LANFRANCO di PAVIA. - Teologo benedettino e arcivescovo di Canterbury, n. a Pavia all'inizio del sec. XI, m. a Canterbury il 28 maggio 1089. Di nobile famiglia, ebbe un'eccellente formazione nelle scuole di diritto, che allora fiorivano in Pavia. Sfi- duciato di non trovare insegnamento ad Avranches e Rouen, dove s'era recato, cercò pace nell'abbazia di Bec (Normandia). Amareggiato da contrarietà interne, decise di ritirarsi a vita eremitica, ma l'abate Erluino lo nominò priore e capo della scuola monastica.
Gli inizi dell'insegnamento furono duri, ma una circostanza mutò la situazione: avendo in quel tempo (1047) Berengario di Tours cominciato a diffondere i suoi errori eucaristici, L., recavò in Italia con Leone IX (1049), assistette ai Concili di Roma e di Vercelli, ove ingaggiò contro l'eretico una lotta decisa, talora sopra, che continuò in Francia. Il suo atteggiamento piacque ai vescovi e al duca, che lo consideravano ormai l'alfiere dell'orto-dossia: così L. divenne celebre e la scuola di Bec ebbe grande rinomanza: vi accorsero s. Anselmo di Aosta, Ivo di Chartres, Anselmo di Lucca (il futuro Alessandro II); da Roma Nicola II vi mandava i cappellani pontifici a perfezionarsi in dialettica e retorica.
Divenuto amico e consigliere di Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, fu fatto abate di S. Stefano di Caen, e, dopo la conquista d'Inghilterra (1066), arcivescovo di Canterbury (1070), ove sostenne molte lotte per la difesa dei diritti primaziali contestati da York e soprattutto per la riforma della Chiesa. Segui in questo le direttive di Gregorio VII, attenuandone però l'intransigenza sui due punti capitali del celibato e dell'investitura laica. Ciò dispiacque al Papa, con cui L. ebbe relazioni abbastanza fredde. Al momento in cui Enrico IV oppose a Gregorio l'antipapa Guiberto (Clemente III), L., insieme con l'episcopato inglese, si rifugiò in una comoda ed equivoca neutralità.
Uomo di azione, dotato di genio politico, L. non fu un dotto di professione; seppe tuttavia trattare quegli argomenti che le circostanze imponevano alla pubblica considerazione. Alcune opere, p. es., il Commentarius in Psalmos, sono perdute; rimangono invece: Commentarius in epist. s. Pauli (PL. 150, 101-406) sulla cui autenticità si è discusso; Decreta pro Ordine s. Benedicti (ibid., 443-516), minuziosa esegesi della Regola di s. Benedetto; Liber de celandia confessione (ibid., 624-32), importante per la storia del sigillo sacramentale e per le concezioni medievali sulla necessità della Confessione; Epistolarum liber (ibid., 505-624), una sessantina di lettere, preziose per la storia del diritto canonico e della teologia (Ep. 33 sulla Comunione dei bambini e sulla necessità dell'Eucaristia); Libellus de Sacramento corporis et sanguinis Christi contra Berengarium (ibid., 407-42), l'opera più nota di L. Nella prima parte confuta Berengario, cui rinfaccia di oscillare tra una spiegazione semplice (quello di Umberto di Selva Candida, espressa nel giuramento a lui imposto da Nicola II, nel 1159) e una sottile (quella di Scoto Eriugena, cui allora era attribuita l'operetta eucaristica di Ratrammo (v.), mentre si trattava di accettare o no la dottrina della Chiesa, che rigetta il puro simbolismo, privo di qualunque fondamento nei testi di s. Ambrogio e di s. Agostino, tanto volentieri citati. Nella seconda svolge il pensiero cattolico in forma positiva, formulando, in termini assai felici, le tre verità della presenza misteriosa del corpo e del sangue di Cristo, della Transsustanziazione e della obbiettiva realtà delle specie esterne. Giustifica poi la sua posizione invocando l'autorità della Scrittura e dei Padri. Arreca testi, di cui fornisce un'esegesi talora esatta (p. es., quanto a s. Ambro-

(fot. Esc. Cutt.)
È merito di L. l'aver smascherato la tendenza razionalistica, base del procedimento teologico di Berengario, e di aver difeso, con fermezza, il primato dell'autorità in teologia. Pertanto l'opera eucaristica di L. è una vigorosa testimonianza della fede tradizionale, più che un tentativo di penetrazione del dogma.