ESTREMA UNZIONE (OLIO SANTO). - È il
Sacramento istituito da Gesù Cristo a sollievo spi-
rituale e corporale dei fedeli gravemente infermi.
SEMINARIO:
I. Signor di Insieme
II. Analisi dei particu-lari (entanto, forma, effetti, ministro, soggetto). - III. Liturgia.
I. SQUARDO D'INSIEME
Verso l'anno 60 d. C. s. Giacomo il Minore a tutti i convertiti dal giudaismo scrisse: « C'è tra voi qualcuno che sia ammalato? Faccia chiamare i sacerdoti della Chiesa, che pre- ghino sopra di lui, ungendolo con olio in nome del Signore e l'orazione della fede salverà l'infermo e il Signore lo solleverà e se trovasi in peccati gli sa- ranno rimessi » (Iac. 5, 14-15). Questo documento attesta l'esistenza, fin dall'età apostolica, di un rito composto di un'unzione (ἀλείφαντες αὐτὸν ἐλεῖν) accompagnata da una preghiera (προσευξά- σθωσαν ἐπ' αὐτὸν), cui sono uniti degli effetti so- prannaturali sia materiali e spirituali insieme (σώσει, ἐγερεῖ), sia esclusivamente spirituali (κῶν ἁμαρ- τίες ἢ παπανησὼς ἀφεθῆσεται αὐτῷ). Tale rito deve estere praticato dai capi della comunità cristiana (τὸνς προσβιτέρους τῆς Ἐκκλησίας) sopra un fedele (ἐν ὁμῖν) gravemente infermo (ἀσθενεῖ, κάμνοντα), secondo il comando del Signore (ἐν τῷ ὀνόματι τοῦ Κυρίου).Questo passo e nel suo nucleo centrale così deter-
mento da lasciare intravedere gli elementi fondamentali
di un Sacramento (istituzione divina, materia e forma,
effetti spirituali, soggetto, ministro), ma è anche così
vago nei particolari (non dice infatti quale olio si deb-
ba usare, quante unzioni si debbono praticare, quali
parole pronunziare), da persuadarsi che l'Apostolo con
tale esortazione non intendava proporre qualche cosa
fin'allora ignota ai primi cristiani, ma soltanto di ri-
chiamarli all'osservanza di un'uso, di cui nell'ordinaria
catechesi dovevano aver già appresso i particolari e l'in-
timo significato. Questa conclusione viene confermata
dal fatto che se con questo monito s. Giacomo avesse
voluto introdurre un rito nuovo, i capi della comunità
cristiana, cui ne veniva assegnata l'amministrazione, non
avrebbero potuto cogliere da un così scarso cenno suffi-
centi istruzioni sul modo di comportarsi. Siamo dunque
in presenza di un'esortazione scritta, che suppone un
insegnamento orale, la cui origine si deve far risalire a
Gesù Cristo, tanto più che riguarda un rito produttivo
della Grazia, che gli Apostoli non avrebbero mai potuto
introdurre, se non dietro esatta prescrizioni del Signore.
Così la discussa frase « in nomine Domini », pur suscet-
tibile di altre interpretazioni, sembra acquistare maggior
naturalloza se s'intende in questo senso: « secondo l'or-
dice o il comando di Gesù Cristo ».
Da ciò risulta che la Chiesa nascente era in pos-
sesso di un'unzione insignita di tutte le note di un
Sacramento. Questo fatto storicamente dimostrato è
la chiave di volta per l'interpretazione delle testimo-
niame dei Padri. Se pertanto nei documenti posteriori
si trovano dagli accenni all'unzione degli infermi,
è lecito considerarli come anelli di una catena, che
s'inizia con il passo di s. Giacomo.
Nel sec. II sono lievi ma preziosi i cenni della Di-
dachi, 10, 7 (soltanto nel frammento copto pubblicato
nel 1923) e di s. Ireneo, Adv. haereses, 1, 5 (PG 7, 663).
