Alcuni cenacolo (v.). Molti ravvisano M. in quel giovinetto (vesuviosos) che, nella notte di Passione, seguiva Gesù, e che, per sfuggire all'arresto, lasciò il lenzuolo in mano agli sgherri. Questo episodio, ricordato solo dal secondo Vangelo (Mc. 14, 51 sq.), sembra precisamente un contrassegno dell'autore. Non è probabile l'opinione di Adamanzio (PG 11, 1721) e di Epifanio (ibid. 41, 280.90), che vede in M. uno dei 72 discepoli di Gesù. Papia, riferendo le parole di Giovanni, dichiara che M. non fu discepolo di Gesù. Il Frammento muratoriano, dicendo che « neppure » Luca vide il Signore nella carne (« Dominum tamen nec ipse vidit in carne »), sembra escludere che M. sia stato discepolo di Gesù; ammette però che abbia assistito a qualche fatto o discorso di Gesù; infatti comincia con le seguenti parole riguardanti M.: « [ali]quibus tamen interfuit et ita posuit ». Se si identifica M. con il giovinetto di cui sopra (Mc. 14, 52 sq.) la cosa è verosimile.
Da s. Paolo (Col. 4, 10) si sa che M. Barnaba (v.), che lo condusse ad Antiochia verso il 44 e lo associò come ausiliare (ὑπερέστει) nel viaggio intrapreso con Paolo nell'Isola di Cipro. Siccome M., Perge (v.), si era ritirato dalla comitiva per ritornare a Gerusalemme (Act. 13, 13), s. Paolo non lo volle con sé nella seconda spedizione apostolica (49-50). Per questo Barnaba si separò da Paolo e con il cugino M. si recò a Cipro (ibid. 15, 39).
Probabilmente anche M., come Barnaba, era di stirpe levitica. Il Prologo monarchiano dice addirittura che M. « fungeva da sacerdote in Israele, essendo levita secondo la carne » e che, dopo la conversione, si sarebbe amputato il pollice per rendersi irregolare (« ut sacerdotio reprobus haberetur »). In questo senso sarebbe da spiegare il titolo di χολοβοδάκτυλος (« dal pollice corto ») attribuitogli dai Philosophumena (7, 30, 1: PG 16, 3334) e da un prologo antico antimarcionita, conservato in alcuni codici della Volgata; secondo altri quell'epiteto significherebbe solo che M. aveva dita corte, sproporzionate al resto del
b) Parte prima (1, 14-9, 50). - M. sceglie episodi dal ministero di Gesù in Galilea e nei dintorni. Gli inizi si svolgono a Cafarnao e nelle vicinanze (1, 14-3, 6); il ministero continua presso il lago di Genesareth (3, 7-7, 23); poi nelle regioni di Tiro e Sidone, a Bethsaida. Numerosi i miracoli narrati, specialmente liberazioni degli indemoniati.
c) Parte seconda (10-13). - M. riferisce episodi del viaggio verso Gerusalemme e in questa città: il viaggio, uscendo dalla Galilea, ricco di lezioni sul matrimonio, la verginità, le ricchezze ecc. (10, 1-52); l'entrata trionfale nella città e le susseguenti istruzioni (11-12, 44).
d) Parte terza (14-16, 8). - M. descrive la cena di Betania, l'ultima Cena, con la istituzione della Eucaristia (14, 1-31); l'orazione nell'orto con l'episodio del giovane (M.?), che sfugge agli sgherri (14, 32-52); il processo, la Crocifissione, la Risurrezione (14, 53-16, 1-8).
e) Appendice (16, 9-20). - Apparizioni alla Maddalena, a due discepoli, agli undici. Gesù invia gli Apostoli in tutto il mondo ed è assunto al cielo (16, 9-20).
