GONZAGA, FAMIGLIA. - Del tutto leggendaria è l'asserita discendenza germanica dei G. e anche la loro presunta parentela con gli Ottoni. Circa la loro origine è tuttora discusso se fossero milites della contessa Matilde di Canossa o, fin da tempi molto antichi, vassalli minori del monastero di S. Benedetto in Polirone (il vincolo feudale con questo monastero sussisteva ancora verso la fine del Trecento). Nella seconda metà del sec. XII i G. si stabilirono nella città di Mantova ed allargarono sempre più i loro possessi intorno ad essa e verso Reggio Emilia. Nel sec. XIII furono banditi da Reggio e i loro beni nel mantovano confiscati, ma la protezione dei Bona-

(fot. Geb. fot. naz.)
Nel 1328 Luigi G. abbatté la signoria dei Bonacolsi e fu proclamato capitano generale di Mantova, con diritto di designare il suo successore. Da Ludovico il Bavaro ebbe il titolo di vicario imperiale. Partecipò alla lega contro Giovanni di Boemia, poi a quella contro gli Scaligeri; ma nel 1358 dovette riconoscere l'alta sovranità dei Visconti. Morì nel
1360. Gli successero nella carica di capitano generale GUIDO (1360-69), LUDOVICO (1369-82), FRANCESCO (1382-1407). Francesco cercò di sottrarsi al predominio visconteo appoggiandosi a Venezia. Il vincolo feudale che legava i G. al monastero di S. Benedetto fu annullato da Bonifacio IX, il quale eresse Mantova in feudo direttamente dipendente dalla S. Sede, esonerando i G. da qualsiasi tributo anche formale. Francesco riformò gli statuti bonacolisiani e, concentrando il potere nelle sue mani, gettò le basi del principato. Nel 1403 l'imperatore Venceslao gli dette il titolo di marchese, ma Francesco non ne fece uso. Il suo successore GIANFRANCESCO (1407-1444) rifiutò nel 1413 lo stesso titolo, ma lo comprò poi nel 1433 da Sigismondo, quando ritenne che questi si fosse consolidato sul trono imperiale: ebbe così il diritto di aggiungere al suo stemma quattro aquile con ali aperte. Gianfrancesco si trovò in difficili condizioni, stretto fra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia in guerra tra loro. Nel 1438 abbandonò l'alleanza veneziana per quella milanese, e la Pace di Cremona lo costrinse ad una notevole cessione di territori a Venezia. Durante il suo governo fiorì a Mantova la scuola di Vittorino da Feltre. Alla sua morte Gianfrancesco divise lo Stato fra i quattro figli, ma la morte di due di essi e la ribellione di un terzo, CARLO, permisero all'altro figlio, LUDOVICO (1444-1478) di rimanere solo signore. Nel 1450 Ludovico si alleò con Francesco Sforza, al quale dette valido aiuto per la conquista del Ducato di Milano; ma la Pace di Lodi confermò per Mantova la perdita dei territori precedentemente ceduti a Venezia. Durante il suo governo Ludovico accrebbe grandemente il prestigio del marchesato, specialmente per la sua attività nelle opere civili. Donò terre di bonifica ai coltivatori, dedicò particolari cure al regime delle acque, fece costruire due chiese su disegni di Leon Battista Alberti e la celebre torre con l'orologio regolato da Bartolomeo Manfredi. Appassionato lettore di classici, largheggiò di sovvenzioni a letterati e ad artisti. Anche Ludovico dispose che dopo la sua morte lo Stato fosse diviso fra diversi eredi, causando così una dispersione di potenza e di ricchezza. Mentre, dei suoi figli, FRANCESCO fu il primo a vestire la porpora cardinalizia (nel 1461): per lui il Poliziano scrisse l'Orfeo e LUDOVICO ebbe il vescovato di Mantova, a GIANFRANCESCO fu assegnata la signoria di Sabbioneta, Bozzolo ecc., e a RODOLFO, che morì nella battaglia di Fornovo, quella di Castiglione delle Stiviere, Solferino, ecc.
Del ramo di Gianfrancesco è da ricordare SCIPIONE,
figlio di Carlo, n. nel 1542, che studiò a Padova, nel 1565 si recò alla corte di Massimiliano e ne ottenne per sé e i suoi il titolo di principe dell'Impero, fu da Sisto V nel 1585 creato patriarca di Gerusalemme e nel 1588 nominato cardinale; ebbe nel 1590 da Vincenzo I il governo del Monferrato e morì nel 1593. Scipione fondò nel 1564 l'Accademia degli Eterei, che accolse fra i suoi soci il Tasso, e fu uno dei revisori eletti dal poeta per la Gerusalemme. Allo stesso ramo appartenne GIULIA, figlia di Ludovico, n. nel 1513, sposata a Vespasiano Colonna, che con il suo fascino personale attirò intorno a sé dotti e poeti, fu cantata dall'Ariosto e da altri letterati, effigiata da Sebastiano del Piombo e dal Tiziano. Giulia prese parte al movimento della «riforma» e fu in corrispondenza con il Carnesecchi. Morì nel 1566. Del ramo di Castiglione delle Stiviere sono da segnalare s. LUIGI (v.), pronipote di Rodolfo, e LUIGI (1745-1819), erudito e avventuriero. Egli si atteggiò in Francia a giacobino, poi in Austria cedette a Maria Teresa ogni diritto di sovranità in cambio di un appannaggio vitalizio.
