MARANATHA. - Locuzione aramaica, usata da s. Paolo nella chiusa della I Corinti (16, 22). Non la traduce per i suoi destinatari greci, il che suppone che la formola, derivante dalla prima comunità palestinese, dovesse essere in uso nella liturgia (come hosanna, amen). Il senso è oggi controverso. Gli antichi intendevano māran 'āthā' « il Signore nostro è venuto », che deve avere il senso di « è presente tra noi ». Molti moderni preferiscono leggere māranā thā' « Signore nostro, vieni! » nel senso di Apoc. 22, 20 (e di Mt. 6, 10).
Nei codici unciali e nelle versioni armena e bohāricica m. è scritto senza separazione. I codici greci recenti e tutte le edizioni dividono come la Pēšīṭā e la Volgata (μαρὰν ἀθά, maran atha).
Il Crisostomo (PG 61, 377), Teodoreto (PG 82, 373), s. Giovanni Damasceno (PG 95, 705), Teofilatto (PG 124, 793) interpretavano: « Il Signore è venuto ». L'ipotesi di G. Bickell, che per primo (in Zeitschr. f. kath. Theologie, 8 [1884], p. 403) lesse māranā thā' (imperativo thā', in luogo del perfetto 'athā'), è seguita da G. Dalman, Th. Nöldeke, R. Cornely, Ph. Bachmann, H. Lietzmann, F. Gutjahr, C. J. Callan, A. Schweitzer, B. Allo, J. Huby. La traduzione « Il Signore nostro viene » (J. Weiss, L. Toussaint, A. Lemonnier, ecc.) è erronea. Dopo A. Klostermann, che interpretava « Il Signore nostro è il segno ('āthā' = ebr. 'ōth) » come formola usata dai cristiani nel darsi il bacio fraterno, E. Hommel vede in questo « segno » la prima e l'ultima lettera ('aleph-tau)
V. ALFA E OMEGA). Anche Didaché 10, 6 usa m. senza tradurlo, al termine della preghiera eucaristica con ἀμὴν; è ripetuto in Const. Apost., VII, 26, 5 con ὡσαννά (ed. F. X. Funk, I, p. 414 sg.).
L'origine certamente palestinese di questa formola liturgica dimostra, contro la tesi di W. Heitmüller e di W. Bousset, che l'applicazione a Gesù del titolo « Signore » (aram. mārē) e « Signore nostro » (aram. mārān e māranā') non ebbe inizio nelle Chiese del mondo ellenistico sotto l'influsso del paganesimo ambientale. La formola m. appare connessa con la celebrazione dell'Eucaristia, sia che affermi la presenza di Gesù, sia che esprima il desiderio del suo ritorno (cf. I Cor. 11, 26, e 11, 27-32 per l'anatema).
Per la vicinanza con anathema, m. vi si aggiunse per rinforzarlo, e divenne fin dal sec. IV una solenne formola di anatema. L'Ambrosiastro (sec. IV) spiega anathema m.: « Si quis Dominum Iesum, qui venit, non amat, abscindatur. M. enim 'Dominus venit' significat » (PL 17, 290). Un'iscrizione sepolcrale di Salamina del sec. IV o v (Corpus inscr. Gr., IV, 9303) scaglia l'anathema m. Così il III Concilio di Toledo (589), can. 18 (PL 84, 348), e il IV Concilio di Toledo (633), can. 75 (PL 84, 385), ove anathema m. è interpretato « perditio in adventum Domini » (come Pseudo Isidoro: PL 82, 745, e già s. Eucherio: PL 50, 815). Nel medioevo questo tremendo anatema ricorre in bolle papali, episcopali, abbaziali (Ch. Du Cange, Glossarium med. et inf. lat., IV, Parigi 1845, p. 270).