GARIBALDI, GIUSEPPE. - Generale, eroe nazionale, n. a Nizza il 4 luglio 1807, m. a Caprera il 2 giugno 1882. Educato cattolicamente dai genitori Domenico e Rosa Raimondi, assai presto, intrapresa
la vita avventurosa del mare, entrò a contatto con esuli e cospiratori, nel 1833 venne iniziato dal Barroult nella setta sansimoniana e da Mazzini nella Giovane Italia. Si arruolò nella marina sarda e nel 1834 partecipò ai tentativi insurrezionali di Genova, fu processato e condannato a morte. Sfuggito alla pena si trasferì prima in Francia poi in America, dove prese parte attiva, a capo di una legione di volontari italiani, fra cui spiccò il primo manipolo di camicie rosse, alla lunga guerra che l'Uruguai sostenne contro il Brasile (1839-46). Qui si manifestò per la prima volta
l'eroico valore e il genio militare di G. All'annunzio delle riforme concesse da Pio IX, egli, con un indirizzo al nunzio Bedini, mise la sua spada a disposizione del Papa; nell'apr. dal 1848, rimpatriato con 63 compagni, accorse in Lombardia, dove si combatteva la prima guerra d'indipendenza contro l'Austria, ma trovò in Carlo Alberto diffidenza. Proclamata la Repubblica Romana, G. combatté come generale contro i borbonici a Palestrina e a Velletri, e contro i Francesi a Porta S. Pancrazio. Caduta la Repubblica, lasciò Roma insieme con pochi fedeli (2 luglio 1849) e si rifugiò a S. Marino. Preso il mare a Cesena dovette sbarcare a Migliavacca, dove gli morì la moglie Anita, che l'aveva seguito nella fuga avventurosa. Dopo drammatiche vicende, emigrò negli Stati Uniti (luglio 1850), si dedicò all'industria e riapparve a Genova il 7 maggio 1854, con modesti risparmi che impegnò nella compa di una metà dell'isola incolta di Caprera, che a poco a poco riuscì a fare tutta sua e migliorò, intensificandovi l'agricoltura e la pastorizia.
Scoppiata poi la guerra contro l'Austria nell'apr. 1850, G. che aveva già avuto il comando dei Cacciatori delle Alpi, sostenne valorosamente combattimenti a Varese, a S. Fermo, allo Stelvio. In un incontro a Milano nell'ag. seguente, propose a Vittorio Emanuele II una spedizione nell'Italia centrale, ed il Re promise il suo appoggio ma con dilazione. Mazzini e la Società nazionale prepararono il terreno: G. doveva invadere il territorio pontificio con due divisioni e prendere la direzione della rivolta. Il timore di una reazione non solo da parte della Francia, ma anche degli Stati italiani, non disposti a tollerare simile colpo di mano, dissuasse il Re dal scendere l'impresa; ordinò quindi al generale Fanti di sconsigliare G., o al più di lasciarlo fare a suo rischio e pericolo. Da un nuovo colloquio con Vittorio Emanuele a Torino il 29 ott. 1859, G. riportò l'impressione che al Re non sarebbe punto spiccato qualche simile impresa, almeno per far vedere a Napoleone III come la situazione in Italia centrale fosse ormai insostenibile, tanto più che l'Inghilterra incoraggiava ad osare, con larghe esibizioni. Ma Napoleone III, informato che si andava tramando un colpo di G. nelle Marche, con un telegramma minaccioso al Re pose termine a quei disegni. Questi spedì allora il generale Solaroli a Bologna, e G. si piegò in sulle prime, ma poi, cedendo ad insinuazioni di amici, ritirò il suo assenso, finché chiamato dal Re a Torino, il 16 nov., si lasciò persuadere a riserbare le sue forze per una occasione mi-

dispetto di Cavour, che paventava ad un tempo i fulmini di Napoleone e il prevalere della fazione repubblicana, la spedizione dei Mille si effettuò (maggio 1860) con prospero successo, sotto gli auspici del re, e al motto: «Italia e Vittorio Emanuele». I due protagonisti si tennero a contatto durante l'impresa mediante il Trecchi. Ma quando G. stava per varcare il Faro e balzare su Napoli e poi su Roma, dove già si illudeva di proclamare in
Campidoglio Vittorio Emanuele re d'Italia, sia il Re, sia Cavour, allarmati, s'affrettarono ad arginare l'avanzata garibaldina, ed a sorvegliare per mezza del La Farina il movimento in Sicilia. Il timore di un rafforzamento dell'azione rivoluzionaria, personificata in G. e Mazzini, e insieme che non avesse a prevalere l'influenza inglese in Italia, persuasi Napoleone a chiudere un occhio sulla occupazione delle Marche e dell'Umbria, che le truppe regie, comandate dal Re in persona, operavano sotto pretesto di aprirsi un varco per penetrare nel Napoleone e fermare G. prima che assalisse Roma. L'incontro fra il re e G. avvenne a Teano il 26 ott. e il 7 nov. entrarono, l'uno a fianco dell'altro, trionfalmente a Napoli. Si trattò pur una volta fra loro della occupazione di Roma, ma Vittorio Emanuele esortò G. ad aspettare ancora. Studiandosi con tutti i mezzi di limitare l'influenza di G. e dei suoi amici, gli negò anche la luogotenenza sulle Due Sicilie, sicché il generale, sdegnato e deluso, rifiutò emolumenti e onori, e il 9 nov., lasciata Napoli, si ritirò a Caprera.