Nel sec. III le testimonianze si fanno più precise, presso
s. Ippolito, Traditio Apostolico (testo con relativo com-
mento in A. Chavasse, L'Ouction des infirmes dans l'Église
Latine du IIIe siècle à la réforme cardingienne, in Revue
des sciences religieuses, 20 [1940], pp. 65-122), e nel Com-
mento a Daniele, 1, 33 (G. N. Banovetsch e H. Achelis, Hip-
polytus Werhe, 1, Lipsia 1897, pp. 44-45). Tertulliano, De
proescriptione haereticorum, 41: PL 1, 56, e specialmente
Origens, Hom. 2 in Lec. n. 4: PG 12, 410. Nel sec. IV
i documenti diventano molto chiari: Afizate, De-
monstratio, 23, 3 (Rouët de Journel, Euchirid. Patristic.,
698), Scrapione, Eucologia (ibid., 1241), s. Giovanni
Crisostomo, De sacerdotis, 3, 6: PG 49, 644. Nel sec. V
appare un documento pontificio di eccezionale impor-
tanza: la lettera di Innocenzo I (scritta nel 416) a De-
cenzo di Gobbio (testo in Denz-U, 99), in cui sono
chiariti molti punti dottrinali e disciplinari: a) il Papa
fornisce la prima interpretazione autentica del passo
di s. Giacomo: « non est dubium », dice, che questo
testo si riferisca all'unzione degli infermi, aggiungendo
che l'Olio santo è preparato dal vescovo: « ab episcopo
confecitum »; b) al sec. V vige un duplice uso dell'Olio
santo, uno sacramentale, riservato al ministero del ve-
scovo e dei preti, un altro privato, per cui tutti i fedeli
possono servirsene a scopo religioso, « in sua aut suo-
rum necessitate »; c) l'E. U. non si può amministrare
che a fedeli regolarmente assolvi « paenitentia functia »
è dunque considerato un Sacramento dei vivi, comple-
mento della Penitenza, come già aveva insegnato Origene;
d) il rito è chiamato Sacramento « genus Sacramenti » in
senso proprio, perché viene collocato nello stesso piano
dell'Eucaristia, infatti l'inciso: « quibus reliqua Sacra-
menta negantur » si riferisce certamente all'Eucaristia,
ricassata ai penitenti non ancora assolti.
La lettera di s. Innocenzo, posta al centro dell'età
patristica, proietta luce tanto sul passato (perché confer-
ma il valore sacramentale della pericopa di s. Giacomo,
dissipa quanto c'è d'indeterminato nelle precedenti te-
stimonianze, attesta l'uso costante dell'unzione degli
infermi nella Chiesa di Roma) quanto sul futuro per-
ché traccia la strada, che sarà battuta dall'intera
Chiesa occidentale: infatti venne ascolta in tutte le col-
lezioni canoniche dal sec. V fino alle Decretali di Gregorio
IX (1234) e passò attraverso s. Beda Venerabile (m. il 735)
a tutti gli scrittori ecclesiastici dell'Occidente. Non reca
quindi meraviglia se verso la metà del sec. XII, al primo
formularsi della definizione esatta del Sacramentum que-
sta venne immediatamente applicata all'unzione degli in-
fermi. Si era ormai giunti al periodo delle somme ab-
braccianti in armonico sistema tutto lo scibile teologico.
Fu appunto allora che s'imbasti un piccolo trattato de
extreme unzione, destinato a prendere il suo regolare
posto alla d. 23 del IV Sant. di Pietro Lombardo e alle
qu. 29-33 del supplemento della Sum. Theol. di s. Tom-
maso, trattato che, pur fissando il fondo comune della
dottrina rivelata, lasciava un largo margine alle dispute
di scuola. Questa discordia degli scolastici, su punti
accidentali invero, prestò facile pretesto ai protestanti
per rigettare con particolare disprezzo questo Sacra-
mento (Calvino la chiamò ipocrisia da istrione) che in
realtà non potevano accogliere in un sistema teologico,
nel quale la dottrina delle « reliquie del peccato », come
residui gravanti sull'anima anche dopo la giustificazione,
era stimata un assurdo. Lutero disse che era un rito de-
stinato a curare esclusivamente il corpo: in questa idea
fu seguito da molti dei suoi e dai moderni razionali.
Fu allora che il Concilio di Trento, dopo muturo esame,
fatto nel periodo della sua traslazione a Bologna, pro-
mulgò nella sess. XIV, celebrata nel 1531, i tre capitoli
con i relativi quattro canoni (Denz-U, 907-10; 926-29)
con cui fissò per sempre l'indole sacramentale di questo
rito, arricchendolo di preziose chiarificazioni. Da quel
tempo, i teologi cattolici, contro gli attacchi dei primi nova-
tori e dei loro epigoni (J. Daillé, G. A. Bengel, R. Pulleyn,
modernisti), difesero la costruzione dogmatica del Con-
cilio Tridentino, mostrando come affondi le sue basi nel
terreno della Rivelazione.
