel sec. V appare un documento pontificio di eccezionale importanza: la lettera di Innocenzo I (scritta nel 416) a De-cenzo di Gubbio (testo in Denz-U, 99), in cui sono chiari molti punti dottrinali e disciplinari: a) il Papa fornisce la prima interpretazione autentica del passo di S. Giacomo: «non est dubium», dice, che questo testo si riferisce all'unione degli infermi, aggiungendo che l'Olio santo è preparato dal vescovo: «ab episcopo confectum»; b) al sec. V vige un duplice uso dell'Olio santo, uno sacramen-tale, riservato al ministero del vescovo e dei preti, un altro privato, per cui tutti i fedeli possono servirsene a scopo religioso, «in sua aut su-rum necessitate»; c) l'E. L. non si può amministrare che a fedeli regolarmente assolti «pazientis» funesti: «è dunque considerato un Sacramento dei vivi, compli-mento della Penitenza, come già aveva insegnato Origenes; d) il rito è chiamato Sacramento «genus Sacramenti» in senso proprio, perché viene collocato nello stesso piano dell'Eucaristia, infatti l'inciso: «quibus reliqua Sacra-menta negantur» si riferisce certamente all'Eucaristia, ricama ai penitenti non ancora assolti.
La lettera di S. Innocenzo, posta al centro dell'età patristica, proietta luce tanto sul passato (perché conferma il valore sacramental della pericoce di S. Giacomo, disposta quanto c'è d'indeterminato nelle precedenti testimonianze, attesta l'uso costante dell'unzione degli infermi nella Chiesa di Roma) quanto sul futuro per-chiè traccia la strada, che sarà battuta dall'interno Chiesa occidentale: infatti venne accolta in tutte le collezioni canoniche dal sec. V fino alle Decretali di Gregorio IX (1234) e passò attraverso S. Beda Venerabile (m. II 735) a tutti gli scrittori ecclesiastici dell'Occidente. Non tesa quindi meraviglia se verso la metà del sec. XII, al primo formolarsi della definizione esatta del Sacramento quell'analogia, che era una questione applicata all'unione degli infermi. Si era ormai giunti al periodo delle somme ab-brazianche in armonico sistema tutto lo scibile teologico. E' un punto allora che s'imbastì un piccolo trattato de-vestiva unzione, destinato a prendere il suo regolare passo alla 23 del IV Sent. di Pietro Lombardo e alle 23-24 del 23 del IV Sent. di Pietro Lombardo e alle 23-24 del 23 del IV Sent. di Pietro Lombardo e alle
quasi 23-24 del 23 del IV Sent. di Pietro Lombardo e alle 23-24 del 23 del IV Sent. di
II. ANALISI DEI PARTICOLARI
Dopo questo sguardo complessivo, da cui risulta storicamente dogmaticamente accertata la natura sacramental e del- l'E. U., se ne possono analizzare i singoli elementi.1. La materia remota di questo Sacramento è costi-
tuita:
a) dall'olio di ultro, che, come risulta dalla Scri-
tura: «Ungentes eum oleo» (loc. 5, 14) e du tutta la
tradizione, confermata dai Concili di Firenze e di Trento,
è richiesto per la validità del Sacramento. I Padri (spe-
Cialmente Vittore di Antiochia e Gregorio Nisseno) e il
ciatecchismo romano ne illustrano la convenienza basso di
sul simbolismo dell'olio (vigore, medicina, luce, calore);
b) benedetto dal vescovo, come si desume dalla tra-
dizione liturgica (Traditio Apostolica di Ippolito Ro-
mano, Eucologio di Serapione, Sacramentario gregoriano),
patristica (Innocenzo I), conciliare (Chalons 813, Aquis-
grana 836), confermata dal S. Uffizio nel 1611. I docu-
menti ora citati provano che la benedizione deve essere
impartita dal vescovo, ma ve ne sono altri che dimostrano
che tale potere può essere concesso a un semplice sacer-
dote: si allude alla disciplina orientale, che risale a tempi
remoti (sec. vii 2) e che gode dell'approvazione di Cle-
mente VIII (1595) e di Benedetto XIV (1742), e alla
disciplina occidentale stabilita da Benedetto XV durante
la guerra 1914-18 accolta poi nel CIC (can. 945);
c) benedetto «ad hoc», ossia con una formula
espressamente ordinata a consacrare l'olio degli infermi,
come sembrano insinuare tutti i documenti liturgici,
che contengono formole apposite (ad es., la Traditio
Apostolica, l'Ecologia di Serapione, il Sacramentario gre-
goriano). È certo che questa speciale benedizione è
necessaria per la liceità, ma si discute se si richiede per
la validità del Sacramento. Il Suárez sta per la sentenza
negativa e sembra aver ragione perché non consta che
Gesù Cristo abbia stabilito una determinata benedizione.
