MADRIGALE. - Da « matricale » con riferimento sia alla lingua che al canto materno; oppure da « mandriale » canto di pastori. Nella forma più comune dal sec. xiv al xvi, il m. consta di due terzine di endecasillabi variamente rimati, seguiti da una coppia di endecasillabi rimati tra loro (schemi: aab aab cc; abb acc dd, o altri). Non si escluse fin dal Trecento l'aggiunta di un settenario alle terzine; ma il verso di 7 sillabe vi fu mescolato più spesso nel sec. xvi e dopo, quando l'originale ispirazione idillica del m. si mutò in letterario raffinamento, e alla primiera freschezza si preferì un contenuto galante e anche la pungente arguzia dell'epigramma. Musicalmente (poiché il m. è nella sua essenza poesia cantata o da cantarsi) le sue terzine hanno melodia e ritmo differenti da quelli dell'ultima coppia di versi (che formano il ritornello). È caratteristico del m. il non essere basato su temi preesistenti: l'essere cioè, per così dire, di libera invenzione.
In un primo periodo, e cioè nel Trecento, con Giacomo da Bologna, Gherardello, Giovanni da Cascia, Landino, il m. si presenta come una delle forme genuine della stupenda fioritura Ars nova (v.). La musica, che si studia di seguire il testo non solo nell'accentuazione ma sovente anche nelle immagini, è scritta a 2 o a 3 voci. La prevalenza dell'omofonia (ossia della concordanza verticale delle voci) durò fino allo sviluppo del m. per opera dei cinquecentisti e specialmente di quei musicisti franco-fiamminghi che, vissuti in Italia, all'Italia molto dovettero: quali Verdelot e Arcadelt. Ma dalla metà del sec. xvi al suo declino, i migliori polifonisti, sia in Venezia che in Roma, da Willaert a O. Lasso, da A. Gabrieli a Pierluigi da Palestrina, portarono il m. a una tecnica molto più complessa, scrivendo a 4, 5 o 6 voci in uno stile che risente della contemporanea perfezione del mottetto e che si avvantaggia della intensità espressiva propria di questi autori. La loro tendenza non poteva non riversarsi in una concezione più solenne del m.: sorse infatti il m. spirituale (anche come reazione ai soggetti licenziosi volgarizzati dalla musica madrigalesca). Si ebbero anche corone o serie di madrigali formanti unità complessive più o meno organiche e di varia estensione e durata, come il Festino di A. Banchieri o Le caquet des femmes di Jannequin; nelle quali si afferma una spigliata e sbrigliata vena descrittiva e abbondano le onomatogene di animali, con gridi e suoni imitativi. M. erano pure eseguiti, o espressamente composti, come intermezzi nelle rappresentazioni teatrali, sulla fine del Cinquecento in Italia (si giunse alla cosiddetta opera madrigalesca). Nelle forme del m. polifonico L. Marenzio e Gesualdo principe di Venosa attuarono singolari innovazioni armoniche, orientate verso il cromatismo e la ricerca del colore. Nell'ultima fase il m. si assimilò quella che era la grande novità, la parola nuova della musica: la melopea recitativa creata dai fiorentini. Così Caccini nelle Nuove musiche ha m. ad una sola voce; e C. Monteverdi adopererà lo stile « concitato » per i suoi m. guerrieri ed amorosi, con accompagnamenti strumentali e con uso di quel ritmo pirricchio donde il suo genio trasse l'idea del tremolo misurato. Dall'Italia la voga del m. si diffuse, oltre che ad altri paesi, all'Inghilterra, dove ebbero largo favore sia le raccolte di m. italiani tradotti, sia quelle di autori inglesi, come Bird, Morley, Gibbons. Una Madrigal society fu fondata ivi nel 1741.