II. ANALISI DEI PARTICOLARI
Dopo questo sguardo complessivo, da cui risulta storicamente a dogmaticamente accertata la natura sacramentale dell'E. U., se ne possono analizzare i singoli elementi.
b) benedetto dal vescovo, come si desume dalla tradizione liturgica (Traditio Apostolica di Ippolito Romano, Eucologio di Serapione, Sacramentario gregoriano), patristica (Innocenzo I), conciliare (Châlons 813, Aquis-gana 856), confermata dal S. Ufficio nel 1611. I documenti ora citati provano che la benedizione deve essere impartita dal vescovo, ma ve ne sono altri che dimostrano che tale potere può essere concesso a un semplice sacerdote: si allude alla disciplina orientale, che risale a tempi remoti (sec. VII 2) e che gode dell'approvazione di Clemente VIII (1595) a di Benedetto XIV (1742), e alla disciplina occidentale stabilita da Benedetto XV durante la guerra 1914-18 accolta poi nel CIC (can. 945);
c) benedetto «ad hoc», ossia con una formula espressamente ordinata a consacrare l'olio degli infermi, come sembrano insinuare tutti i documenti liturgici, che contengono formole apposite (ad es., la Traditio Apostolica, l'Ecologia di Serapione, il Sacramentario gregoriano). È certo che questa speciale benedizione è necessaria per la liceità, ma si discute se si richieda per la validità del Sacramento. Il Suárez sta per la sentenza negativa e sembra aver ragione perché non consta che Gesù Cristo abbia stabilito una determinata benedizione. Pertanto «ad validitatem» basta che l'olio sia benedetto in un modo qualunque, onde, in caso di necessità, si può usare di altri olii consacrati dal vescovo, ad es. il s. crisma, l'olio dei catecumeni.
2. La materia prossima è l'applicazione dell'olio benedetto, ossia l'unzione dell'infermo «ungentes cum» (Iac. 5, 14), che, secondo quanto stabilisce il CIC per la Chiesa latina (can. 947 § 1), si deve praticare sugli occhi, sulle orecchie, sulle narici, sulla bocca, sulle mani e sui piedi, che sono come gli organi del peccato (si deve sempre tralasciare l'unzione delle reni); la Chiesa, come osserva s. Tommaso (Sum Theol., suppl. q. 29, s. 2; q. 29, s. 6), vuol porre la medicina dove sono le radici del male. I Greci, al contrario, ungono la fronte, il mento, le guance, le mani.
Ma se queste molteplici unzioni si richiedono «di diritto ecclesiastico» non consta, come già osservava Benedetto XIV, che siano necessarie «di diritto divino»; perciò in caso di necessità basta ungere un sol senso, a meglio la fronte; ed è lecito, per qualsiasi ragionevole motivo, omettere l'unzione dei piedi. L'unzione deve essere fatta dalla mano del ministro; non si ammettono strumenti se non nel pericolo grave di infezioni a contagi (CIC, can. 947).
3. La forma è una preghiera «orantes... oratio fidei» (Iac. 5, 14-15), che varia accidentalmente nei diversi riti. Per la Chiesa latina il Concilio di Trento sancì (Denz-U, 908) questa formola, che compare soltanto dopo il Mille: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia il Signore ti perdoni tutto ciò che hai commesso di male con gli occhi, con le orecchie, con l'odorato, con il gusto e con la lingua, con le mani, con i piedi. Amen». La formola greca invece è così concepita: «O Padre Santo, medico delle anime a dei corpi, che mandasti il Figlio Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, a curare ogni malattia e a liberarci dalla morte, sana anche
(Int. Brockmann)
ESTREMA UNZIONE - L'E. U. Dipinto di Giuseppe Maria Crespi
detto «lo Spagnolo» (della serie dei Sette Sacramenti) - Dresda,
Pinacoteca.
il tuo servo N. N. da tutte le infermità, che lo affliggono, e riempilo di vita con la Grazia del tuo Cristo».
