PALINSESTO. - Parola presa dalla lingua greca, composta dall'avverbio πάλλυ («di nuovo») e dal verbo φάω («pulire, lavare via, radere, raschiare»), per indicare una materia scrittoria, prevalentemente dell'avo antico (non importa se pergamena o papiro), dalla quale sia stata abrasa con pomice e raschietto o lavata via con una spugna una scrittura preesistente. Scopo di tale procedimento è di permettere un nuovo uso della materia scrittoria già adoperata, tanto che la parola p. fu trasferita alla nuova opera scritta.

Palestrina, Giovanni Pierluigi da - Manoscritto autografo (1555-89) - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano, Archivio musicale, cod. 39, f. 25.
Come sinonimo di p. si usa spesso l'espressione codex rescriptus, che include in realtà un concetto diverso, in quanto suppone di per sé un intero volume costituito integralmente di fogli da cui sia stata raschiata una precedente scrittura, mentre di p. si può parlare anche quando soltanto alcuni fogli furono già scritti una prima volta; anzi il termine è legittimo anche quando si tratti di parti isolate di scrittura vergata su un foglio raschiato, come pure nel caso di documenti e non di codici.
È lecito oggi porsi la domanda se non sia stato assai discutibile il sistema seguito dagli scrittori medievali di cancellare la scrittura da codici e documenti che lo studioso moderno custodisce con tanta cura. Senza dubbio il procedimento è un atto di accusa verso coloro che vi ricorsero, ma ha molte attenuanti. Anzitutto va osservato che il prezzo della pergamena, specie se di buona qualità, era nel medioevo altissimo: sicché di fronte a scritture di un contenuto qualsiasi, che non avevano sul momento alcun valore reale, si era facilmente indotti a distruggere l'opera preesistente per utilizzare di nuovo la pergamena, quando si presentasse particolarmente resistente. In secondo luogo bisogna tenere conto che le scritture antiche, per lo più continue, erano divenute di difficile lettura una volta penetrato nell'uso il sistema di staccare una parola dall'altra; chi le cancellava agiva quindi nella convinzione di eliminare un testo inservibile. A volte poi si trattava di codici il cui contenuto sembrava ormai superato (raccolte di leggi non più in vigore, versioni latine pregerominiane della Bibbia, testi liturgici fuori uso). Assolutamente destituita di fondamento è comunque l'accusa che la distruzione fosse rivolta soltanto a testi di autori classici.
D'altro canto il ricorso ai p. è molto antico: Cicerone ne parla in una lettera a Trebazio; nel Digesto si parla espressamente di materia scrittoria nuova e già usata e raschiata, e si dichiarano ambedue valide per la documentazione. Fu appunto la sanzione di questo principio che favorì il commercio della pergamena raschiata, offrendo un mezzo di speculazione che è la causa non ultima della distruzione di tante opere antiche.
Soltanto in epoca relativamente recente, fra il sec. XVII e il XVIII, gli studiosi hanno cominciato a rivolgere ai p. la dovuta attenzione. Purtroppo l'esplorazione della prima scrittura fu fatta in quei tempi usando regenti chimici (noce di galla, tintura del Giobetti, solidi di ammonio, ecc.) che la rendevano a volte (non sempre) leggibile agendo sui residui dell'inchiostro fermatisi nei solchi provocati sulla pergamena dallo strumento scritto. T

Palinsesto - Il testo p. è della Vetus Latina (Dan. 8, 12-20) dal cod. di Wursburg MP. th. $64^{\circ}$ (sec. v).
ale procedimento, oltre a danneggiare gravemente la materia scrittoria, ha reso anche impossibile, per i codici già sottoposti all'azione chimica, il ricorso ai metodi più moderni, basati sulla fotografia del p. attraverso i raggi ultravioletti. Questo sistema, che è stato largamente e fruttuosamente impiegato soprattutto dai monaci benedettini dell'arcibarbazia di Beuron, è del tutto innocuo e sfrutta il fenomeno della fluorescenza cui perviene la pelle animale sottoposta all'azione dei raggi ultravioletti: in tale maniera il tratteggio scuro delle lettere si stacca fortemente sul fondo, più marcato per la seconda scrittura, meno marcato per quella originaria a causa della raschiatura, ottenendo un contrasto di tinte che, fissato sulla lastra fotografica, consente la lettura di entrambi gli scritti. Va da sé che la lettura richiede tuttavia un lavoro lungo e paziente, perché le singole lettere non sempre conservano intero il loro tratteggio e le linee della prima scrittura, se la rasura è stata molto intensa, appaiono come lievissime ombre.
