LEZIONARIO. - (Lectionarium, o = ius: da lectio, lettura). Era così chiamato il libro che conteneva i brani della S. Scrittura per uso liturgico. È termine generico suscettibile di un senso più o meno largo secondo la destinazione della raccolta e le diverse epoche della sua storia. Comunque, la fissazione ad indicare le letture tratte dalla Bibbia da farsi nella Messa è antica. Dalla forma primitiva di un semplice elenco di referenze scritturali (dette capita - da cui capitulare - o anche indiculi) si giunse gradualmente ad una raccolta completa delle letture (lezioni, epistole, vangeli) trascritte per intero secondo l'ordine delle festività (secc. XI-XII).
In origine la lectio divina nelle sinassi liturgiche veniva fatta direttamente sul testo sacro, ininterrottamente (lectio continua), seguendo l'ordine dei libri canonici, (cf. A. M. Olivar, Codices per ordinem ex integro legant. Regula monasteriorum, c. 48, in Archivos, Bibliotecas y Museos, Madrid, 55 [1949], pp. 513-22), secondo la disponibilità del tempo («prout tempus fert», dice s. Giustino, Apol., I, cap. 67) o fino a quando chi presiedeva non faceva cenno di smettere. In un secondo tempo, per una ovvia e naturale evoluzione, s'incominciò a fissare i libri o i tratti speciali di essi per particolari periodi o feste dell'anno ecclesiastico, come la Quaresima, il tempo di Passione, Pasqua, Pentecoste, l'Avvento, Natale, ecc. La scelta era motivata dalla opportunità di far leggere per l'occasione testi più appropriati. Questo sistema si riscontra già, sia in Oriente che in Occidente, nei sermoni dei Padri del secc. IV-V; s. Ambrogio, s. Agostino, s. Leone Magno, s. Pier Crisologo, s. Massimo di Torino, s. Giovanni Crisostomo. Il costante ripetersi delle homiliae sugli stessi passi scritturali suppone che ogni volta, al ricadere della stessa festività, essi erano stati letti nella Messa.
Anche le citazioni subirono una evoluzione. Prima si limitarono a rimandare vagamente al libro e al capitolo; così nel più antico, quello di Capua (sec. VI), In Natale Domini, ad hebraeos principium epistolae, cioè Multifarium... (Hebr. 1, 1); In Sexagesima, ad Timotheum I sub titulo

In un terzo tempo furono addirittura copiati per esteso (come nei L. di Toledo e di Luxeuil del sec. VII) i brani scelti, o epistole e lezioni del Vecchio Testamento (epistolaria), e vangeli (evangelaria) separatamente o le une e gli altri riuniti nello stesso codice (lectionaria propriamente detti). È in questo senso «plenario» (la denominazione è del Tomasi, con evidente riferimento ai messali plenario) che Agobardo (m. nel '840), sembra, definisce il l. «liber lectionum ex divina libris congrua ratione collectus» (De correct., Antiph., cap. 19: PL 104, 338). A questo punto l'evoluzione del l. è compiuta. Il vertice della sua formazione coincide con il tramonto. La molteplicità dei libri creatasi via via per compiere l'actio sacra (almeno tre, se non quattro, solo per la Messa: antiphanarium, lectionarium [evangeliarum] e sacramentarium o liber sacramentorum), appesantendo la struttura dell'istituto liturgico fece sentire più forte la necessità d'una semplificazione. Nacquero così i Missalia plenaria (sec. XI), i quali segnarono la scomparsa di tutti i loro componenti, tra cui i l.
Secondo la natura delle lezioni, che conteneva, il l. ebbe nomi diversi: capitulare (o = ium), lectionarium (o = ius), comes o liber comicus, comitis (come a dire vademecum sacerdotale, perché da principio non era un libro propriamente liturgico, ma serviva anche
come lettura spirituale privata) sono termini usati indistintamente per raccolte promiscuo (lezioni profetiche, epistole e vangeli); epistolarium (o = ius) o epistolium, apostolus e apostolicus (chiaro accenno alla prevalenza delle lettere paoline) indicano più esattamente la raccolta delle lezioni profetiche del Vecchio Testamento e delle epistole, fatta dai lectores e poi dai suddiaconi; evangelarium (o = ius), breviarium (o = ius) evangeliorum, ecc. erano le raccolte delle pericopi evangeliche.