4. Gli effetti
Il Concilio di Trento, riepilogando l'insegnamento dei Padri, chiamò l'E. U. «perfezionamento non solo della penitenza, ma anche della vita cristiana, che deve essere una perpetua penitenza» (Sess. XIV, esordio, in Denz-U, 907). L'E. U. è il perfezionamento della Penitenza (consummativum paenitentiae) perché:a) completa l'incorporazione a Cristo, restaurata dal Sacramento della Penitenza. Infatti togliendo, da una parte, le ultime reliquie del peccato, abbatte gli estremi ostacoli che impediscono la perfetta inserzione del membro nel Corpo mistico, dall'altra, aumentando «ex opere operato» la Grazia abituale, rinsalda i vincoli di unione con Cristo. Inoltre, disponendo l'infermo a soffrire e a morire in Cristo a per Cristo associa e configura i singoli membri, come osserva il Bossuet, alle sofferenze e alla morte del Capo (aspetto cristologico della Grazia dell'E. U.);
b) irrobustisce l'organismo soprannaturale e lo rende atto a superare le ultime debolezze dello spirito, aggravate dell'infiacchimento del corpo. Infatti le ferite del peccato originale, curate nel Battesimo, e quelle dei peccati attuali, rimarginate nella Penitenza, lasciano sotto molti aspetti indebolito l'organismo spirituale del fedele, che al sopraggiungere dello sfacelo del demonio (v.) si trova esposto al pericolo grave di soccombere nella prova suprema e di mettere così a repentaglio tutto il corso della vita cristiana. A ovviare a tali pericoli la Grazia sacramentale infonde un vigore nuovo alla Grazia santificante, aumenta la virtù della speranza, per cui l'infermo si rimette fidente nelle mani della misericordia divina, moltiplica i soccorsi della Grazia attuale, per cui il morente oppone pronta ripulsa alle insinuazioni del tentatore. È questa l'«alleviatio» (della Vulgata) o l'«erectio, excitatio» (ἐγερές del testo greco) di cui parla Iac. 5, 15. Nel caso in cui l'infermo non possa confessarsi, purché abbia un dolore di attrizione
dei propri peccati, questo Sacramento supplisce anche la Penitenza, rimettendo « ex opere operato » non solo i veniali ma anche i peccati mortali, come sempre intese il vivo magistero della Chiesa, insistendo sul testo biblico « et si fuerit in peccatis, remittentur et » (Iac. 5, 15). L'E. U. inoltre, essendo ordinata a togliere tutti gli ostacoli che si frappongono all'immediato conseguimento della gloria (cf. s. Tommaso, Contra Genet. 4, 73) rimette anche la pena temporale del peccato (supposta una perfetta disposizione nell'infermo) e talora procura la sanità del corpo (cui allude il odozi : safuobit di Iac. 5, 15), quando, secondo l'inscrutabile giudizio di Dio, ciò giovi a un più facile conseguimento della gloria (espetto antropologico della grazia dell'E. U.).
c) Multiplica le sollecitudini della Chiesa intorno al fedele sofferente. Il moribondo, ormai di nulla capace e di tutto bisognoso, si abbandona nelle braccia della pia madre comune, che si piega sopra di lui avvolgendone l'animo in un alone di preghiere, di raccomandazioni, di suppliche, convocandogli intorno tutti i membri della Chiesa militante, purgante, trionfante : Angeli a Santi, anime del purgatorio e giusti della terra sono schierati, invisibili ma oranti intorno al morente, mentre il sacerdote compie il sacro rito, al cui effetto, come insegna s. Tommaso, « plurimum valet devotio suscepientia et personala meritum conferentium et generale totius Ecclesiae » (Sum. Theol., Suppl., q. 32, a. 3). Nella luce di questa verità è concepito lo stupendo poemetto del card. Newman, Il sogno di Geronimo, tradotto in italiano da B. Masperi, in C. Martindale, Lo spirito del card. Newman, Brescia 1934.
