FLAGELLAZIONE

FLAGELLAZIONE. — Mezzo di punizione, variamente adoperato, inflitto mediante colpi di flagello o fasci di verghe o di bacchette pieghevoli. Molto usato nell'antico Egitto e nell'Assiria con gli operai addetti alle opere di costruzione e con gli schiavi rematori portatori di pesi, passò in Grecia (i giovani spartani, anche di famiglia distinta, andavano fieri di sopportare i colpi delle verghe e dei flagelli senza mandare un lamento) e a Roma.

Qui la f. dovette diventare, come mezzo di punizione, molto comune a giudicare dai vari termini adoperati ad indicare la particolare mansione di alcuni schiavi (flagellones, verberones, torarici, ecc.) e dai vari cenni, che ne fanno gli autori (p. es., Cicerone, Orazio, Giovenale).

Lo strumento usato era il fragrum flageellum, formato da un'impugnatura, a cui erano strette correggie di cuoio e mazzi di cordicelle o catenelle, terminata da nodi, da ossicini, pallottoline di metallo, punte, unici, graffi (scorpiones). Il condannato veniva spogliato e legato ad un palo o ad una colonna in modo da presentare il dorso

alquanto incurvato; talvolta era anche solo disteso a terra e tenuto fermo con i piedi da chi assisteva (Cicerone, Verrem, actio II, 3, 5, 142; Svetonio, Caligula, 26, 3). L'atrocità del supplizio si può facilmente dedurre dalle frasi di autori diversi: p. es., "horribile fragellum" (Orazio, Satire, I, 3, V. 119; Prudenzio, Contra Symmaeum, I, 362; PL 60, 149), dalla varia confezione degli strumenti, dalla crudeltà dei magistrati condannati e degli esecutori, dal fatto che non era prescritto il numero dei colpi. Nessuna meraviglia che molti, anche senza essere condannati a perire di verghe, finissero con perdere la vita i ridursi a miserevole stato, peggiore della morte (cf. Cicerone, Verrem, actio II, 3, 5, 142; 4, 39, 85; Filone, In Piaccium, 10, 75). A cominciare da Catone il Vecchio, i cittadini romani erano liberi dalla f. (Lex Porcia a tergo civium del 195 a. C.); ad essi si potevano infliggere battiture con le verghe e solo dopo regolare giudizio; però dalla f. cominciava sempre, anche per i cittadini, l'esecuzione della pena capitale.

Presso il popolo ebraico la legge (Deut. 25, 2) pre-scriveva la f.: "si eum, qui peccavit, dignum viderint plagi, prosternent et coram se faciunt verberari". Ma fino ad un'epoca, che non è possibile determinare, si usò, invece della f., la bastonatura; il numero dei colpi varia secondo la gravità del delitto, ma non doveva mai, in nessun caso, oltrepassare i quaranta: "ita dumtaxat, ut quadragenarium numerum (di piaghe) non excedant, ne fende laceratus ante oculos tuos abeat frater tuus" (ibid. 25, 3). Di f. parlano, è vero, minacciandola, Gedeone a proposto dei suoi nemici, se gli cadranno nelle mani (ibid. 8, 71), e Robamio agli Ebrei, che mormoravano contro il suo modo di procedere (I Reg. 12, 11-14), ma non si riferiscono ad una pena legale. La quale invece viene ricordata apertamente come tale, la prima volta, nel martirio dei sette fratelli macabrei (II Mach. 7, 1).

Per i cristiani, il pensiero della f. richiama subito il supplizio inflitto a Gesù da Pilato come mezzo per sottrarlo alla morte (Mt. 27, 26; Mc. 15, 15; Io. 19, 3). Ma nulla dice il Vangelo intorno al modo della esecuzione, alla qualità dei flagelli, al numero degli esecutori della pena, al numero delle battiture; quello per conseguenza che il ritrova intorno a questi punti, presso vari autori mistici, non ha alcuna autorità (cf. Benedetto XIV, De festis Dom. N. Iest. Christi, 1, 7, n. 56). Solo rimane fuori di dubbio che la pena, inflitta a Gesù, fu quella che i Romani riservavano agli schiavi, che perciò non aveva alcuna limitazione di colpi.