Pertanto «ad validitatem» basta che l'olio sia benedetto
in un modo qualunque, onde, in caso di necessità, si
può usare di altri olii consacrati dal vescovo, ad es. il
s. crisma, l'olio dei catecumeni.
2. La materia prossima è l'applicazione dell'olio
benedetto, ossia l'unzione dell'infermo «ungentes
cum» (loc. 5, 14), che, secondo quanto stabilisce
il CIC per la Chiesa latina (can. 947 § 1), si deve
praticare sugli occhi, sulle orecchie, sulle narici,
sulla bocca, sulle mani e sui piedi, che sono come
gli organi del peccato (si deve sempre tralasciare l'un-
zione delle reni); la Chiesa, come osserva s. Tommaso
(San Thael., suppl. q. 29, a. 2; q. 32, a. 6), vuol
porre la medicina dove sono le radici del male. I
Greci, al contrario, vengono la fronte, il mento, le
guance, le mani.
Ma se queste molteplici unzioni si richiedono e di
diritto ecclesiastico non consta, come già osservava
Benedetto XIV, che siano necessarie «di diritto divino»;
perciò in caso di necessità basta ungere un sol senso,
meglio la fronte; ed è lecito, per qualsiasi ragionevole
motivo, omettere l'unzione dei piedi. L'unzione deve
essere fatta dalla mano del ministro; non si ammettono
strumenti se non nel pericolo grave di infezioni e contagi
(CIC, can. 947).
3. La forma è una preghiera «orantes... oratio
fidei» (loc. 5, 14-15), che varia accidentalmente nei
diversi riti. Per la Chiesa latina il Concilio di Trento
sancì (Denz-U, 908) questa formula, che compare
soltanto dopo il Mille: «Per questa santa unzione
e per la sua piissima misericordia il Signore ti per-
doni tutto ciò che hai commesso di male con gli occhi,
con le orecchie, con l'odorato, con il gusto e con la
lingua, con le mani, con i piedi. Amen». La formula
greca invece è così concepita: «O Padre Santo, nu-
dico delle anime e dei corpi, che mandasti il Figlio
Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, a curare
ogni malattia e a liberarci dalla morte, sana anche
ESTREMA

Estrema unzione - L'E. U. Dipinto di Giuseppe Maria Cristo detto * lo Spagnolo * (della sena dei Sette Sacramenti) - Dresda, Finacoteca.
UNZIONE - L'E. U. Dipinto di Giuseppe Maria Crespi
detto «lo Spagnolo» (dalla serie del Sette Sacramenti) - Dresda,
Pinarocca.
Il tuo servo N. N. da tutte le infermità, che lo afflig-
gono, e riempilo di vita con la Grazia del tuo Cristo».
4. Gli effetti
Il Concilio di Trento, riepilogando l'insegnamento dei Padri, chiamò l'E. U. «perfezio- namento non solo della penitenza, ma anche della vita cristiana, che deve essere una perpetua peni- tenza» (Sess. XIV, scordio, in Denz-U, 907). L'E. U. è il perfezionamento della Penitenza (consummativum paenitentiae) perché:a) completa l'incorporazione a Cristo, restaurata
dal Sacramento della Penitenza. Infatti togliendo, da una
parte, le ultime reliquie del peccato, abbate gli estremi
ostacoli che impediscano la perfetta inserzione del membro
nel Corpo mistico, dall'altra, aumentando «ex opere ope-
rato» la Grazia abituale, rinsaldata il vincolo di unione con
Cristo. Inoltre, disponendo l'infermo «soffrire e a morire
in Cristo» per Cristo associa e configura i singoli membri,
come osserva il Bossuet, alle sofferenze e alla morte del
Capo (aspetto cristologico della Grazia dell'E. U.);
b) irrobustisce l'organismo soprannaturale e lo rende
atto a superare le ultime debolezze dello spirito, aggra-
vate dell'inflacchimento del corpo. Infatti le ferite del
peccato originale, curate nel Battesimo, e quelle dei
peccati attuali, rimangiate nella Penitenza, lasciano sono
molti aspetti indebolito l'organismo spirituale del fedele,