3. I ministri dell'E. U. sono i « preti » (πρεσβύτερα di Iac. 5, 14), non gli anziani del popolo (come vollero i protestanti), ma i vescovi e i sacerdoti debitamente ordinati, come sempre intese e praticò la Chiesa (cf. Innocenzo I) e definì il Concilio di Trento (cf. ora anche CIC, can. 938 § 1). Dal fatto che il testo biblico usa l'espressione plurale « i presbiteri » (che è effettivamente un plurale di categoria, onde l'inciso « advocet presbyteros » equivale a « chiami uno dei presbiteri », come quando si dice « chiami i medici » s'intende, chiami uno dei medici), invasive l'uso nella Chiesa antica, conservato tuttora in Oriente, di amministrare l'E. U. con l'intervento di molti sacerdoti, generalmente sette. Secondo il diritto vigente, nella Chiesa latina, l'E. U. deve essere conferita da un sol ministro (ad Resitatem); e di regola deve essere il parroco del luogo, salvo il caso di necessità o di permesso del parroco stesso o dell'ordinario locale (can. 938-39).
La S. Congregazione de Propaganda Fide dichiarò che anche in caso di necessità, in mancanza cioè di altro prete, nessun missionario può amministrare a se stesso questo Sacramento.
6. Il soggetto. Per la valida recezione si richiede che il soggetto sia :
a) battezzato, come risulta da Iac. 5, 14 « infirmatur quia in vobis ? » cioè tra voi fedeli, e come si deduce da tutte l'economia sacramentale, alla cui base sta il Battesimo. Anche chi di recente è stato lavato al fonte può ricevere questo Sacramento perché il Battesimo, sebbene cancelli tutti i peccati, non poglie però quella debolezza spirituale, che può compromettere l'anima nel supremo combattimento;
b) con l'uso di ragione e con l'intenzione almeno abituale di ricevere questo Sacramento. Gli « infantes et perpetuo smentes », non avendo mai peccato personalmente, non hanno bisogno di questo beneficio spirituale;
c) gravemente ammalato, come risulta da Iac. 5, 14-15 « ἀνθελεῖ, λαθοῦντα » e dalle dichiarazioni tridentine. Per « grave malattia » non si deve intendere un male che non lascia speranza alcuna, ma che può condurre alla morte. E dunque un detestabile errore quello di considerare l'Olio Santo come un prodromo della
morte, mentre molte volte, amministrato quando ancora le forze fisiche si possono riprendere senza un miracolo, questo Sacramento è un vero messaggero di vita (cf. can. 944).
Sebbene l'E. U. non sia assolutamente necessaria (« necessitate medii ») per ottenere la salvezza, non deve essere trascurata (« nemini licet illud negligere », can. 944).
L'E. U. non si può amministrare a chi è in buona salute, anche se prossimo alla morte come il soldato che si accinge al combattimento o il condannato nell'imminenza dell'esecuzione, perché l'uomo sano è in possesso delle sue forze e di altri aiuti spirituali, che può facilmente applicarsi, mentre il malato è privo di energia e bisognoso dell'aiuto altrui.
III. LITURGIA
5. Rito romano
Il rito dell'amministrazione dell'E. U. è sostanzialmente quale fu indicato da s. Giacomo nella sua Epistola; le formole e le cerimonie col passare del tempo differirono da regione a regione. « Essa era quasi ultimo complemento della Penitenza, e precedeva il Viatico. Nei primi secoli non si aspettava, come oggi, che il malato fosse egli estremi ma si amministrava non appena lo stato dell'infermo cominciasse a destare apprensione. Molto spesso, nel medioevo, come oggi ancora in Oriente, il sacramento dell'E. U. veniva conferito pubblicamente in chiesa, mentre l'infermo se ne stava seduto o genuflesso davanti al sacerdote. L'odierno abuso di amministrare il Sacramento all'ultimo momento sembra aver avuto origine, oltre che dalla ignoranza e dalla illanguidita fede dei tempi moderni, anche dalla superstizione invalsa verso il sec. XIII che, cioè, dopo ripetuto l'Olio Santo non fosse più lecito di mangiac carne, di danzare o di vivere nello stato