PALINSESTO. - Parola presa dalla lingua greca, composta dall'avverbio παλν (= « di nuovo ») e dal verbo φλω (= « pulire, lavar via, radere, raschiare »), per indicare una materia scrittoria, prevalentemente dell'evo antico (non importa se pergamena o papiro), dalla quale sia stata abrasa con pomice e raschietto o lavata via con una spugna una scrittura preesistente. Scopo di tale procedimento è di permettere un nuovo uso della materia scrittoria già adoperata, tanto che la parola p. fu trasferita alla nuova opera scritta.
Come sinonimo di p. si usa spesso l'espressione codex rescriptus, che include in realtà un concetto diverso, in quanto suppone di per sé un intero volume costituito integralmente di fogli da cui sia stata raschiata una precedente scrittura, mentre di p. si può parlare anche quando soltanto alcuni fogli furono già scritti una prima volta; anzi il termine è legittimo anche quando si tratti di parti isolate di scrittura vergata su un foglio raschiato, come pure nel caso di documenti e non di codici.
È lecito oggi porsi la domanda se non sia stato assai discutibile il sistema seguito dagli scrittori medievali di cancellare la scrittura da codici e documenti che lo studioso moderno custodisce con tanta cura. Senza dubbio il procedimento è un atto di accusa verso coloro che vi ricorsero, ma ha molte attenuanti. Anzitutto va osservato che il prezzo della pergamena, specie se di buona qualità, era nel medioevo altissimo: sicché di fronte a scritture di un contenuto qualsiasi, che non avevano sul momento alcun valore reale, si era facilmente indotti a distruggere l'opera preesistente per utilizzare di nuovo la pergamena, quando si presentasse particolarmente resistente. In secondo luogo bisogna tenere conto che le scritture antiche, per lo più continue, erano divenute di difficile lettura una volta penetrato nell'uso il sistema di staccare una parola dall'altra; chi le cancellava agiva quindi nella convinzione di eliminare un testo inservibile. A volte poi si trattava di codici il cui contenuto sembrava ormai superato (raccolte di leggi non più in vigore, versioni latine pregeronimiane della Bibbia, testi liturgici fuori uso). Assolutamente destituita di fondamento è comunque l'accusa che la distruzione fosse rivolta soltanto a testi di autori classici.
D'altro canto il ricorso ai p. è molto antico: Cicerone ne parla in una lettera a 'Trebazio'; nel Digesto si parla espressamente di materia scrittoria nuova e già usata e raschiata, e si dichiarano ambedue valide per la documentazione. Fu appunto la sanzione di questo principio che favorì il commercio della pergamena raschiata, offrendo un mezzo di speculazione che è la causa non ultima della distruzione di tante opere antiche.
Soltanto in epoca relativamente recente, fra il sec. XVII e il XVIII, gli studiosi hanno cominciato a rivolgere ai p. la dovuta attenzione. Purtroppo l'esplorazione della prima scrittura fu fatta in quei tempi usando reagenti chimici (noce di galla, tintura del Gioberti, solfidrato di ammonio, ecc.) che la rendevano a volte (non sempre) leggibile agendo sui residuati dell'inchiostro fermatisi nei solchi provocati sulla pergamena dallo strumento scrit-

Nella raccolta di E. A. Lowe, Codices latini antiquiores, sono registrati, nei 5 voll. finora pubblicati, 132 p., per la maggior parte esplorati con reagenti chimici, ma fortunatamente, in molti casi, solo per qualche foglio.
Lo studio metodico dei p. fu iniziato da A. MAGI (v.) che, nel 1815, diede alla luce molte opere inedite di autori pagani e cristiani tratte dai p. dell'Ambrosiana e della Vaticana. Al 1816 risale la scoperta, da parte di B. G. Niebuhr, delle Institutiones di Gaio nel cod. Veronese cap. 15, già 13 (sec. v), pubblicate nel 1824. Lo

Nel sec. xx i perfezionati mezzi tecnici hanno allargato l'indagine sui p. e moltiplicato le pubblicazioni di testi da essi ricavati. Notevole a questo proposito è la collana Texte und Arbeiten (Beiträge zur Ergründung des älteren lateinischen christlichen Schrifttums und Gottesdienstes) pubblicata dal Palimpsest-Institut dell'arciabbazia di Beuron, dove sono stati editi o studiati un testo dei Profeti nella Vulgata (1917), un Sacramentario gregoriano (1919), una pericope dei Vangeli (1923), un altro Sacramentario (1925), frammenti del testo latino dei libri sapienziali (1928), brani di s. Paolo e dei Salmi (1928), un testo liturgico (1930), il più antico testo della Vulgata (1931), un Salterio (1933), il più antico libro liturgico della Chiesa latina (1936), testi liturgici del Sacramentario, del Comes e del Capitolare confluiti nel Messale. Altri studi sono apparsi nella Revue bénédictine (1924-26), nello Jahrb. für Liturgiewissenschaft, (1923 e 1933), nel Zentralblatt für Bibliothekswesen (1917-18, 1926, 1941), nelle Ephem. Liturgicae (1940), in Biblica (1938), negli Anzeiger der Akad. der Wissenschaft, in Wien. Philos.-hist. Klasse (1942), nei Sitzungsber. der österreich. Akad. der Wissenschaft. Philos.-hist. Klasse (1948). - Vedi tav. XLVI.