MAI, ANGELO. - Cardinale, paleografo, n. a Schilpario (Bergamo) il 7 marzo 1782, m. ad Albano il 9 sett. 1854. Entrò fra i Gesuiti a Colorno (Parma) nel 1799; ordinato sacerdote, fu, nel Collegio di Orvieto, avviato agli studi di paleografia e dei palinsesti dai pp. Montero e Menchaca, antichi gesuiti spagnoli; nel 1815 ebbe un posto di scrittore alla Biblioteca Ambrosiana. Richiamato a Roma da
Pio VII, nel 1814, quando già s'era acquistata fama mondiale con le sue scoperte, i cardd. E. Consalvi e L. Litta, giudicando che il M., messo a capo della Biblioteca Vaticana, avrebbe servito meglio alla gloria di Dio che nella Compagnia di Gesù, proposero al Papa di farlo uscire dall'Ordine, il che avvenne nel 1819 di reciproca intesa fra Pio VII e il p. generale A.
Fortis. Il M. fu quindi, dal 1819 alla morte, prefetto della Biblioteca Vaticana. Fu poi creato cardinale il 2 febr. 1838.
Il M. deve la sua celebrità alla scoperta e alla pubblicazione di 359 scritti inediti di antichi autori pagani e cristiani di su palinsesti delle Biblioteche Ambrosiana e Vaticana: omissioni di Cicerone e specialmente parte del De Republica, le opere di Frontone, lettere di Marco Aurelio e Antonino Pio, frammenti di Omero, Plauto, Cerenzio, Aurelio Simmaco, della Cronaca di Eusebio di Panfilia, delle Antichità romane di Dionigi d'Alicarnasso, un'opera di Porfirio, l'Itinerarium Alexandri. Dei Padri e scrittori ecclesiastici scoprere opere di Agostino, Ilario, Cipriano, Girolamo, Ambrogio, Atanasio, Cirillo, Gregorio Nisseno e Nazianzeno, Mario Vittorino, Ferrando diacono, Martino, e di molti scrittori bizantini.
Le opere principali scoperte raccolse in 4 grandi collezioni corredandole di introduzioni e note: Scriptorum veterum nova collectio e Vaticanis codicibus edita (10 voll., Roma 1925-38); Nova Patrum Bibliotheca (7 voll., ivi 1852-54); Spicilegium Romanum (10 voll., ivi 1939-44); Classici auctores ex codicibus Vaticanis (10 voll., ivi 1828-1838). Si occupò anche per lunghi anni del codice Vaticano della Bibbia, pubblicato poi per ordine di Pio IX dal barnabita C. Vercellone (Roma 1857 e meglio ivi 1859). Si deve aggiungere che l'imperfezione dei mezzi tecnici adoperati per la lettura dei palinsesti distrusse parecchi scritti delle pergamene trattate; e che molti dei testi pubblicati risentono parecchio della fretta impaziente del raccoglitore.
Per il M., il Leopardi, in occasione della scoperta dei libri di Cicerone sulla Repubblica, scrisse la canzone: « Italo ardito, a che giammai non posi... ».
BIBLI: Sommervogel, V, coll. 323-29; B. Prina, Biografia del card. A. M., Bergamo 1882; G. Cozza-Luzi, I grandi lavori del card. M., in Bestiari, 7 (1904), pp. 103-33; 8 (1905), pp. 59-74; 9 (1905) 308-17; 10 (1906), pp. 189-82; G. Pesenti, A. M. Nalizie e docum. dell'infanzia e della giovinezza (1782-1811), in Boll. della Civ. Bibl. di Bergamo, 16 (1922), pp. 153-75; G. Gervasoni, A. M., T. Cicconi e Bern. De Rossi, in Scuola cattolica, ag. 1928, p. 123 segg., 204 segg., 290 segg.; id., Studi e ricerche sui filologi e la filologia classica tra il '700 e l'800 in Italia, Bergamo 1929, pp. 37-257; P. Pirri, Il Colombo dell'Ambrosiana. Lettere di A. M. a G. Andres, in Civ. Catt., 1934, I, pp. 55-71, 154-49, 227-89; G. Gervasoni, G. Leopardi, filologo e poeta nei suoi rapporti con A. M., Bergamo 1934; id., L'ambiente letter. milanese nel secondo decennio dell'800, A. M. alla Bibl. Ambrosiana, Firenze 1936 (con ampia bibl.).