che al sopraggiungere dello sfacelo del demonio (v.) si trova esposto al pericolo grave
di soccombere nella prova suprema e di mettere così
a repentaglio tutto il corso della vita cristiana. A ovviare
a tali pericoli la Grazia sacramentale infonde un vigore
nuovo alla Grazia santificante, aumenta la virtù della
speranza, per cui l'infermo si rimette fidente nelle mani
della misericordia divina, moltiplici i soccorsi della Gra-
zia attuale, per cui il momento oppone pronta ripulsa alle
insinuazioni del tentatore. È questa l'«alleviatio» (della
Vulgata) o l'«eretico, excitatio» (èvèpèd del testo greco)
di cui parla Tac. 5, 15. Nel caso in cui l'infermo non
possa confessarsi, purché abbia un dolore di attrazione
dei propri peccati, questo Sacramento supplicare anche la Pentenza, rimettendo "ex opere operato" non solo i veniali ma anche i peccati mortali, come sempre intese il vivo magistero della Chiesa, insistendo sul testo biblico "et si fuerit in peccatis, remittentur ei" (Jac. 5, 15). L'E. U. inoltre, essendo ordinata a togliere tutti gli ostacoli che si frappongono all'immediato conseguimento della gloria (cf. S. Tommaso, Contra Gent. 4, 73) rimette anche la pena temporale del peccato (supposta una perfetta disposizione nell'infermo) e talora procura la sanità del corpo (cui allude il § 2: salvaverit di Jac. 5, 15), quando, secondo l'incrustabile giudizio di Dio, ciò giovi a un più facile conseguimento della gloria (aspetto antropologico della grazia dell'E. U.).
c) Malpatica le sollecitudini della Chiesa intorno al fedele sofferente. Il moribondo, ormai di nulla capace e di tutto bisognoso, si abbandona nelle braccia della pia madre comune, che si piega sopra di lui avvolgendone l'anima in un alone di preghiere, di raccomandazioni, di suppliche, convocandogli intorno tutti i membri della Chiesa militante, purgante, trionfante: Angeli, Santi, anime del purgatorio e giusti della terra sono schierati, invisibili ma oranti intorno al morante, mentre il sacerdote compie il sacro rito, al cui effetto, come insegna S. Tommaso, "plurimum valet devotio suscipientis et personale meritum conferentium et generale totius Ecclesiae" (S. Thom., Suppl. q. 32, a. 3). Nella luce di questa verità è concepito lo stupendo peccato del card. Newman, H. saggio di Caruso, tradotto in italiano da B. Masperi, in C. Martindale, Lo spirito del card. Newman, Brescia 1932.
5. I ministri dell'E. U. sono i "preti" (παραβλέπτες) di Jac. 5, 14), non gli anziani del popolo (come volerò i protestanti), ma i vescovi e i sacerdoti debitamente ordinati, come sempre intese e praticò la Chiesa (cf. Innocenzo I) e definì il Concilio di Trento (cf. ora anche CIC, can. 938 § 1). Dal fatto che il testo biblico usa l'espressione plurale "i presbiteri" (che è effettivamente un plurale di categoria, onde l'inciso è al vicecresteros) equivale a "chiamati uno dei presbiteri", come quando si dice "chiamati i medici" s'intende, chiamati uno dei medici), invalsa l'uso nella Chiesa antica, conservato tuttora in Oriente, di amministrare l'E. U. con l'intervento di molti sacerdoti, generalmente sette. Secondo il diritto vigente, nella Chiesa latina, l'E. U. deve essere conferita da un sol ministro (ad licitatem); e di regola deve essere il parroco del luogo, salvo il caso di necessità o di permesso del parroco stesso o dell'ordinario locale (can. 938-39).
La S. Congregazione de Propaganda Fide dichiarò che anche in caso di necessità, in mancanza cioè di altro prete, nessun missionario può amministrare a sé stesso questo Sacramento.
