GIUSTI, GIUSEPPE. - Poeta, n. a Monsummano il 12 maggio 1809, m. a Firenze il 31 marzo 1850. Educato nei primi anni da un sacerdote e, in seguito, al Seminario di Pistoia e al Collegio dei nobili di Lucca, nel 1834 si laureò in legge all'Università di Pisa. Trascorse quasi interamente la breve vita in Toscana, con qualche parentesi di soggiorno a Napoli e a Milano, ove fu ospite del Manzoni, al quale si sentì sempre legato da rispettosa amicizia.
Visse intensamente la storia del suo tempo e, per il triste privilegio di un'acuta intelligenza associata a un carattere estremamente sincero, ne accelerò il moto contraddicendo e satireggiando. Dominazione straniera, servilismo italiano, metodi polizieschi, tentennamenti di coscienza, opportunismo politico l'ebbero beffeggiatore e fustigatore inesorabile, perché innamorato dell'idea di una patria solo redimibile da motivi di libertà e di morale politica sinceramente perseguiti.
Poeta d'istinto, cominciò a scriver versi a 12 anni, acquistando precocemente fama di lirico dal «mesto sorriso», come amò definirsi, e suscitando consensi di simpatia, ma anche critiche insidiose. Ebbe aspri avversari Guerrazzi e Tommaseo; i suoi versi però corsero ugualmente l'Italia, eccitanti e vittoriosi nell'impressione popolare. Nel 1848, su proposta di G. Capponi, fu creato membro residente dell'Accademia della Crusca; nello stesso anno era nominato maggiore della Guardia civica e, dagli elettori di Borgo a Buggiano, inviato deputato all'Assemblea toscana. La politica, che pure aveva animato lo scrittore, deluse e amareggiò il parlamentare: gli mancarono del politico militante la capacità di adattamento e l'abilità a muoversi tra interessi ed egoismi di parte.
Ciò che resta di G. è il poeta e il prosatore; restano le Poesie satiriche o «scherzi» (dominate dalla nota satirica, in cui risalita il polemista, e dall'eligiaca, che ne esprime il mondo affettivo) e le prose luccicanti, immediate e perfette (Epistolario, Memorie inedite, I proverbi toscani, Discorso su G. Parini, ecc.). La morte gli troncò l'approfondimento nello studio di Dante.
La critica l'ha innalzato o abbassato spesso frettolosamente. Il Manzoni gli rimproverò alcuni scritti, dal tono irriverente verso la religione e l'autorità della Chiesa; il G. se ne scusò, scrivendogli: «da quel tempo tagliai fuori dai miei scritti ogni facciata che potesse offendere il pudore, ogni personalità, ogni sarcasmo contro la religione». Molte poesie furono da lui effettivamente ripudiate. È stato anche accusato di superficialità, e certo l'atmosfera politica in cui visse, la frammentarietà nervosa dell'opera, le frequenti allusioni all'ambiente gli restrinsero talvolta gli orizzonti spirituali.

(Ist. Enc. Catt.)
Quando il G. espresse episodicamente le luci del suo mondo morale, rivelò sentimento profondo e ingegno atto a rendere in sintesi d'arte le nostalgie, gli accoramenti, le aspirazioni che nell'anima umana son sempre connesse con il senso del divino. In S. Ambrogio il G. risvegliatore della coscienza nazionale si innalza ad una concezione che accomuna soggiogati e soggiogatori, portandoli ad una cristiana volontà di amarsi sotto l'impulso di «un desiderio di pace e di amore», «un pensier mesto della madre cara», «uno sgomento di lontano esilio». Alcuni sonetti, come La fiducia in Dio, il Sospiro dell'anima, All'amica lontana, attestano quella sostanziale religiosità, che, sugli smarrimenti della vicenda terrena, offre a ciascuno il riscatto della personalità morale.
Bibliografia12 opere
Salvatore Lombardo Restivo