Le relazioni con il Cavour, che G. riguardava, insieme con Napoleone, come il supremo ostacolo alle sue ardimentose imprese, divennero sempre più tese. Discutendosi alla Camera subalpina il 18 apr. 1861 una proposta d'inscrizione in ruolo della ufficialità garibaldina, G. irritato già contro il Cavour per la cessione di Nizza e Savoia, lo assalì con tale veemenza, che si crede abbia contribuito ad abbreviare i suoi giorni. Ma con Vittorio Emanuele le relazioni tornarono ben presto cordiali; scomparso il Cavour e salito al potere il Rattazzi, G. volò a Torino, accolto dal Re con molta cordialità. Intraprese un viaggio nelle principali città dell'alta Italia con pretesto di una propaganda per il tiro a segno, ma con l'intento di rinsaldare il partito d'azione e di riscaldare gli animi per Roma e Venezia. Ma il Re, ancora una volta minacciato dall'Imperatore dei Francesi, ricorse al solito metodo dilatorio verso G.: rinunciare per il momento a Roma e volgere la mente ad altra meta. Si venne così all'impresa del Trentino (maggio 1862), le quale, dopo i primi successi, fu dovuta troncare, violentemente repressa dal governo regio, imperante lo stesso Rattazzi, in seguito all'ostilità della diplomazia europea.
Ritiratosi a Caprera, G. il 27 giugno 1862 parte per la Sicilia, prende a radunar gente, e da Palermo lancia
un vibrante proclama agli Italiani, con il grido di: « Roma » morte ». Il Re cercò sulle prime di placarlo; visto però che egli insolentiva vieppiù, anche contro di lui, con un editto in data 3 ag. lo metteva al bando. Era opinione comune che il Rattazzi fosse a parte del gioco; documenti pubblicati dal Lazio, invece, mostrano che il Rattazzi aveva impartiti ordini, che non furono eseguiti, per impedirgli quel colpo di testa. Ma non fu poco lo stupore allorché il 29 ag. il G. era fermato dalle truppe regie ad Aspromonte, e, ferito e prigioniero, veniva rinchiuso nel forte di Varignano, quindi ricondotto a Caprera. Non mancò chi avrebbe preteso che il Re, cui si faceva risalire la responsabilità di quei fatti, abdicasse la corona: ma tutto si concluse con una semplice crisi di gabinetto.
Nel marzo 1864 G. si recò a Londra e si riconciliò con Mazzini, dal quale l'aveva distaccato il suo lealismo sabbando. Nel 1866 partecipò alla campagna contro l'Austria a capo di tremila volontari e riportò dei successi a Monte Suello, a Condino, e a Bezzecca (4, 16 e 21 luglio). Con l'armistizio, pronunciato il suo « obbedisco », sgombrò il Trentino e si ritirò a Caprera. Ricongiunta anche Venezia all'Italia, non rimaneva ormai che Roma con il minuscolo Stato pontificio; e G., dominato dalla sua esasperata passione, nella primavera 1867 da Caprera ricomparve nella penisola, intraprese un giro di propaganda a tutta accassamente anticlericale nell'alta Italia, al grido di: « guerra ai preti: Roma » morte », e sferrò una sì dura campagna contro il ministro Ricasoli, che gli era in uggia per le sue tendenze conciliatoriate con Roma, da provocare una crisi, che riportò al potere il Rattazzi. Ripresero allora nuove insidie contro lo Stato ecclesiastico, e profitando dell'esigua forza di cui esso disponeva dopo il ritiro del presidio francese, in seguito alla Convenzione del sett. 1864, tentò un colpo di mano, concentrando bande di volontari ai confini. Un manipolo di camicie rosse venne disperso nelle vicinanze di Terni nel marzo dalle truppe regie; ma in autunno con più forti elementi, si spinse fino a Sinalunga, a sud di Orvieto, dove fermato (24 sett.) fu ricondotto nell'isola. Quali accordi allora esistessero fra G., il Re e Rattazzi non è ancora chiarito, ma non per dubbio che quest'ultimo, almeno, fosse segreto artefice di questi tentativi, per mettere l'Europa davanti al fatto compiuto. Infatti nonostante apparenti misure di rigore, e un'andata di dimostrazioni ostili al governo, G. fu acclamato con dimostrazioni di simpatia, quasi plebiscito in favore dell'occupazione di Roma. Mentre bande di volontari, comandati dal Nicotera e da Menotti Garibaldi, violavano le frontiere papali in più punti, altre penetravano segretamente in Roma, dove in pochi giorni si verificarono episodi clamorosi: l'attentato di Monti e Tognetti alla caserma Serristori (22), quelli dei fratelli Cairoli (23) e di casa Ajani (25 ott.), che rivelano un piano d'azione coordinato, quale appunto doveva essere nei voti di Vittorio Emanuele e di Rattazzi.
