GIULIANO di ECLANO. - Così chiamato dalla sua sede vescovile (scomparsa, rovine presso l'odierna Mirabella Eclano, ad est di Benevento), fu il più tenace e battagliero sostenitore delle dottrine pellegiane (ca. 380-455). Suo padre Memore, vescovo, fu legato d'amicizia con i s. Agostino e Paolino di Nola. Istruito nelle divine Scritture e già chiaro fra i Dottori della Chiesa, a dir di Gennadio (Vir. ill., 45), G., da poco elevato alla cattedra episcopale di Eclano, nel 418, quando papa Zosimo nella sua Tractoria confermò la condanna portata dal suo predecessore Innocenzo I contro Pelagio e il suo manutengolo Celestio, si mise a capo dell'opposizione, forte soprattutto nell'Italia meridionale. Perciò, deposto dalla sua sede e cacciato in esilio per decreto imperiale, andò errando per le province orientali dell'Impero, ospite a lungo del vescovo Teodoro di Mopsuestia in Cilicia; né mai poté tornare alla sua Eclano, per quanti sforzi facesse presso la corte di Costantinopoli, finché oscuramente si spense, dieci, in un villaggio di Sicilia.
Scrisse in difesa delle dottrine pellegiane due lettere a papa Zosimo e due altre, dopo la sua deposizione, a suoi partigiani di Tessalonica e di Roma; quindi, esule in Oriente, due grosse opere contro le tesi cattoliche sostenute da s. Agostino, cioè quattro libri a Turbanzio e otto libri a Floro, ai quali risponde s. Agostino rispettivamente con i sei libri Contra Iulianum (PL 44, 461) e il cosiddetto Opus imperfectum (PL 45, 1049); inoltre un libro De bono constantiae, conosciuto ancora da Beda (PL 91, 1072). Di tutto questo non rimangono interi che i primi sei libri a Floro, citati integralmente da s. Agostino nella sua risposta; del resto solo pochi frammenti.
Commentò anche vari libri della S. Scrittura. Un diffuso commento al Cantico dei Cantici in 7 libri fu ancora tra le mani di Beda, che ne cita alcuni brani. Un'illusione a questo commento e insieme a Proverbi ed Ecclesiastica si deve vedere nell'opera composta Salomonis voluminibus disserendis, che di sé attesta l'autore d'un commento ai profeti minori (PL 21, 960), autore che, come ha dimostrato G. Morin con forti argomenti, è appunto il G. Con più ragione si dovrà a lui attribuire una Expositio del Libro di Giobbe pubblicata nello Spicilegium Casinense, III, poiché ai medesimi argomenti fi-
logici si aggiungono le dottrine pelagiane, appena discernibili nel commento ai Profeti, nella forma più cruda e ripetutamente asserite nella esposizione di Giobbe. Infine tradusse dal greco il commento di Teodoro Mopsuesteno ai Salmi; ne rimangono larghi frammenti in manoscritti già di Bobbio.
Nei suoi scritti polemici G. portò alle estreme conseguenze i principi fondamentali dell’eresia pelagiana, e li difese con somma acrimonia, armato soprattutto di pertinace dialettica ed inesauribile facondia. Nei commenti biblici prese a base la nuova versione di S. Girola, al quale del resto non risparmò le critiche, e spiegò il senso letterale con i principi ermeneutici della scuola antico-chesa, unico in questo genere fra i Latini. In tutte le sue opere dà prove di grande coltura ed abilità letteraria, buona e ricca lingua, robusto stile personale.