ETRUSCHI, RELIGIONE degli. - La religione, in particolare il pensiero religioso del popolo etrusco - fiorìo nell'Italia media durante il 1 millennio a. C. - si conosce purtroppo in modo estremamente incerto e lacunoso, data la scarsità e la unilateralità delle fonti. I documenti originali in etrusco si limitano a pochi testi rituali, tra cui un solo manoscritto su tela di una certa lunghezza (quello delle fasce della mummia di Zagabria), in gran parte di interpretazione malsicura, e ad un certo numero di formole dedicatorie su statue, vasi ed altri oggetti votivi. Suppliscono, assai imperfettamente, le fonti letterarie greche e latine con notizie per lo più indirette e frammentarie sulle divinità, sui miti, sulle forme del culto, sulle usanze religiose e sugli scritti sacri degli E. Le testimonianze più sicure che si possiedono, quantunque limitate dalla loro stessa natura, sono quelle di carattere archeologico: vale a dire i resti degli impianti sacri (templi, are, ecc.) e della loro suppellettile e le figurazioni di divinità, di leggende e di carimonie sacre che appaiono nella pittura funeraria, nella scultura, nelle urne, negli specchi incisi.
Nonostante queste difficoltà, è possibile riconoscere o almeno intravedere alcuni aspetti fondamentali del mondo religioso e diversi particolari delle credenze e dei culti di un popolo che la tradizione entica considerò, con generale consenso, religiosissimo, sino al punto di farne derivare il nome, con ingenua spiegazione etimologica, dall'atto stesso del sacrificare (Tusci da ἀνατάξαν). La religione etrusca non può essere disgiunta storicamente, nel suo complesso, da quella degli altri popoli pagani del mondo classico con i quali gli E. si trovarono in contatto ed ebbero comuni sviluppi di civiltà: tanto meno della religione dei popoli italici e in specie dei Romani che ne riassumero e tramandarono il retaggio spirituale. Tuttavia non mancano indizi per ritenere che nella religiosità etrusca sopravvivono caratteri primitivi probabilmente legati al mondo della preistoria mediterranea e confluiscono credenze e forme di culto diffuse dal pros-
simo Oriente. Il prevalere di certe tendenze irrazionali nei rapporti tra la sfera umana e la sfera divina, la oscurità delle forze soprannaturali che continuamente agiscono sulla vita degli uomini, la importanza a varietà delle pratiche divinatorie, la frequente rappresentazione di semidei a dèmoni mostruosi contrappongono in qualche modo l'atteggiamento religioso degli E., nel suo nucleo più intimo ed originale, alle forme razziali e mitologicamente determinate delle credenze dei Greci. Ma la influenza culturale ellenica è stata così forte sul mondo italico, sia dagli albori dei tempi storici, da imporre a sua volta in Etruria anche i culti personali, le immagini divine e i miti greci; cosicché si può affermare che nell'ambito della religione etrusca coesistano elementi vari, complessi e persino contraddittori. È probabile che un tentativo di sistemazione e di codificazione del pensiero e della prassi religiosa etrusca abbia luogo soltanto in età ellenistica, quando l'Etruria era già sotto la sovranità di Roma, per opera delle oligarchie sacerdotali alle quali era affidata la interpretazione della materia teologica e rituale e alle quali si

Nel pantheon etrusco si riflette la varietà delle tradizioni e delle influenze alle quali si è già fatto cenno. Sappiamo che entità divine erano venerate in rapporto con i fenomeni, con i luoghi, con i cicli del tempo, con le forze della generazione, con i gruppi familiari e specialmente con le oscure e superiori potenze del fato: queste ultime, gli « dei involuti » od « opartansi », di nome, numero e sesso incerto, si concepivano come veri e propri collegi di divinità ed erano considerate come le più alte e temibili. Ma il culto pubblico e privato si rivolgeva soprattutto a divinità personali, simili, nella concezione, negli attributi e sovente anche nel nome, agli dèi della religione greca e romana. Si citano, tra queste ultime, Tin o Tinia (Zeus, Giove), Uni (Era, Giunone), Menerva (Atena, Minerva), Turan (Afrodite, Venere), Sethlans (Efesto, Vulcano), Fufluns (Dioniso, Libero), Turms (Ermete, Mercurio), Selvans o Selans (Silvano), Maris (Marte), Nethuns (Nettuno), Aphu (Apollo), Aritimi o Artumes (Artemide), Hercle (Ercole), Aita o Mantus (Ade), Phersipnai o Mania (Persefone), ecc. In altri casi la corrispondenza è meno evidente: come nel caso di numi astrali o celesti (Usil e Cautha o Catha, il sole; Tiv, la luna; Thesan, l'aurora), di divinità locali accolte nel pantheon nazionale (Veltha o Veltha, in latino Volturna, il cui santuario divenne il centro federale dell'Etruria; Nortia, dea del fato di Volsini, comparata alla Fortuna, ecc.) e infine di divinità della guerra e della morte (Letha, Lacan o Larun, Calu, Suri, Vanth, Culsan, ecc.). È notevole la credenza nei defunti divinizzati, chiamati « dei animali » o « anime divine », simili ai Mani del mondo latino. Tra i semidei vanno considerati i geni femminili, le cosiddette « lase », in figura di bellissime fanciulle che appaiono al seguito di Turan a in molte scene mitologiche; i genietti bambini; le furie e i dèmoni dell'oltretomba, tra i quali sono raffigurati in aspetto mostruoso Charu (Caronte) e Tuchulcha.
Uno speciale complesso di dottrine, chiamate dagli scrittori latini « disciplina etrusca », regolava i rapporti tra gli dèi e gli uomini. Esso consisteva in un insegnamento che le tradizioni indigene rappresentavano nella forma