6. Il soggetto. Per la valida recezione si richiede che il soggetto sia:
a) battesxiata, come risulta da Jac. 5, 14 «infirmatur quis in vobis?» cioè tra voi fedeli, e come si deduce da tutta Economia sacramentale, alla cui base sta il Battesimo. Anche chi di recente è stato lavato al fonte può ricevere questo Sacramento perché il Battesimo, sebbene cancelli tutti i peccati, non toglie però quella debolezza spirituale, che può compromettere l'anima nel supremo combattimento;
b) con l'uso di ragione e con l'intenzione almeno abituale di ricevere questo Sacramento. Gli «infantes et perpetuo» amantes, non avendo mai peccato personalmente, non hanno bisogno di questo beneficio spirituale;
ginone di Prüm (m. nel 915) e da Burardo di Vormas (m. nel 1025) e le istruzioni ai sacerdoti di Teodolfo di Orléans (m. nell'821). A cominciare, invece, dai secc. IX e X, numerosi sono i Sacramentari e gli Ordine che riferiscono i formulari per l'amministrazione dell'E.U.: Ordo ad visitandum et vengendum infirmum (M. Ferotin, Le liber ordinum, in Monumenta Ecc. liturgica, V, pp. 71-72); Ordo Romanus X (ed. J. Mabillon: PL 78, 1022-22); Sacramentarium Fuldense sac. X (ed. G. Richter-A. Schönfelder, Fulda 1912, pp. 279-300). Poiché i formularivariavano, il Rituale Romano di Paolo V (1614) pensò di introdurvi definitivamente l'uniformità. Delle priglierie ivi contenute, alcune già erano in uso da molto tempo: p. es., le preghiere «Respice fatiscentem...» e «Domine Deus, qui per apostolum...» dal sec. XIV; le altre: «Introetat» e «Domine sancte...» agris infundendo corporibus...» dal sec. XV; l'invocazione: «In nomine Patris...» extinguatur in te omnis virtus diabolis...» si trova di già nell'Ordo X (sec. IX).
Il rito conteneva e contiene, pure in mezzo a tanta varietà, i seguenti punti capitali: 1) benedizione della camera dell'ammalato. Entrando il sacerdote dice: «Paucis domini habentibus in ea» ed asperge la camera con l'acqua benedetta (talvolta anche l'incensa: «cum odore incensi»: Sacram. Fuldense, n. 2394); 2) seruazione ancora armonizzato all'ammalato. 2) La riconciliazione e la confessione. Alla prima, congiunta con l'importazione della mano, richiama l'invocazione odierna: «In nomine Patris...» extinguatur in te... per imposizione...»; alla seconda la recita del Confiteor. 3) L'unzione. Le formule sono varie: indicativa: «Unigo te, ut...»; deprecativa od ottativa: «Indulgent»; come oggi imperativa: «Accipe». Vario era pure il numero dei membri da ungere, da 7 a 14: «ubi plus dolor imminerat», «ubi maximus dolor» (cf. Franz, op. cit., in bibl., p. 80). Non si unge la fronte a nessuno, né ai sacerdoti la palma dei mani, perché già unte rispettivamente nella Cresima e nell'Ordinazione. Già Teodolfo ordina di fare le unzioni in forma di croce; vi partecipano diversi sacerdoti: «perun-gant singuli sacerdotes infirmum», «item ab alio sacerdote» (Sacram. Fuldense, n. 2410) e si ripetevano per 7 giorni: «et sic septem continuos dies» (ibid., n. 2445). Poi si diceva la Messa per l'ammalato, che si comunicava: «Hinc cantetur Missa pro eo. Deinde communicatur sacerdos corpore et sanguine domini» (ibid., n. 2445). Oggi la Comunione precede l'unzione. 4) La solenne benedizione finale da parte di tutti i sacerdoti presenti: «Do-minus Iesus Christus apud te sit...», circa te sit» (ibid., n. 2451); poi si dava all'ammalato una Croce: «Deinde aquam benedictans, nisi aliam habent et Crucem coram re-linguat» (Rituale Romano).
Questi quattro elementi, più semplificati, si ritorcano anche oggi. Già l'Euologion di Serapione di Thumius (m. dopo il 359) contiene una formula: «oratio pro oleis et aquis» (ut omnis febris et omne daemonium et omnis morbus per potum et unctionem removetur»). Nel rito romano le formule della consacrazione dell'olio per i malati, fatto dal vescovo nella Messa del Giovedì Santo, si trovano sia nel Sacramentario Gelasianus, sia in quello Gregoriano.
Dell.: L. Eisenhöfer, Handbuch der katholischen Liturgik, II, Friburgo in Br. 1933, pp. 348-52; R. Stapper, Katholische Liturgik, 5-6° ed., Münster 1931, p. 288; Ad. Franz. Das Rituale von St. Florian aus dem 12. Jahrh., Friburgo in Br. 1934, pp. 71-72; e 165 sq.; A. Chavasse, L'action des infirmes dans l'Église, latine du IIIe siècle à la Réforme carolingienne, in Rev. des séances religieuses, 20 (1940), pp. 64-122.