Anche intorno alla colonna della f. di Gesù Cristo poco o nulla si sa di certo. La tradizione antica fin dal sec. IV (cf. l'itinerario del pellegrino di Bordeaux, del 333, in Itinera Hierosolymitana, ed. P. Geyer [CSEL, 39]). Vienna 1898, p. 23) la indicava nel palazzo di Caifa, di là dev'essere stata trasportata nella piccola chiesa del Cenacolo, perché nel Cenacolo la videro s. Paola nel 386 (S. Girolamo, Epist., 108; PL 22, 284) e, circa lo stesso tempo, Prudenzio (Dittochaeum, 81; PL 60, 108). I pellegrini continuano a parlarne fino al sec. X; tuttavia essa appare diversa da quella oggi conservata nella chiesa del S. Sepolcro. Dal tempo delle Crociate di un'altra colonna si parla, giacente nel pretorio di Pilato, che oggi si venera a Roma nella chiesa di S. Prassede, trasportata via dal card. Giovanni Colonna nel 1223.

Gesù, come aveva predetta la sua propria f. (Mt. 20, 19; Mc. 10, 34; Lc. 18, 32), così la predisse pure per i suoi Apostoli (Mt. 10, 17, 20, 19), i quali, infatti, la subirono per ordine del sinedrio (Act. 3, 40). Anche s. Paolo dichiara di averla subita cinque volte da parte dei suoi connazionali: "A ludaeis, quinquies, quadran- genas, una minus, accepi" (II Cor. 11, 24); quando, però, arrestato a Gerusalemme, il tribuno Lisia lo volle condannare alla f., egli protestò, come cittadino romano sente da quella pena, il tribuno soprassedette alla punizione (Act. 22, 24).

Come sanzione, la f. venne ben presto usata nella disciplina monastica e se ne hanno testimonianze fin dal

sec. V (cf. Palladio, Hist. Laüsicae, 6; Socrate, Hist. eccl., IV, 23; per il sec. VI, le Regole di M. Cesario di Arles [PL 68, 1111] di s. Aureliano di Arles [PL 68, 392, 401-402]; per il sec. VII, la Regola di s. Colombano [PL 80, 215 sgg.]). Ma presto la f. passò ad essere semplice mente una pratica di penitenza volontaria, come mezzo di mortificazione.

Bibl.: I. Zolli, Israele, Udine 1935, pp. 328-35; C. Fouqué, Fragelium, in C. Daremberg-E. Saglio, Dict. des antiquités, II, coll. 1132-56; H. Leclercq, Fragelation (supplice de la), in DACL, V (1923), coll. 1635-43; U. Holzmüller, Christus in Dominus fragellis (accidunt, in Verbum Domini, 18 (1938), pp. 104-108; E. Power, Colones de la fragelation, in DB, II (1934), coll. 60-67.

La F. di Gesù nell'arte. — Le più antiche rappresentazioni della f. risalgono al IX-X sec. e si possono indicare nella miniatura ottoniana, così nel Codex Egberti di Treviri (fine sec. X) e nel cod. n. 948 della Biblioteca reale di Bruxelles, dove il Cristo è rappresentato nell'atto in cui uno sgherro lo lega ad una colonna ed un altro manigoldo per ordine di Pilato lo bastona. Riappare nell'arte romanica e non solo nella pittura, come a S. Urbano alla Caffarella presso Roma (XI sec.), ma nei rilievi delle porte bronzee del S. Zeno di Verona e del duomo di Benevento.

Con il diffondersi del gusto narrativo proprio dell'arte romanica e del periodo gotico, e forse anche per suggestione del fatto che nel 1223 il card. Giovanni Colonna portò da Gerusalemme a Roma un rocchetto di colonna di disastro sanguigna, oggi in S. Prassede, che secondo la tradizione è quello medesimo cui fu legato Gesù, nel corso del XIII e quindi del XIV sec. divengono sempre più frequenti le rappresentazioni della f. Còfin quando, durante il XV sec., il tema fu prediletto forse perché offriva anche occasione di raffigurare con accenti pietosi la perfetta bellezza delle membra umane del Renato. Così in una rappresentazione del Beato Angelico in una tavoletta del Museo di S. Marco a Firenze; cosi nella bellissima tavola di Piero della Francesca nella Galleria di Urbino; così in quella di Luca Signorelli che è nella Galleria di Brera a Milano; così, infine, nell'affresco di Sebastiano del Piombo che è in S. Pietro in Montorio a Roma e per il quale lo stesso Michelangelo, secondo una tradizione, avrebbe offerto il disegno. D'altro canto ad un disegno di Michelangelo si collega anche il rilievo bronzato raffigurante la f. che adorna una delle forme del ciborio di Jacopo del Duca che è nella Pinacoteca del Museo nazionale di Napoli nella quale cita è, nella chiesa di S. Domenico, un'altra bellissima f., quella dipinta da Michelangelo da Caravaggio nel 1607.

Bibl.: K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst, Friburg in B. 1928, pp. 434-35.