Nella raccolta di E. A. Lowe, *Codices latini antiquiores*, sono registrati, nei 5 voll. finora pubblicati, 132 p., per la maggior parte esplorati con regenti chimici, ma fortunatamente, in molti casi, solo per qualche foglio.
Lo studio metodico dei p. fu iniziato da A. MAGI (v.) che, nel 1815, diede alla luce molte opere inedite di autori pagani e cristiani tratte dai p. dell'Ambrosiana e della Vaticana. Al 1816 risale la scoperta, da parte di B. G. Niebuhr, delle *Institutiones* di Gaio nel cod. Veronese cap. 15, già 13 (sec. v.), pubblicate nel 1824. Lo
stesso Niebuhr pubblicò nel 1820 frammenti delle
Fabulae di Igino e della Pro Fonteio di Cicerone dal
cod. Vat. Pal. lat. 24 (nello stesso manoscritto sono
anche frammenti delle Noctes Atticae di Gellio), nel
1823 brani del poeta spagnolo Merobaudes dal cod.
Sangall. 908. Nel 1828 F. Blume dette alla luce brani
di Tito Livio dal cod. Veronese cap. 40, già 38; nel
1850 Fr. I. Mone pubblicò le Messe gallicane dal cod.
Aug. CCLIII; nel 1857 A. F. Pertz trasse frammenti
della Storia della Repubblica romana di Liciniano da un
«trisesto» (codice riscritto tre volte) egiziano; nel 1871
E. Ranke rese noti brani della Vetus latina del Pentateuco
e dei Profeti dal cod. Wirceburg. M. ph. f. 64; nel
1879 P. Krüger pubblicò i Fragmenta Taurinensis
del Codex Theodosianus dal cod. Taurin. Naz. A II 2
(altri frammenti sono nel cod. Vat. lat. 5766); nel 1887
H. Winnefeld dette alla luce le cosiddette Sortes Sangallenses dal cod. Sangall. 908.
Nel sec. XX i perfezionati mezzi tecnici hanno allargato l'indagine sui p. e moltiplicato le pubblicazioni dei
testi da essi ricavati. Notevole a questo proposito è la
collana Texte und Arbeiten (Beiträge zur Ergründung des
älteren lateinischen christlichen Schrifttums und Gottesdienste) pubblicata dal Palimpsest-Instituut dell'arcibazia di
Beuron, dove sono stati editi o studiati un testo dei
Profeti nella Vulgata (1917), un Sacramentario gregoriano
(1919), una pericope dei Vangeli (1923), un altro Sacramentario (1925), frammenti del testo latino dei libri sa
pienziali (1928), brani di s. Paolo e dei Salmi (1928), un
testo liturgico (1930), il più antico testo della Vulgata
(1931), un Salterio (1933), il più antico libro liturgico
della Chiesa latina (1936), testi liturgici del Sacramentario,
dei Comes e del Capitolare confluiti nel Messale.
Altri studi sono apparsi nella Revue bénédictine (1924-26),
nello Jahrb. für Liturgiewissenschaft (1923 e 1933), nel Zeitschrift für Bibliothekswesen (1917-18, 1926, 1941), nelle
Ephem. Liturgicae (1940), in Biblica (1938), negli Anzeiger
der Akad. der Wissenschaften, in Wien. Philos.-hist. Klasse
(1942), nei Sitzungsber. der österreich. Akad. der Wissenschaften,
Philos.-hist. Klasse (1948). - Vedi tav. XLVI.