2. Scopo
Sembra indicato esplicitamente dalle prime parole: «Inizio del lieto messaggio (evangelo) di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (1, 1). L'autore vuole raccontare la prima fase di questo lieto messaggio, che presenta Gesù Cristo come «Figlio di Dio». Queste ultime parole mancano in alcuni codici (S 28) e in alcune versioni (armenia e georgiana), ma si leggono negli altri migliori. Si devono quindi ritenere genuine.A differenza di Matteo, che scrivendo per gli Ebrei voleva provare il suo assunto specialmente citando profezie avverte, il secondo Evangelista lo prova raccontando semplicemente i miracoli che mostrano il potere di Gesù sulla natura, le malattie, la morte e particolarmente sui demoni (è quest'ultima una caratteristica di M.).
3. Indole letteraria
Pur avendo un sottinteso intento apologetico, il secondo Vangelo non ha il carattere di una apologia come il primo. È un racconto di fatti storici, dallo stile vivace e pittoresco. Riferisce le impressioni di un testimone oculare, che s'interessa dei particolari minuti. Mentre narra i fatti prodigiosi che danno risalto alla divinità del Maestro, non trascura gli elementi che ne pongono in luce l'umanità: Gesù si rattrista, si adira (3,5; 10, 14), dorme (4, 38), chiede chi l'ha toccato (5,30), soffre paura e tedio, si sottomette alla volontà del Padre (14, 34-36).La lingua greca risente insieme di influssi semitici e latini. Se, come afferma la tradizione, il presente Vangelo è opera di un ebreo che scriveva in greco un libro destinato ai Romani, questi influssi trovano ovvia spiegazione. Tra i latinismi si notano: δημάχιον (6, 37); κήνος (12, 14); λεγώ (5, 9, 15); στενοχόλια (6, 27); φαγέλλος (7, 15); πραστόφιον (15, 16); κωδόπης (quodrans, 12, 42); ecc.
4. Origine
a) Argomenti esterni. - Siccome il secondo Vangelo è quasi SINOTTICI, VANGELI (v.), è difficile dire se una citazione, fatta a senso, sia desunta da questo o da qualche altro Vangelo.Il più antico testimone che attribuisce esplicitamente a M. il secondo Vangelo è s. PAPA (v.), vescovo di Gerapoli. Ecco quanto scriveva (verso il 125): «Anche questo il presbitero (Giovanni) diceva: M. divenuto interprete di Pietro scrisse diligentemente, non però con ordine, tutte le cose fatte e dette dal Signore, che ricordava. Infatti non aveva udito il Signore e neppure aveva tenuto dietro a lui, ma, più tardi, come dissi, a Pietro, il quale faceva le didascalie secondo le necessità, non già con l'intento di fare una coordinazione (σύναξιν) dei loghi del Signore. Così che per nulla peccò M. scrivendo alcune cose così, come se ne ricordava. Di una cosa sola era preoccupato: di non tralasciare nulla di quanto aveva udito, o di aggiungervi alcunché di falso» (presso Eusebio, Hist. ecc., III, 39, 15).
Da questa testimonianza che, attraverso Papia, risale

Marco Evangelista, santo - Immagine musiva di s. M. (sec. vi) - Ravenna, basilica di S. Vitsle.
a Giovanni discepolo del Signore, si apprende che questo giustificava la mancanza di "coordinazione dei loghi" nel secondo Vangelo con il fatto che M. riferiva le disacralie di Pietro, fatte così, secondo le necessità. A quanto pare, si trattava della coordinazione logica dei discorsi: tale coordinazione si nota in Matteo, manca in M. Il Frammento muratoriano è giunto mutilato all'inizio, proprio dove parlava dei primi due Vangeli. Siccome dice che il terzo Vangelo è quello di Luca e il quarto quello di Giovanni, è ovvio che nelle linee perdute abbia parlato anche di M.
S. Ireneo, dopo aver detto che "Matteo, tra gli Ebrei nella loro propria lingua, pubblicò anche una scrittura di Vangelo, mentre Pietro e Paolo in Roma evangelizzavano e fondavano la Chiesa", prosegue: "Dopo la dipartita (ἐξοδόν) di costoro, M., discepolo e interprete di Pietro, anch'egli le cose predicate da Pietro in iscritto a noi tramandò" (Ἀδ. haer., III, 1, 1: PG 7, 844). Il vescovo di Lione attribuisce certamente il secondo Vangelo a M., che cita più volte.