Sul trono di Mantova a Ludovico successe FEDERICO (1478-84), che comandò per qualche tempo le milizie dello Sforza nella guerra tra Firenze e Sisto IV. Con FRANCESCO (quarto marchese di Mantova, 1484-1519), il marchesato fu coinvolto nelle grandi lotte politiche e militari del tempo. Mentre sua moglie, Isabella d'Este, faceva di Mantova un grande centro culturale, Francesco, posto nel 1495 a capo della Lega italiana, teneva un'ambigua condotta, sicché, quando nel 1500 il dominio francese fu ristabilito a Milano, evitò a stento che i suoi territori fossero spartiti tra la Francia e Venezia. Il suo successore FEDERICO (1519-40), sebbene dal 1521 avesse la carica di capitano generale della Chiesa, cercò il favore di Carlo V, e durante la guerra della Lega di Cognac, d'accordo con Alfonso d'Este, aprì la strada ai lanzichenecchi. Da questo momento egli rimase fedele alla politica imperiale, ma la sua speranza di riavere le terre cedute a Venezia e la sua aspirazione al Ducato di Milano andarono deluse. Soli compensi alla sua attività di agente cesareo furono l'erezione di Mantova in ducato (1530) e il dono di quel Monferrato che doveva essere causa di tante sciagure per i G. Alla morte di Federico ebbe la reggenza per il nipote giovinetto FRANCESCO, ERCOLE (n. nel 1505, m. nel 1563) che l'abbandonò durante il breve governo di Francesco, e la riassunse poi fino al 1550. Ercole fu nominato vescovo nel 1521, andò poi allo Studio di Bologna e nel 1526 ebbe la porpora cardinalizia. Durante la sua reggenza Ercole restaurò l'economia dello Stato frenando il lusso della corte, nominò prefetto delle acque e degli edifici Giulio Romano, rinnovò la Cattedrale chiamando a decorarla il Veronese, diede commissioni di quadri al Tiziano. Nel 1561 fu dei cinque legati pontifici al Concilio di Trento, del quale gli fu affidata la presidenza, che tenne fino alla sua morte.
Fratello di Ercole fu FERRANTE (1507-57), che partecipò nel 1527 alla campagna di Roma con gli imperiali, e nel 1530, morto l'Orange, comandò l'esercito all'assedio di Firenze, prese poi parte alla spedizione di Tunisi e alla guerra di Provenza. Nel 1539 acquistò Guastalla. Nel 1546 fu nominato governatore di Milano. Ma dopo la congiura contro Pier Luigi Farnese e l'infelice esito della guerra di Parma del 1551-53, fu richiamato a Bruxelles, e Milano venne data al duca d'Alba. La signoria di Guastalla, alla morte di Ferrante, passò al suo primogenito CESARE. Un nipote di Ercole, figlio terzogenito di Federico, LUDOVICO, nel 1549 fu portato giovinetto in Francia, dove raccolse l'eredità della nonna materna, Anna d'Alençon. Egli divenne un personaggio autorevole alla corte di Enrico II, fu un ascoltato consigliere di Caterina de' Medici e un sostegno del partito cattolico. Sposando Enrichetta di Clèves, ebbe i titoli e i beni dei Rethel e dei Nevers. Un altro G., CURZIO (1536-99), fu inviato dal card. Ercole presso Carlo V come delegato per la pace di Cateau-Cambrésis. Si trasferì poi a Roma, dove venne ammesso all'Accademia delle notti vaticane fondata dal card. Borromeo; scrisse Rime e un poema cavalleresco.
La potenza dei G. raggiunse il suo culmine con un altro nipote di Ercole, GUGLIELMO (1550-87),
il quale fece sposare la figlia ANNA a Ferdinando d'Austria e la figlia MARGHERITA a Alfonso II d'Este, e ottenne che il Monferrato fosse eretto in ducato. Il suo successore VINCENZO I (1587-1612), con il lusso smodato della corte e le folli spese per arricchire la sua galleria (donò un feudo in cambio di una Madonna di Raffaello), diede un gravissimo colpo alle finanze dello Stato. Egli tentò di risolvere il problema del Monferrato con le nozze del suo primogenito FRANCESCO e di Margherita figlia di Carlo Emanuele I, ma Francesco morì a breve distanza dal padre, lasciando solo una figlia, MARIA. Il trono toccò al fratello di Francesco, FERDINANDO, sesto duca di Mantova (1612-26), che rinunziò alla porpora cardinalizia per sposare Caterina de' Medici, ma non ebbe figli. Nel 1625 Ferdinando istituì a Mantova uno Studio universitario, che affidò ai Gesuiti. Anche il matrimonio del fratello e successore di Ferdinando, VINCENZO II (1626-27) rimase sterile. Apparendo imminente l'estinzione del ramo principale della famiglia, nel 1625 Ferdinando aveva chiamato a Mantova Carlo di Rethel. Questi, n. nel 1580, era figlio di Ludovico Gonzaga Nevers e aveva vissuto fino allora in Francia, dove aveva preso parte alle lotte dei principi durante la reggenza di Maria de' Medici. La successione di Mantova spettava a Carlo, ma per legittimarne ancor più i diritti di fronte alle prevedibili reazioni della Spagna e dell'Impero, Vincenzo II, alla vigilia della morte, consentì al suo matrimonio con MARIA G.; CARLO I (1627-37) trovò l'erario esausto per le pazze prodigalità di Vincenzo I, di Ferdinando e di Vincenzo II. Si aggiunsero l'assalto e l'invasione di un esercito imperiale, che devastò e depredò selvaggiamente tutto il paese. Il figlio di Carlo I, CARLO, premorì al padre, mentre una figlia, ANNA (1616-84), rimasta in Francia, esercitò notevole attività durante la Fronda e fu soprìn-