coniugale » (I. Schuster, Liber Sacramentorum, I, Torino 1932, p. 192).Dei riti e delle preghiere usate anticamente nella Chiesa latina ben poco si sa: la prima notizia è data dalla lettera di Innocenzo I (del 416) a Decenzio di Gubbio, ma vi si accenna soltanto all'unzione in generale, e al testo di s. Giacomo (5, 14) e nulla si dice delle parti del corpo sulle quali compiere l'unzione, né delle preghiere che accompagnavano il rito. Alquanto più estese sono le prescrizioni contenute nel can. 4 del Sinodo di Nantes (ca. 656), nella collezione dei capitolari di Benedetto Levita (dell'850), riprese da Re-
ginone di Prüm (m. nel 915) e da Burcardo di Worms (m. nel 1025) e le istruzioni ai sacerdoti di Teodulfo di Orléans (m. nell'821). A combinare, invece, dai secc. IX e X, numerosi sono i Sacramentari e gli Ordines che riferiscono i formulari per l'amministrazione dell'E. U.: Ordo ad visitandum et ungendum infirmum (M. Ferotin, Le liber ordinum, in Monumenta Eccl. liturgica, V, pp. 71-72); Ordo Romanus X (ed. J. Mabillon: PL 78, 1021-22); Sacramentarium Fuldense sacc. X (ed. G. Richter-A. Schönfelder, Fulda 1912, pp. 279-300). Poiché i formolari variavano, il Rituale Romano di Paolo V (1614) pensò di introdurvi definitivamente l'uniformità. Delle preghiere ivi contenute, alcune già erano in uso da molto tempo: p. es., le preghiere « Respone fatiscentem... » e « Domine Deus, qui per apostolum... » dal sec. IX; le altre: « Introest » e « Domine sancte... aegris infundendo corporibus... » dal sec. X; l'invocazione: « In nomine Patris... extinguatur in te omnis virtus disbolli... » si trova di già nell'Ordo X (sec. IX).
Il rito conteneva e contiene, pure in mezzo a tanta varietà, i seguenti punti centrali: 1) benedizione della camera dell'ammalato. Entrando il sacerdote dice: « Pax huic domui et omnibus habitantibus in ca » ed asperge la camera con l'acqua benedetta (talvolta anche l'incensa: « cum odore incensi »; Sacram. Fuldense, n. 2504); seguivano ancora ammonizioni all'ammalato. 2) La riconciliazione e la confessione. Alla prima, congiunta con l'imposizione della mano, richiama l'invenzione odierna: « In nomine Patris... extinguatur in te... per impositionem... »; alla seconda la recita del Confiteor. 3) L'unzione. Le formole sono varie: indicativa: « Ungo te, ut... »; deprecativa od ottativa: « Indulgent »; come oggi imperativa: « Accipe ». Vario era pure il numero dei membri da ungere, da 7 a 14: « ubi plus dolor imminent », « ubi maximus dolor » (cf. Franz, op. cit. in bibl., p. 80). Non si unge la fronte a nessuno, né ai sacerdoti la palma delle mani, perché già unte rispettivamente nella Cresima e nell'Ordinazione. Già Teodulfo ordina di fare le unzioni in forma di croce; vi partecipano diversi sacerdoti: « perungant singuli sacerdotes infirmum », « item ab alio sacerdote » (Sacram. Fuldense, n. 2410) e si ripetevano per 7 giorni: « et sic septem continuos dies » (ibid., n. 2445). Poi si diceva la Messa per l'ammalato, che si comunicava: « Hinc cantetur Missa pro eo. Deinde communicat cum sacerdoz corpore et sanguine domini » (ibid., n. 2445). Oggi la Comunione precede l'unzione. 4) La solenne benedizione finale da parte di tutti i sacerdoti presenti: « Dominus Iesus Christus apud te sit..., circa te sit » (ibid., 2451); poi si dava all'ammalato una Croce: « Deinde aquam benedictans, nisi aliam habeat et Crucem coram eo relinquat » (Rituale Romano).
Questi quattro elementi, più semplificati, si ritrovano anche oggi. Già l'Enrologio di Serapione di Thmuis (m. dopo il 359) contiene una formola: « oratio pro oleis et aquis » (« ut omnis fabris et omne daemonium et omnis morbus per potum et unctionem removeatur »). Nel rito romano le formole della consacrazione dell'Olio per i malati, fatta dal vescovo nella Messa del Giovedì Santo, si trovano sia nel Sacramento Galaziano, sia in quello Gregoriano.