L'antico prologo latino, che attribuisce a M. l'epiteto di colobodactilus, dice che questi, "divenuto interprete di Pietro, dopo la dipartita di costui scrisse questo (Vangelo) nelle regioni d'Italia" (cf. D. de Bruyne, in Revue bénédictine, 40 [1928], pp. 193-204).
Clemente Alessandrino informa che M. compose il Vangelo a Roma, pregato dagli uditori di Pietro. L'Apostolo lo avrebbe lasciato fare (in Eusebio, Hist. eccl., VI, 14, 6); altrove dice che la richiesta sarebbe pervenuta da certi cavalieri cesareani ai quali predicava Pietro a Roma (Hypoty. in I Pt., 5, 13).
Altre testimonianze esplicite si leggono nelle opere di

MARCO EVANGELISTA, santo - S. M. in atto di scrivere il Vangelo. Miniatura di scuola ferrarese (sec. xv). Incipit del Vangelo di S. M. - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 10.
Origene (In Mt. tom I: PG 13, 829), Tertulliano (Adv. Marc., 4, 2: PL 2, 363), Eusebio (Hist. eccl., III, 24, 5-6), Girolamo (De viris ill., 8: PL 23, 643). Esse concordano sostanzialmente con quella di Ireneo.
b) Argomenti interni. - Nello stesso Vangelo si colgono diverse conferme delle testimonianze della tradizione. Questa informa che M. scrisse la predicazione di Pietro. Ora la predicazione di Pietro si estendeva dal Battesimo di Giovanni fino all'ascensione di Gesù (Act. 1, 21; cf. 10, 37-42), ed insisteva sui miracoli operati da Cristo (ibid. 2, 22; 1, 38). Tali sono appunto le caratteristiche del secondo Vangelo.
Inoltre il Vangelo di M. è la fonte più preziosa per una biografia di S. Pietro (P. De Ambroggi, S. Pietro Apostolo, Rovigo 1931, cap. 1). Il modo pittoresco di descrivere anche i particolari minuti dei fatti mostra che l'Evangelista ebbe a disposizione un testimone di prim'ordine, attento, impressionabile, come era Pietro; e la lingua di M., soffusa di colori semitici e latini, conferma quanto la tradizione storica attesta sulla sua origine.
5. Luogo, destinazione, data
Sul luogo di composizione la tradizione è concorde per Roma (Clemente Alessandrino; Eusebio, Hist. eccl., II, 15; Efrem, Diat., 286; Girolamo, De viris ill., 8).La destinazione è indicata chiaramente da Clemente Alessandrino: per i Romani evangelizzati da Pietro. Che questi siano stati effettivamente i destinatari, risulta, oltre che dal carattere "petrino" del secondo Vangelo, anche dai latinismi che vi sono sparsi. Ai pagani, che non sapevano nulla delle profezie, era superfluo insistere su queste; Pietro e M. preferiscono dare maggior risalto all'argomento dei miracoli, specialmente a quelli sui demoni, in cui si potevano vedere gli idoli sconfitti.
La data di composizione del Vangelo di M. non è facilmente determinabile. Si può dire cor scrivezza che la tradizione, moralmente unanime (la maggioranza dei codici greci, s. Ireneo, Origene, Epifanio, Girolamo) si accorda nell'asserire che M. è il "secondo" Evangelista, in ordine cronologico.
Gli indizi interni permettono di concludere che il Vangelo fu scritto prima della distruzione di Gerusalemme (70 d. C.). Non vi è alcun cenno a tale fatto come avvenuto, nel discorso escatologico (Mc. 13): anzi, dalla conclusione di tale discorso (vv. 14-23), risulta il contrario.
