MARCHI, GIUSEPPE. - Archeologo, gesuita, n. a Tolmezzo (Udine) il 22 febbr. 1795, m. a Roma il 22 febbr. 1860.
Entrato fra i Gesuiti il 12 nov. 1815, insegnò lettere nei collegi di Terni, di Reggio Emilia, di Modena, e al Collegio Romano (1825, e dal 1833 in poi). Ivi ebbe campo di esplicare una molteplice e intensa attività, anche come direttore della Biblioteca (1833-38) e del Museo Kircheriano (1839-60).
A Roma poté dedicarsi agevolmente all'archeologia profana e sacra; e il problema delle origini delle arti dell'Italia centrale lo indusse ad approfondire lo studio della antichissima numismatica. L'uso grave del Museo Kircheriano (Roma 1839) era appunto un primo arduo saggio di classificazione topografica e cronologica di tali monete, sulle quali tornò per illustrare quelle ritrovate a Vicarello (La stipe tributata alle divinità delle Acque Apollinari, ivi 1852). Nel 1842-43 ebbe parti importanti nella pubblicazione del Museo Gregoriano etrusco, specie per gli emendamenti da lui apportati, per diretto incarico pontificio, alla seconda edizione. Anche la Cista atletica (detta Ficoroni) del Museo Kircheriano (Roma 1848) si riconnette alle questioni sulla primitiva origine delle arti italiche. Ma già dal 1838 era notoria la sua competenza sulle antichità cristiane di Roma; nel 1849 iniziava sistematiche perlustrazioni agli antichi ipogei del suburbio. Affidatogli nel 1842 da Gregorio XVI il nuovo ufficio di conservatore dei sacri cimiteri, poté gradualmente «ritogliere le catacombe romane dall'oblio e dallo squallore», impedirne la distruzione dei monumenti e altri gravi abusi, palesarne agli studiosi di ogni nazione le successive scoperte e promuoverne fervidamente un severo studio analitico e comparativo. Gregorio XVI si compiacque visitare nel cimitero, allora detto di S. Agnese (ott. 1844), le esplorazioni dirette dal M., che iniziava così «una nuova èra di studi intorno alle cristiane antichità... destando l'attenzione di tutta l'Europa» (De Rossi); preparando altresì e tracciando la via alla Commissione di archeologia sacra, nella quale ritenne, finché visse, con l'ufficio di conservatore, la direzione degli scavi. Della grande opera annunciata dal 1840, Monumenti delle primitive arti cristiane nella metropoli del cristianesimo, pubblicò solo la prima parte, Architettura cimiteriale (pp. 5-272) con 48 tavv., e altre 20 tavv. sull'«architettura basilicale»
(1844-47): nell'ultimo fascicolo (pp. 237-72) è la relazione sul ritrovamento del sepolcro intatto del martire s. Giacinto (1845). Altre parti restarono sospese in seguito ai rivolgimenti del 1848-49, dei quali approfittò l'architetto lionese L. Perret per pubblicare una pretesa originale illustrazione artistica delle catacombe. Da parte sua il M. cedette al p. Raffaele Garrucci l'abbondante materiale iconografico già raccolto, la pubblicazione delle pitture dei sepolcri di Vincenzo e Vibia, già edite come cristiane dal Bottari, e che il M. ricercò e ritrovò (1847). Ottenne da Pio IX di far trarre dal 1850 le copie di molte pitture cimiteriali; e le ordinò insieme con le antiche sculture cristiane nel nuovo Museo cristiano lateranense, fondato nel 1854. Massima sua benemerenza fu di aver impegnato all'archeologia cristiana il giovane G. B. De Rossi riservandogli dal 1842 la raccolta delle iscrizioni, e facendone poi con assidue premure il suo più valido discepolo, collaboratore e successore. Nell'epigrafia latina il M. fu meritatamente ritenuto emulo del Morcelli; e moltissime iscrizioni
da lui composte celebrarono importanti opere e avvenimenti privati e pubblici del pontificato di Gregorio XVI e di Pio IX. Non inferiori alle doti d'ingegno, di erudizione e di operosità furono in lui le virtù religiose e sacerdotali.