6. Riti orientali
Presso tutti gli Orientali, ad eccezione dei nestoriani, il rito tradizionale della E. U. è lunghissimo.Nel rito bizantino, dopo le preghiere iniziali, si recita o canta il canone di Arsenio (probabilmente vescovo di Corfù nel sec. IX), cioè un lungo inno che celebra le virtù dell'Olio Santo. È un vestigio del tempo anteriore al sec. XIII, quando la vigilia (Vespro e Mattutino) precedeva l'amministrazione di questo Sacramento. Poi sette sacerdoti recitano insieme l'orazione per la benedizione dell'Olio; l'Olio è di olivo puro, talvolta mescolato con
un poco di vino. Segue il canto di alcuni tropari, in onore di santi martiri e taumaturghi, che anticamente si eseguivano mentre il malato entrava in chiesa. Poi si inizia il settemplice ufficio. Dopo il prokimenon il diacono recita la prima epistola e, detto l'alleluia, il primo sacerdote legge il primo Vangelo, la piccola ectenia e la prima orazione; indi unge l'infermo. Ci sono usi diversi nella scelta delle membra da ungere, ma vi sempre in primo luogo la fronte. Durante l'E. U. il sacerdote recita questa preghiera: « Padre santo, medico delle anime e dei corpi, che avete mandato il vostro Figlio unigenito Nostro Signore Gesù Cristo, per guarire ogni male e liberare dalla morte, guarite anche il vostro servo da ogni infermità così corporale come spirituale, per grazia del vostro Cristo, e conservate la vita a questo uomo il quale, secondo il vostro beneplacito e per le sue buone opere, vi renderà le grazie che vi deve; per le preghiere della Nostra Signora Madre di Dio... ».
La stessa serie: prokimenon, epistola, alleluia, Vangelo, litania, orazione, unzioni con la formula deprecativa, viene ripetuta in testi sempre varianti, del secondo al settimo sacerdote; di poi impongono il Vangelo e la mano sul capo dell'infermo mentre il primo sacerdote recita una preghiera; con una breve litania di supplica ci si avvia all'apoisa, dopo la quale l'infermo domanda perdono e preghiere.
Anche nel rito armeno, maronita, copto ed etiopico, la cerimonia comprende sette simili uffici, ma le unzioni si fanno una volta, dopo la fine di questa uffici; quello siro ha cinque simili stazioni; soltanto quello caldeo non segue tale sistema.
È evidente che quel rito lunghissimo non è per i moribondi, ma per infermi offerti da una malattia che mette la vita in pericolo, e può quindi eseguirsi anche in chiesa. Dai Bizantini è chiamato Ufficio dell'Olio Santo o Preghiera dell'Olio; negli altri riti, Ufficio della Candela. Ma è evidente che un tale rito è suscettibile di abbreviazioni, e si può eseguire con un minor numero di ministri, anche da uno solo; di più i cattolici di tutti i riti conoscono la maniera brevissima di dare il Sacramento con una sola unzione ed una sola formola. Inoltre, i cattolici dei riti armeno, siro-caldeo, malabarese, copto e etiopico hanno adottato, come rito ordinario, una versione dell'ordo latino, mentre i dissidenti di questi riti continuano ad adoperare - in pratica però ben raramente - la lunghissima officiatura. Presso i nestoriani non sembra esistere l'E. U., almeno che non la si voglia riscontrare nell'unica orazione che il sacerdote recita sull'Olio destinato ai malati; però di un rito di unzione con una formola propria non v'è traccia nei loro libri.
Bisogna osservare che in parecchie Chiese orientali, il rito dell'Olio Santo si quello della Candela si dà anche ai penitenti e allora, quasi sempre, viene cambiata od omessa la formola dell'unzione. Forse così si potrebbe spiegare che l'Olio Santo è amministrato non raramente anche ai sani di corpo.
Per i riti non bizantini, si trova la versione latina dei testi in H. Denzinger, Rites Orientalium, II, Würzburg 1863, pp. 483-525; per gli Armeni si completerà, per l'unzione stessa, con G. de Serpos, Compendio storico... della nazione armena..., III, Venezia 1786, pp. 307-309; P. Dib, Etude sur la liturgie maronite, Parisi 1919, pp. 129-309; T. M. Sembaray, De Sacramenti secundum ritum Archiepicum, Roma 1931, pp. 83-99; C. Kopp, Glaube und Sakramente der haptischen Kirche, ivi 1932, pp. 158-175; W. de Vries, Sakramententheologie bei den syrischen Monophysiten, ivi 1940, pp. 311-24; id., Sakramententheologie bei den Nestorianern, ivi 1947, pp. 281-83. Alfonso Raca