FUNZIONALISMO

FUNZIONALISMO (IN ARTE): V. RAZIONALISMO.

FUNZIONALISMO. - È ritenuto fondatore di questo indirizzo etnologico, originariamente inglese, B. Malinowski, di cui sono discepoli R. Firth, A. F.

Richards, R. F. Fortune e M. Mead. Per un certo tempo è stato considerato uno dei capi, insieme al Malinowski, A. Radcliffe-Brown. In Germania il f. ha trovato un convinto seguace in W. Mühlmann, che ne è stato anche il migliore sistematizzazione; idealmente vi si rintracca Fr. Krause con la sua « teoria della struttura ». S. M. Shirokogoroff, S. R. Steinmetz, R. Thurnwald e D. Westermann sono stati riallacciati dal Mühlmann al f., ma realmente essi non vi appartengono; anzi lo Shirokogoroff ha attaccato il Malinowski e i suoi discepoli, perché, secondo lui, hanno abbassato la scienza etnologica in questioni pratiche che non la riguardano; lo stesso Mühlmann, del resto, riconosce che essi vi appartengono soltanto in una certa misura.

Il f. è nato antistorico, ma poi ha sentito anche la necessità dell'indirizzo storico. Il Malinowski e i suoi discepoli sono rimasti al primo stadio del f.; il Radcliffe-Brown, invece, lo ha superato. Infatti, parlando del concetto di funzione nella vita sociale, egli dice che tra i due indirizzi, storico e funzionale, « non è necessario che vi sia un conflitto, ma vi è solo una differenza. Non vi è, e non vi può essere, un conflitto tra la teoria funzionale e il punto di vista che ogni cultura, ogni sistema sociale sia il risultato finale di una serie unica di avvenimenti storici... Le due specie di spiegazione non si combattono, ma si completano l'un l'altra. Non vedo alcuna ragione, perché le due specie di studi, la storica e la funzionale, non dovrebbero essere condotte l'una accanto all'altra in perfetta armonia ». Di questo stesso parere sono il Mühlmann a A. Lasser. Si comprende facilmente il primo stadio del f., quando si rifletta che esso è sorto dalla considerazione dei fenomeni, che si sono prodotti, presso i popoli orientali e primitivi, dal contatto della loro civiltà con quella occidentale europeo-americana, specialmente nelle terre coloniali dell'Africa e dell'Oceania, fenomeni di orientamento verso nuove forme di civiltà e di accomodamento. Il Mühlmann ha data poi tanta importanza a questi fenomeni, che vuole giudicare da essi tutti gl'innumerevoli contatti, che sono avvenuti finora su tutta la terra tra i differenti popoli e le loro varie civiltà, vedendo un esperimento che permette di cagliervi sia le caratteristiche sia tutto l'insieme della civiltà. E ciò che costituisce « la ricerca del modello », come si vedrà, nella metodica funzionalistica del Mühlmann, e da cui è ispirata la sua definizione stessa dell'etnologia: la scienza delle forme e dei processi di accomodamento dei popoli e dei loro uomini, orientandosi verso una nuova forma di civiltà, al loro ambiente geografico, sociale e culturale secondo la diffusione nello spazio e la profondità nel tempo.

La concezione funzionalistica della civiltà è stata sviluppata specialmente dal Malinowski, che considera la civiltà come un tutto, in cui le parti sono in relazione con il tutto e da questo determinate. Il modo che indica le relazioni tra la parte e il tutto, le qualità della funzione o della struttura sono diversi in ciascuna civiltà. Questa e i suoi singoli sistemi o elementi sono conosciuti nella loro essenza secondo il metodo dell'illuminazione reciproca della parte al tutto. Il Mühlmann distingue un triplice ambiente rispetto all'uomo: l'ambiente naturale o geografico, quello sociale e quello culturale. L'uomo e l'ambiente non sono, l'uno rispetto all'altro, due quantità invariabili, ma variabili, sono in una dipendenza specifica funzionale. Qui funzionale è preso in senso stretto: una variazione in una delle due quantità porta con sé una variazione nell'altra quantità (è chiaro quanto sia falso questo principio nella relazione tra l'ambiente naturale e l'uomo, eccetto quando si tratta dei pastori con le loro greggi di bestiame). Avendo il termine funzione molti significati, il Mühlmann ne propone l'abolizione in etnologia; egli usa spesso il termine struttura o ambedue insieme.

