GIUBILEI, LIBRO dei. - Apocrifo giudaico che parafrasa Gen. 1-13; 24.
I Padri lo chiamano Leptogenesi (Didimo di Aless., Enarrat. in epist. I Io. 3, 12), perché il contenuto del Libro ricalca Gen. 1-13; 24; L. dei G. (S. Epifanio, Haer., XXXIX, 6), dalla materia che è ripartita, con esattezza cronologica, in periodi giubilari di sette settimane di anni, e secondo avvenimenti indicati in quanto a mese, anno, settimane di anni, nonché periodo giubilare; ed Apocalisse di Mosè (i cronografi bizantini), dal fatto della Rivelazione ricevuta dal legislatore. Il Decreto gelaiano lo menziona fra le scritture non canoniche con il nome di Liber de filiabus Adam.
Fu scritto originariamente in ebraico ed in Palestina. Rimane completo solo in etiopico e un terzo è in latino; le due versioni risalgono a quella greca; di più, rimangono frammenti siriani e midiâchi. G. cita il testo biblico alla lettera: concorda per lo più con i Settanta, ma anche con il masoretico e con la versione samaritana.
L'autore sembra un sacerdote del Tempio o fautore di sacerdoti: Levi, infatti, è in risalto su Giuda (31, 13 sgg.), i figli di Levi conservano le scritture di Giacobbe e dei suoi padri (54, 16); è supposta l'esistenza del Tempio (49, 20), con il Sion consacrato per la santificazione della terra. Pure vi appaiono contaminazioni: p. es., la corona d'al-loro sul capo alla festa dei tabernacoli (8, 3) è di sapore ellenistico; così la divisione di settenari in settanari usata dai Giudei alessandrini, che si ammirete egiziano.
G. conosce il Libro di Enoch (4; 17-23) e quello di Noè (10, 13; 21, 10); è indipendente dal Libro dei Testamenti (Charles); non è esatto nel citare disposizioni legali della Legge (16, 22; cf. Num. 29, 13-33) e le prorogazioni della Misnâh (49, 20); non ha troppi riguardi alla pratica, come appare dal calendario fondato sull'anno solare di 364 giorni (né ebraico, né di altri popoli); a volte è fedele nel riferire le parole dei Patriarchi (dai quali s'intende originata la storia d'Israele), ed a volte ha delle soppressioni interessate, come di Gen. 3, 17.
Il tempo di composizione sembra ad alcuni il primo cippo del sec. I d. C., perché solo così si spiegherebbe l'acredine contro Edom, ed il timore della decadenza religiosa contro cui si vien messi in guardia. Per altri, invece, la venerazione per la tribù di Levi e la rivendicazione dei diritti antichissimi del popolo giudaico sull'Udomea, conquistata il 125 a. C., fa attribuire lo scritto all'epoca di Giovanni Ircano: si assiste, infatti, ad un rifioro delle antiche speranze, di cui si richiede l'aureola al p. 5-8. Di qui il complesso ideologico.
G. (1, 27; 33, 18) suppone che Iddio sul Sinai or-dini all'angelo della faccia (cf. Is. 63, 9) di rivelare a Mosè la storia della creazione e degli avvenimenti che seguirono. E Mosè scrive. Questa parafrasi del Genesi, con aggiunte, omissioni, modifiche, ha per scopo di dimostrare l'antichità del popolo giudaico, riallacciandone la storia con la creazione; e di inculcare una rigida osservanza della Legge, stabilendone l'autorità.
Anticoco e l'ellenismo avevano avversato, come contrari alla natura ed al diritto naturale, due cose: concisione e sabato. Per provare che tali istituzioni fanno parte del diritto eterno, l'autore dice che gli angeli stessi - almeno i due ordini più elevati della gerarchia celeste - sono stati creati circoncisi (15, 27) e dovevano osservare il sabato (1, 18).
Dopo Mosè la storia non è più che una predizione: Dio annuncia a Mosè l'entrata degli Israeliti nella Terra Promessa, le infedeltà, le punizioni e il ritorno. Il Signore, rispondendo alla preghiera del legislatore, solleva il velo dell'avvenire, che è il tempo in cui vive l'autore: Iddio crea ormai in essi uno spirito nuovo; essi saranno fedeli per sempre e conosceranno che egli li ama.
Il Messia di questo tempo non si sa dove prenderlo. Il nuovo popolo santo (gli Assidei) stavano per i principi
Asmonei: ma come si faceva ad attendere un Messia di provenienza levitica, invece di quello tradizionale, di provenienza davidica? E siccome non si voleva scontentare gli Asmonei, il ruolo messianico rimaneva nell'ombra (cf. 21, 18).
I figli di Giuda saranno nell'avvenire il terrore dei Gentili; il loro capo militare, Levi, che un giorno fu quasi maledetto con Simeone, ora è benedetto per primo (31, 15). Sembra che il principato prevalga sul sacerdozio. Quindi ne risentono le varie concezioni: p. es., quelle della sorte ultima (non d'idea tradizionale), dello s'él (un luogo per empi e peccatori), del grande giudizio (anteriore al periodo messianico). Centro d'interesse è la società palestinese contemporanea dell'autore, esaltata da guerre felici e da condizioni prospere. Mosè, legislatore del tempo presente, a trattare l'ultima sorte era meno indicato di Enoch, che fu trasferito dalla terra per conversare con Dio.