La tradizione si accorda nel supporre che il secondo Vangelo sia stato composto prima della morte di S. Pietro. SINOTTICI, VANGELI (v.) risulta che Luca dipende da M., è ovvia la conclusione che M. scrisse prima del 63. In quell'anno terminava il biennio della prigionia romana di Paolo, e Luca concludeva bruscamente e pubblicava gli Atti, composti dopo il terzo Vangelo. Resta da spiegare il testo di S. Ireneo, citato sopra, dal quale si potrebbe dedurre che M. pubblicò il suo Vangelo dopo la morte di Pietro e Paolo. Nel greco suona così: Μετὰ δὲ τὴν τοῦτῶν ἐξοδόν, Μάρκος ὁ μαθητής καὶ ἠμηνευτής Πέτρου, καὶ αὐτὸς τὰ ὑπὸ Πέτρου κερυσόμενα ἐγγράφως ἡμῖν περὶ ἀδόκειν. Non è il caso di insistere sul fatto che ἐξοδὸς significa propriamente "dipartita", per concludere che M. scrisse, non già dopo la morte, ma dopo la partenza dei due Apostoli dalla Palestina. Non serve neppure la scappatoia di alcuni che (con Kaulen) vorrebbero leggere in Ireneo μετὰ δὲ τὴν τοῦτῶν ἐκδοσιν (= dopo la "pubblicazione") di questo, ossia del Vangelo di Matteo) invece di μετὰ δὲ τὴν τοῦτῶν ἐξοδόν (= dopo la "dipartita") di costoro). Si noti tuttavia che Ireneo non dice che M. scrisse il Vangelo "dopo la morte di Pietro e Paolo, ma che "ci tramandò in scritto" (ἐγγράφως ἡμῖν περὶ ἀδόκειν) le cose predicate da Pietro: questa espressione sembra riguardare la pubblicazione definitiva, con l'appendice (16,9-20) che sembra aggiunta più tardi.
MARCO EVANGELISTA
Ireneo, poi, non si preoccupava molto dell'esistenza cronologica; la sua testimonianza non può quindi essere decisiva per una data tardiva del secondo Vangelo.
Tenendo conto dei diversi elementi, la maggioranza degli studiosi cattolici, e molti cattolici con J. Wellhausen e A. Harnack, ritengono che il Vangelo di M. sia stato composto tra la seconda missione apostolica di Paolo (conclusa nel 53) e prima della pubblicazione del Vangelo di Luca (62-63). Entro questo decennio, dopo la composizione del Vangelo di Matteo (v.), si può cercare con probabilità la data d'origine del secondo Vangelo.
6. Integrità
Diversi cattolici sostengono che M. non scrisse tutto il libro che a lui si attribuisce, ma solo una parte (Protomacro), che sarebbe stata poi completata da successivi redattori.Si può rispondere che i testimoni della tradizione non conoscono altro Vangelo di M. all'infuori del presente. Tutti i papiri (compreso il P 45, della prima metà del sec. III), tutti i codici, tutte le versioni attestano che il Vangelo di M. fu sempre identico a quello giunto sino ad oggi.
Si può far questione solo sulla genuinità (non sulla canonicità) dell'appendice (16, 9-20), che manca nel cod. Vaticano B (che però lascia un insolito spazio in bianco dopo 16,8), nel Sinaitico (S), nelle versioni siro-sinaitica, a'idica, georgiana, armena antica. Mancava pure in diversi codici citati da Eusebio e s. Girolamo. Si trovava invece nei codici Cà 33 W O A ecc., nell'antica latina (meno il codice bobbiese k), nella Volgata, nelle altre siriache, nella bobariica, nella gotica e in molte citazioni di Padri (Ireneo, Giustino, Taziano, Epifanio, Crisostomo, ecc.). Alcuni codici secondari hanno un finale più breve (V [044] 099, 012); oppure una finale allungata con l'inserzione di un loghion dopo il V. 13 (Freer loghion del cod. W). Gli argomenti interni contrari alla genuinità si riducono alla rottura del nesso logico fra il V. 8 e il 9, ed alle differenze di stile ove affiorano reminiscenze lucane. Non mancano tuttavia indizi in favore della genuinità. Infatti è improbabile che l'Evangelista abbia voluto troncare l'opera con un γάφ, senza raccontare nulla delle apparizioni e dell'Ascensione, tanto più che il tema della predicazione di Pietro si estendeva fino a quest'ultimo punto (Act. 1,21). Si potrebbe ritenere che M., per una ragione che sfugge, aveva lasciato sospeso il Vangelo dopo il V. 8. Qualche amanuense lo copiò e lo diffuse così incompleto. Frattanto fu pubblicato il Vangelo di Luca e M. stesso punteggiò (o fece punteggiare) l'ultimo capitolo di quel Vangelo per completare il suo. Così si spiegherebbero le differenze di stile e la mancanza dell'appendice in alcuni codici, mancanza che da altri fu supplita diversamente.