Il Mühlmann divide in due gruppi tutti i fatti etnologici: in intenzionali e in funzionali. I fatti intenzionali sono quelli che indicano la vita storica come coscienza;

i fatti funzionali quelli che la comprendono come attività, cioè, secondo l'interpretazione del p. Schmidt, fatti intenzionali sarebbero le concezioni che hanno gl'indigeni della propria civiltà, per fatti funzionali i fatti della stessa civiltà come esistono realmente nel mondo esterno. Egli presenta due criteri per fare questo raggruppamento: il criterio del valore storico per i dati intenzionali e il criterio del ritorno per quelli funzionali.

Per il Mühlmann la civiltà è la vita stessa; perciò non vuole che si parli di « elementi culturali », né di « monumenti culturali », come si esprimeva già il Ratzel, conservati nei nostri musei. I monumenti, il materiale culturale dei nostri musei non sono simboli di qualche cosa di morto, ma indici di processi, di forme regolari di vita, le cui qualità portano molto più in là degli oggetti stessi, introducono in tutta la civiltà, cui appartengono. Si comprende che il f. dia grandissima importanza alla psicologia in tutti i suoi rami, specialmente a quella della persona, a alla sociologia, tanto che il Mühlmann arriva a dire che lo studio della società si distingue logicamente, ma non praticamente dallo studio della cultura.

Il f. riconosce, come si è detto, la necessità dell'etnologia storica. Esso ammette che vi è uno sviluppo nella civiltà, il quale avviene nel tempo, appartiene quindi alla storia. « Ambedue gli aspetti — scrive il Mühlmann — quello dello sviluppo e quello della storia, quello funzionale e quello storico, sono ugualmente necessari, perché quello ci mostra solo la possibilità logica, ma non la realizzazione, questo mostra la realizzazione, ma non la logica possibilità ». Secondo lui, ogni contatto culturale è un fatto sperimentale essenzialmente storico. Esso si distingue dal fatto sperimentale delle scienze naturali, perché nella vita umana sociale e culturale non vi è solo la determinazione, ma anche l'indeterminazione, non solo la necessità, ma vi partecipa anche la libertà della volontà umana. Quindi il Mühlmann pone l'etnologia tra la storia e la biologia. Egli rileva che non vi è soltanto la tradizione o l'imprestito culturale tra popolo e popolo, ma presso un medesimo popolo anche tra uomo e uomo, tra uno strato sociale e generazione all'altra. Quindi, si devono distinguere, fino ad un certo punto, due ordini di fattori nella storia della civiltà, quelli interni e quelli esterni. In questa tradizione culturale da una generazione all'altra o da un popolo all'altro avviene una selezione culturale, per cui si accetta solo ciò che conviene. In ogni fenomeno culturale è dato un decorso temporale, che è trasformazione, cambiamento. Ciò è normale; pone invece un problema il fatto della permanenza, poco a niente variata, di un fenomeno culturale in un tempo più lungo, cioè pone la questione del ritmo di tempo e del modo, con i quali avviene la trasformazione. Lo studio comparativo, infatti, delle singole unità culturali di una civiltà mostra la loro differenza di sviluppo, p. es., la tecnica, il diritto, l'organizzazione sociale possono avere raggiunto un diverso stadio di sviluppo. Questo poi è irreversibile, secondo lo stesso Mühlmann. Il valore delle variazioni dev'essere giudicato secondo il criterio dell'importanza sociale, culturale e storica, che presuppone l'indagine storica dei singoli fenomeni; poi la ricerca del loro decorso storico per arrivare al tipo. Il ritmo della trasformazione può essere constatato per tre vie: 1) per mezzo dei documenti scritti; 2) con la connessione del materiale archeologico con quello etnografico in un luogo determinato, dove è avvenuto il contatto e lo scambio culturale; 3) attraverso le tradizioni degli stessi indigeni, in quanto contengono memorie sugli avvenimenti storici del popolo. Questa è generalmente la via più importante, perché permette di avvicinarsi di più alla constatazione del processo reale della trasformazione culturale. Per la comparazione di due o più civiltà, comparazione fatta per scoprire le note concordanti, che indicano una provenienza comune e l'imprestito culturale tra le civiltà in questione, il Mühlmann dà sei regole, che qui non è possibile analizzare. Egli, pur affermando che la ricerca della causalità è un bisogno profondo del nostro spirito, che pone in ordine di tempo prima la causa e poi l'effetto, tuttavia rigetta in nome di qualche scienziato moderno, p. es.,

Heisenberg, il concetto ordinario di causalità. Egli vuole sostituire la certezza storico-culturale con quella della correlazione statistica, i cui risultati sono tra la certezza e la verosimiglianza, che si ottiene con la ricerca del modello o tipo, come si è detto sopra. Questa teoria del Mühlmann è stata giustamente giudicata dal p. Schmidt una concezione ridicola.