norme della vita civile, del culto e delle pratiche divina-
torie. Alcune di queste nozioni erano state fornite agli
uomini, secondo la leggenda, in tempi remotissimi dal
fanciullo divino Tagete, nato dal solco di un campo arato
con la chioma canuta, e dalla ninfa Begoe (in etrusco Lasa
Vecuvia). La parte più notevole delle dottrine raccolte
nei libri sacri dei quali già si è fatto cenno, consisteva
nell'arte di interpretare la volontà degli dèi e gli avveni-
menti futuri attraverso l'esame e lo studio delle viscere
degli animali e specialmente del fagato (aruspicina o
epatoscopia), con procedimenti in parte simili a quelli
in uso presso i popoli dell'Asia Anteriore; e nella spiega-
zione dei fulmini, considerati come la massima e più
terribile manifestazione della potenza degli dèi (arte ful-
guratoria). Speciali sacerdoti a collegi sacerdotali erano
addetti a queste pratiche; e cioè gli aruspici (in etrusco
netsols) e i fulguratori (in etrusco trutnsu frontac). Presso
i Romani l'aruspicina e la interpretazione dei fulmini
erano considerate come tecniche divinatorie specifica-
mente etrusche; mentre la previsione del futuro in base
all'esame del volo degli uccelli (auspicio, esercitato dagli
auguri) e in genere la interpretazione dei prodigi (ostenta)
si consideravano come patrimonio comune della prassi
religiosa italica.

e delle offerte, rientravano anch'esse nella « disciplina »
e dovevano esser comprese nei « libri rituali ». I pochi
testi rituali etruschi superstiti consentono di ricono-
scere le somiglianze delle cerimonie sacrificali etrusche
con quelle italiche e latine. Il culto si esercitava nei luoghi
sacri (templa, in etrusco probabilmente sasni), consi-
stenti in recinti con are nei quali sorgevano anche veri
e propri edifici templari. Grande importanza aveva la
orientazione, in rapporto agli auspici a alle minuzie
norme dei riti: la regione orientale (sinistra) era conside-
rata benigna e propizia; la occidentale (destra) ostile e
nefasta. Le offerte erano rappresentate da animali, cibi,
liquidi, incenso; né mancano le testimonianze di doni
più o meno preziosi (opere d'arte, vasi, oggetti vari) de-
dicati da privati nei santuari. Officiavano sacerdoti, tal-
volta riuniti in collegi, dei quali si conoscono, dalle iscri-
zioni sacri e funerarie etrusche, alcuni titoli particu-
lari (cepen o cipen, forse da ricollegare al sabino cupenent;
cisneve; celu; santi, ecc.).
Resta da fare cenno delle dottrine etrusche sul tempo
e sulla morte. Le prime erano esposte nei « libri fatali »,
la seconde nei « libri acherentici », che facevano parte,
gli uni e gli altri, dei « libri rituali ». La concezione del
termine fatale della vita si applicava agli uomini, alle
città e alle nazioni e consisteva nella credenza in una crisi
periodica al termine di determinate fasi della esistenza,
le cui minacce potevano essere allontanate attraverso spe-
ciali cerimonie, e in un limite improrogabile che segnava
la fine dell'intero ciclo vitale. La dottrina dei « secoli »
è strettamente connessa con queste concezioni. Più com-
plesso è il problema delle credenze sulla morte e sull'ol-
tretomba, alle quali apporta una luce, seppure indiretta
a talvolta incerta, la documentazione archeologica. Sin
dalle origini s'incontra in Etruria il rito funebre della
cremazione accanto a quello della inumazione; ma l'uso
di proteggere le speglie mortali del defunto, di costruire
la tomba ad imitazione della casa e deporvi oggetti d'or-
namento personale, armi, suppellettili, cibo ed altre of-
ferte funebri, di adornare le pareti con immagini di vita
e cerimonie, e infine di rappresentare fedelmente le fat-
tezze del morto (donde nasce il ritratto) è segno evidente
che in origine sopravviveva l'antica credenza mediterranea
nella parziale vitalità dello spirito del defunto, insieme
con i suoi resti, nell'interno della tomba. Dalle pitture
sepolerali risulta, più tardi, l'affermarsi della concezione
di un Averno concepito secondo l'immagine greca, ma
con una intonazione letteraria sulla fede nell'apoteosi
che poteva esser raggiunta mediante speciali sacrifici:
un testo rituale etrusco, quello della tegola di Capua, con-
tiene probabilmente la descrizione di tali sacrifici. - Vedi
tav. XLVIII.
(per cortesia del prof. M. Pallottino)
ETRUSCHI, RELIGIONE degli - Modello bronzco di fagato trevano
a Piacenza. Doveva servire per l'insegnamento della disciplina
fulgurale divinatoria. È suddiviso in 16 canelle con i nomi di
altrettante divinità le quali possono dal cielo scagliare il fulmine;
nelle tre sporgenze ai vuol vedere il simbolo della Terra (globo)
del Sole (cono) del Cielo (piramide) - Piacenza, Museo civico.