7. Direttive della Pontificia commissione biblica
In data 26 giugno 1912 la Pontificia commissione biblica pubblicò nove risposte riguardanti l'autore, il tempo di composizione e la verità storica dei Vangeli secondo M. e Luca (AAS, 4 [1912], pp. 463-65; Denz-U, 2155-63). Per quanto riguarda M., vi si indicano gli argomenti della tradizione che costringono ad affermare con certezza che M., discepolo ed interprete di Pietro, è autore del Vangelo che gli è attribuito (ad I), si dichiara che le ragioni addotte contro la genuinità di Mc. 16, 9-20 non danno il diritto di escludere la canonicità o l'ispirazione e non dimostrano che M. non ne sia l'autore (ad II). Quello di M. è il secondo Vangelo in ordine cronologico (ad V); non si può posticipare la data fin dopo la distruzione di Gerusalemme; M. scrisse secondo la predicazione di Pietro (ad VIII), merita fede storica (ad IX).II. Iconografia
S. M. evangelista viene raffigurato come un vecchio, spesso calvo, con il libro del suo Vangelo nelle mani, avendo accanto un leone, suo simbolo di evangelista; talvolta si vede seduto su un trono, come lo rappresenta in modo assai tipico una scultura quattrocentesca sulla porta d'ingresso principale della chiesa a lui dedicata in Roma ove è anche una tela di Melozzo da Forlì che lo raffigura nell'atto di scrivere il suo Vangelo. Non di meno nel museo bizantino del X sec., posto sopra il portale principale della basilica di S. Marco a Venezia, egli è a sinistra di Cristo ancora senza i suoi caratteristici attribuiti distintivi, sebbene una scritta indichi il suo nome. Nel museo poco posteriore nella cappella di S. Isidoro della stessa basilica egli appare già con il suo Vangelo nelle mani.L'iconografia di s. M. ebbe anzitutto un ricchissimo sviluppo nell'arte veneta; la basilica di S. Marco a Venezia presenta numerosi esempi di diversi tipi delle sue raffigurazioni, fino ad un museo rinascimentale eseguito nel 1545 su un cartone disegnato da Tiziano. La basilica contiene anche nella cappella di S. Zeno dei musei del XIII sec. con un ciclo di scene tolte dalla leggenda dell'Evangelista.
Innumerevoli sono le raffigurazioni di s. M. nell'arte veneta del Rinascimento. Da citare per l'arte del tardo Quattrocento il trittico di Bartolomeo Vivarini nella chiesa dei Frari a Venezia, dove nel centro troneggia s. M.,

Marco Evangelista, santo - Statua di s. M., opera di Donatello (1413) - Firenze, chiesa di Orsanmichele.
e, per il primo Cinquecento, la pala d'altare di Tiziano nella chiesa di S. Maria della Salute con s. M. in trono e quattro santi.
Grandissimi maestri veneti hanno anche spesso illustrato sia la leggenda del Santo, sia i suoi miracoli, sia la storia della traslazione del suo corpo da Alessandria a Venezia. Si ricordano: La predica del Santo a Alessandria, dipinta da Gentile Bellini ora nella Pinacoteca Brera di Milano, e le tele del Tintoretto all'Accademia di Venezia con la traslazione del corpo di s. M. ed un suo miracolo, nonchè alla Pinacoteca di Brera Il rinvenimento del corpo di s. M.