Nel criticare le teorie etnologiche, il Mühlmann fa delle osservazioni molto a proposito, che rivelano la sua non comune perspicacia. Particolarmente a proposito è il suo rilievo riguardo alla storia, cioè che questa sarà in seguito molto influenzata dall'etnologia e dall'antropologia e specialmente dalla metodica funzionalista nella valutazione dei fatti storici; non sarà più possibile fare una storia mondiale senza prendere in considerazione i cosiddetti popoli primitivi.

Il f. nella sua prima forma è stato rigettato dal Radcliffe-Brown nell'adunata solenne dell'Istituto reale della Gran Bretagna e dell'Irlanda nel 1940, deprecando di essere stato considerato membro e anzi capo o uno dei capi della scuola funzionalista, che, secondo lui, non esiste realmente, se non quale mito nella mente del Malinowski, la cui attività non ha fatto altro che causare tante inutili discussioni in etnologia.

Il p. Schmidt ha fatto una profonda critica al f. secondo l'ultima e ampia sistematizzazione fattane dal Mühlmann, mostrandone l'insufficienza e le molteplici inesattezze, particolarmente l'infondatezza e l'irragionevolezza degli attacchi, delle semplificazioni e dei malintesi di lui riguardo al metodo storico culturale, riconoscendogli però in pari tempo anche il merito di avere scoperto alcuni punti deboli degli altri sistemi e delle altre teorie, ed avere apportato dei preziosi nuovi punti di vista. In sintesi, il giudizio del p. Schmidt è quello dato a conclusione della sua critica alla teoria della struttura del Krause nei due seguenti punti: 1) il metodo storico culturale fa bene ad utilizzare la teoria della struttura o funzionalista sia per il lavoro etnologico preparatorio, sia per la constatazione di certe relazioni nella coesistenza delle civiltà nello spazio; 2) la teoria della struttura però deve rivolgersi al metodo storico culturale per la soluzione della questione principale dell'etnologia, cioè raggiungere maggiori profondità di tempo, andando fino alle origini, e quindi successioni causali più profonde.

BIBL.: B. Malinowski, Argonauts of the western Pacific, Londra 1922; id., The sexual life of savages, 3ª ed., ivi 1932; trad. it., Etica e vita sessuale dei sebagai, Milano 1934 (vedi l'introduzione e II cap. 1); id., Culture, in Encyclopaedia of social sciences, IV, p. 621; F. Krause, Kulturwandel und Volkstum, in Mitt. der anthropos. Ges. in Wien, 1929, p. 2; 2g.; B. Malinowski, Introduction a H. Jan Hoggin, Law and order in Polynesia, Londra 1934; A. Radcliffe-Brown, On the concept of function in social life, in Am. anthrop., 1935, pp. 394-402; A. Lesser, Functionalism in social anthropology, ibid., pp. 386-93; W. Mühlmann, Rassen und Völkerkunde, Braunschweig 1936; id., Geschichtliche Bedingungen, Methoden und Aufgaben der Völkerkunde, in Lehrbuch der Völkerkunde, pubblicato sotto la direzione di K. Th. Preuss, 2ª ed., Stoccarda 1939, pp. 1-43; id., Methodik der Völkerkunde, ivi 1938; W. Schmidt, Untersuchungen zur Methode der Ethnologie, in Anthropos, 35-36 (1944), pp. 828-905; W. Schmidt-W. Koppers, Handbuch der Methode der kulturhistorischen Ethnologie, Münster in V. 1937; trad. it., Manuale di metodologia etnologica, Milano 1949, pp. 98-82, 40, 42. Luigi Vannicelli
Cite this article

“FUNZIONALISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 1082. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/funzionalismo.