L'uso di leggere il Vangelo direttamente nel testo della S. Scrittura (la bibliotheca del medioevo), e non in una raccolta di brani promissori, fu più tenace che per gli altri due generi di letture, come attestano i numerosi codici conservati. Ancora l'Ordo Romanus I della fine del sec. VII dice (n. 28): «Lectio legenda est prout continetur in capitulari» (PL 78, 950-51), mentre l'epistola doveva essere stata letta in un l. designato dallo stesso Ordo (n. 3: ibid., 938) con il nome tradizionale di apostolus. L'uso, del resto, dovette variare secondo le diverse chiese, le possibilità di avere libri appositi, la disponibilità, ecc. Oggi ancora le chiese meglio provviste e ordinate nella Messa solenne usano per il canto delle lezioni l'epistolario e l'evangeliario o un l. comprendente l'uno e l'altro.
PRINCIPALI L. -
1. Per le Epistole
I primi tentativi di raccolte scritturali sistematiche ad uso liturgico appaiono in Gallia nel sec. V. Roma, la prima menzione di un l. si trova nell'inventario della chiesa di Cornutum (parrocchietta nell'agro di Tivoli) del 471. Ma è dubbio che si tratti d'un l. locale o d'una derivazione della Chiesa romana. Comunque, non resta che la notizia. Tutto il resto è pura congettura. Il documento più importante antecedente al sec. vii è il L. di Capua, composto, a quanto sembra, da Vittore, vescovo di quella città (m. nel 573), contenuto nel celebre codex Fuldensis del Nuovo Testamento. Le pericopi liturgiche sono segnate nel testo con segno convenzionale; poi l'elenco è ripetuto in margine per le singole epistole. Quanto a Roma, riveste particolare valore la notizia fornita da Giovanni Diacono, il quale afferma che proprio il l. sarebbe stato la base della riforma del Sacramentario gelasiano, compiuta da s. Gregorio (Vita S. Gregorii, 11, 17: PL 75, 94). Altri l. importanti sono l'Epistolario di Corbie (sec. IX) della Biblioteca di Petersburg, dipendente dal L. misto di Murbach (sec. VIII), l'Epistolario di Schlettstadt (sec. VIII), tipico rappresentante del rito gallicano, contenente anche le lezioni profetiche.2. Per i Vangeli
Uno dei più antichi indiciali è quello dell'Evangeliario di s. Cutberto, detto anche Book of Lindisfarne, perché trascritto in quella città da un esemplare della Chiesa di Napoli, portato in Inghilterra dopo la metà del sec. VII (edito da G. Morin, in Anecdota Maredtsolana, I, Maredsous 1893, pp. 426-35). La lista delle pericopi contiene pochissime feste di santi, indizio manifesto che il codice dà l'ordinamento antecedente a s. Gregorio Magno. Forse si tratta di una lista gelasiana con aggiunte posteriori fatte a Napoli. Lo stesso capitolare ritorna nel Vangelo di s. Burcardo (sec. VII), che presenta aggiunte certo romane. Altro indice interessante di pericopi ha l'Evangeliario di s. Genoveffa di Parigi, del sec. IX, ora al British Museum (Harley 2797).3. Per le Epistole e i Vangeli
Il sistema di ordinamento lezionale romano ha tre cospicui rappresentanti: il comes di Würzburg «il più antico l. della Chiesa romana» (Morin), che riflette lo stato della liturgia a Roma alla fine del sec. VI, il comes Alcuini (sec. VII-VIII) e il comes dell'abbazia di Murbach (sec. VIII). Per la Spagna il più antico documento è il Liber comicus di Toledo (sec. VII). La Gallia ha due importanti l.: il L. di Luxeuil (secc. VI-VII-VIII), edito recentemente da P. Salmon (Roma 1944), e il Missale Gothicum, contemporaneo al precedente (edizione fototipica con introduzione critica di C. Mohlberg, Augusta 1929). L'ordinamento delle letture nell'antica liturgia ambrosiana è dato dal Sacra-mentarium Bergomense del sec. X-XI (edito da Cagin, Solesmes 1900).
I l. rivestono un particolare valore nella storia della liturgia. Anzitutto perché attraverso il sistema delle letture mostrano lo svolgimento e la graduale evoluzione dell'anno liturgico; poi perché dalla scelta delle lezioni si può conoscere esattamente il concetto primitivo di una data festività o mistero; concetto talora alterato o trasformato nel corso dei secoli. Infine i l. sono importanti per la storia dei libri sacri, perché alle volte sono la fonte principale o unica di una lezione variante.