MANE, THECEL, PHARES

MANE, THECEL, PHARES. - Segni misteriosi, letti dal profeta Daniele, apparsi sulla parete nella sala del grande convito, in cui Baltassar profanò i vasi sacri (*Dan.* 5).

L'ebraico ha: *mēnē*, *mēnē*, *tēqēl fīpharsīn* (*Dan.* 5, 25). *Mēnē* è participio passivo dell'«aramaico *mēnāh* «numerare», «contare», e stato indeterminato dell'«aramaico *minjāh* «mina» (moneta); *tēqēl* corrisponde all'ebraico *šeqel* «sìco»; *parsin* è plurale da *parsu* (accadico) «parte», «mezzemine». La prima parola, che manca nella Volgata, è ripetuta sia per render più solenne la minaccia, sia per accennare ai vari sensi nascosti in ciascun termine. Trattandosi di monete o pesi, sulla parete apparvero dei segni che li rappresentavano e non delle parole; ciò spiega perché i maghi non riuscissero a decifrarne il senso, la connessione logica.

Ecco la spiegazione (*Dan.* 5, 26 segg.): *mēnē* = «numerato»; Daniele completa: «Dio ha numerato i giorni del tuo regno», per porvi fine. *Tēqēl*, ritenendo le sole consonanti, può esser letto *tēqēl* participio passato, «pestato»: «sei stato pesato»; e *tēqēl* dalla radice *qāla* «esser lieve»: «e sei stato trovato leggero». Infine le sole consonanti di *pērēs* (il singolare di *parsin*) danno anche il participio passivo *pērēs* «spezzato», «infranto»: «il tuo regno è infranto e dato ai Medi e ai Persiani» (*Pāras*, ancora le stesse consonanti). Così dai nomi delle monete Daniele trae le tre sentenze della terribile condanna contro Baltassar.

BIBL: G. Luzzi, *La Bibbia*, VIII, Firenze 1925, p. 291; J. Göttsberger, *Das Buch Daniel*, Bonn 1928, p. 45 seg.; G. Rinaldi, *Daniele* (La S. Bibbia, ed. S. Garofalo, 8, 111), Torino 1947, p. 70 seg. Francesco Spadafora