5. Riti orientali
Presso tutti gli Orientali, eccedenza dei nestoriani, il rito tradizionale della E. U. è lunghissimo.Nel rito bizantino, dopo le preghiere iniziali, si recita o canta il canone di Arsenio (probabilmente vescovo di Corfu nel sec. IX), cioè un lungo inno che celebra le virtù dell'Olio Santo. È un vestigio del tempo anteriore al sec. XIII, quando la vigilia (Vespro e Mattutino) prevedeva l'amministrazione di questo Sacramento. Poi sette sacerdoti recitano insieme l'orazione per la benedizione dell'Olio; l'Olio è di olivo puro, talvolta mescolato con un poco di vino. Segue il canto di alcuni tropari, in onore di santi martiri e taumaturghi, che anticamente si eseguivano mentre il malato entrava in chiesa. Poi si inizia il settentrione ufficio. Dopo il proklameno il diacono recita la prima epístola e, detto l'allegoria, il primo sacerdote legge il primo Vangelo, la piccola cecina e la prima orazione; indi unge l'inferno. Ci sono usi diversi nella scelta delle membra da ungere, ma va sempre in primo luogo la fronte. Durante l'E. U. il sacerdote recita questa preghiera: «Padre santo, medico delle anime e dei corpi, che avete mandato il vostro Figlio unigenito Nostro Signore Gesù Cristo, per guarire ogni male e liberare dalla morte, guarire anche il vostro servo da ogni infermità così corpore come spirituale, per grazia del vostro Cristo, e conservate la vita a questo uomo il quale, secondo il vostro beneplacito e per le sue buone opere, vi renderà le grazie che vi deve; per le preghiere della Nostra Signora Madre di Dio...».
La stessa serie: proklimenon, epistola, allegoria, Vangelo, litania, orazione, unzioni con la formula decretativa, viene ripetuta in testi sempre varianti, dal secondo al settimo sacerdote; di poi impongono il Vangelo e la mano sul capo dell'inferno mentre il primo sacerdote recita una preghiera; con una breve litania di supplica ci si avvia all'apolisi, dopo la quale l'inferno domanda perdono e preghiere.
Anche nel rito armeno, maronita, copto ed etiopico, la cerimonia comprende sette simili uffici, ma le unzioni si fanno una volta, dopo la fine di questi uffici; quello si ha cinque simili stazioni; soltanto quello caldo non segue tale sistema.
È evidente che quel rito lunghissimo non è per i moribondi, ma per infermi affetti da una malattia che mette la vita in pericolo, e può quindi eseguirsi anche in chiesa. Dai Bizantini è chiamato Ufficio dell'Olio Santo o Preghiera dell'Olio; negli altri riti, Ufficio della Candelà. Ma è evidente che un tale rito è suscettibile di abbreviazioni, e può eseguire con un minor numero di ministri, anche da uno solo; di più i cattolici di tutti i riti conoscono la maniera brevissima di dare il Sacramento con una sola unzione ed una sola formula. Inoltre, i cattolici dei riti armeno, siro-caldeo, malbarrese, copto e etiopico hanno adottato, come rito ordinario, una versione dell'orto latino, mentre i dissidenti di questi riti continuano ad adoperare — in pratica però ben raramente — la lunghissima officiatura. Presso i nestoriani non sembra esistere l'E. U., almeno che non la si voglia riscontrare nell'unica orazione che il sacerdote recita sull'Olio destinato ai malati; però di un rito di unzione con una formula propria non v'è traccia nei loro libri.
Bisogna osservare che in parecchie Chiese orientali, il rito dell'Olio Santo e quello della Candelà dà anche ai penitenti e allora, quasi sempre, viene cambiata od omessa la formula dell'unzione. Forse così si potrebbe spiegare che l'Olio Santo è amministrato non raramente anche ai sani di corpo.
Per i riti non bizantini, si trova la versione latina dei testi in H. Denzinger, Ritus Orientalium, II, Würzburg 1863, pp. 483-525; per gli Armeni si completa, per l'unzione stessa, con G. de Serpos, Compendio storico... della missione armena... III, Venezia 1786, pp. 307-309; P. Dib, Etude sur la liturgie maronite, Parigi 1919, pp. 129-309; T. M. Semhany, De Sacramentis secundum ritum Aethiopicum, Roma 1931, pp. 83-99; C. Kopp, Glaube und Sakrament der koptischen Kirche, in 1932, pp. 158-175; W. de Vries, Sakramententheologie bei den syrischen Armen-physiten, in 1940, pp. 211-21; id., Sakramententheologie bei den Nestorianen, in 1947, pp. 281-83.