G., lasciata segretamente Caprera, sbarcava il 18 ott. a Livorno, e raggiunse i suoi gregari a Monterotondo dove ebbe un primo scontro con i pontifici, i quali in numero di ca. 2000, comandati dal gen. Kanzler, ed appoggiati anche da altrettanti francesi sopraggiunti, inflissero ai garibaldini una decisa sconfitta a Mentana (3-4 nov.). G., arrestato a Figline, veniva ricondotto a Caprera (25 nov.). Il governo regio fu costretto a ritirarsi da Viterbo a Civitavecchia, che aveva occupato, e il Rattazzi a dimettersi (20 ott.). Il ministro degli Esteri di Francia allora proclamò che l'Italia non sarebbe mai andata a Roma.
L'occupazione di Roma, in seguito allo sfacelo di Napoleone III, avvenne invece il 20 sett. 1870 ad opera delle truppe regolari del generale Cadorna. Proprio di quei giorni G. sbarcava a Marsiglia (7 ott.) per offrire il suo braccio in difesa della neonata Repubblica francese. Prese parte con l'usato valore a quella campagna, che si conchiuse però con poca gloria

(Int. Alinari)
Questi ultimi anni di vita, trascorsi nell'inazione, sono anche i più miserevoli sotto l'aspetto morale. G. non trovò di meglio che sfogare i suoi crucci con libri in prosa e in versi, per lo più insulsi, riboccanti di volgari ingiurie e di denigrazioni contro il clero e il Papa, e di roboanti declamazioni contro una società che aveva il torto di non pigliare sul serio i sogni della sua mente ottenebrata da vieto anticlericalismo e da grette idealità massoniche.
Sprovvisto di una vera formazione religiosa, G. era passato attraverso tutte le forme pseudoreligiose dell'età sua. Fu di volta in volta sansimoniano, panteista, sincretista, e assai presto, insieme con i suoi fidi, si dette in braccio alla massoneria. Per far contrappeso alla corrente massonica cavouriana, nel 1862 fu fatto G. maestro perpetuo del Grande Oriente di Palermo, in antagonismo al Grande Oriente di Torino. La IV Costituente massonica, che si tenne a Firenze nel 1864, nell'intento (non riuscito) di riunire in un fascio tutte le forze massoniche, gli confermò il titolo di gran maestro della massoneria italiana, e nominò A. Mordini gran maestro aggiunto, a cui nel 1867 succedeva L. Frapolli. Ma l'opera di G., come osserva il Valori, era « diventata quasi solo verbale » letteraria ». Assai prima che giungesse l'ul-
tima sua ora, e che le ceneri della sua salma, che volle fosse cremata sopra una catasta di lentischi, andassero disperse al vento, egli era un sopravvissuto. Il suo nome serviva di pretesto ad un anticlericalismo settario, per inasprire sempre più i vecchi rancori che separavano gli animi degli italiani.
Ciò nonostante va rilevato che in lui non si spense mai del tutto un barlume di fede e di venerazione verso il Divin Redentore, che affiorava nelle ore più belle. Al tempo della fortunata impresa dei Mille, forse attratto dal fascino di un ambiente asturo di sentimento cristiano, ebbe lui pure accenti di fede e di pietà che paiono sinceri.
La letteratura garibaldi è assai ricca, ma per lo più di scarso valore critico; e se si eccettava qualche buon saggio monografico, tra cui va segnalato quello del Dalle Torre citato appresso, poco si è prodotto nel campo nostro. Le fonti migliori sono ancora quasi tutte d'impronta liberale: G. Guerzoni, G., Firenze 1882; A. V. Vecchi, La vita e le gesta di G. G., Bologna 1882; J. White-Mario, G. G. e i suoi tempi, Milano 1884; G. M. Trevelyan, G. e la difesa della Repubblica Romana, Bologna 1900; id., G. e i Mille, ivi 1910; id., G. e la formazione dell'Italia, ivi 1913; A. Luzio, G., Casour, Verdi, Torino 1924; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, ivi 1928; M. Rossi, G., Bologna 1932; A. Monti, La vita di G. G. giorno per giorno, Milano 1932; A. Luzio, Alpormonte e Mentana, Firenze 1935; A. Valori, G. G. (Grandi italiani, 3), Torino 1941; F. Cognasso, Vittorio Emano le II (Grandi italiani, 23), ivi 1942. Pietro Pirri