MASSAJA, GUGLIELMO

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MASSAJA, Guglielmo. - Cardinale, cappuccino, n. a Piovà (Asti) l'8 giugno 1809, m. a S. Giorgio a Cremano (Napoli) il 6 ag. 1889 in concetto di santità. Entrò il 6 sett. 1826 nel noviziato della Madonna di Campagna di Torino. Fu lettore di filosofia e teologia (1836-46), confessore dei principi Emanuele e Ferdinando di Savoia, definitore. Eletto (12 maggio 1846) vicario apostolico dei Galla (Etiopia meridionale), partì da Roma per la sua missione (3 giugno 1846). Primo vescovo cattolico dei tempi moderni che, sfidando la pena di morte, rimise piede in Etiopia e vi ricostituì la gerarchia, consacrandovi tre vescovi.

Esiliato dal principe Ubiè, perseguitato e scomunicato dal vescovo eretico Salama, divenne popolare sotto il

nome di Abuna Messias. Nel quinquennio 1846-50 percorse le coste dell'Africa orientale tentando una via per i Galla, ma invano; aiutò a salvare la missione lazzarista; ordinò varie decine di sacerdoti e consacrò vescovo il futuro b. G. De Jacobis (7 genn. 1849). Ricacciò ancora una volta al mare, tornò in Europa nel 1850, per interessare la S. Sede e la Francia delle tristi condizioni religioso-politiche dell'Africa orientale. Il secondo viaggio (4 apr. 1851), attraverso l'Egitto e il Sudan, lo portava alla fine nella sua missione (21 nov. 1852), dopo un sessennio di tentativi eroici e peripezie romanzesche.

Nel decennio galla (1852-63) fondò centri missionari nel Gudrù, Ghera ecc., e nel Kaffa (1859-61); curò la formazione del clero indigeno, creando «il seminario ambulante»; dettò ai missionari mirabili principi di apostolato con la Magma Charta di Assandabo (16 marzo 1854); fu pioniere della medicina quale arma di apostolato, pacifico principi e popoli che soggiogò con santità di vita. Durante il duplice intermezzo europeo (1864-66, 1867), scrisse un catechismo, fondò il Collegio galla di Marsiglia (1866), pubblicò le Lecciones grammaticales pro missionariis qui addiscere volunt linguam amaricam seu vulgarem Abyssiniae nec non et linguam oromonicam (Parigi 1877). Al terzo viaggio (19 apr. 1866) fino ad Aden, seguì il quarto ed ultimo (9 sett. 1867) che aprì il periodo sciano (1868-79).

Amico e consigliere di Menelik, re del paese, svolse tale attività religiosa e sociale da essere proposto ad Abuna d'Etiopia. Ma egli non accettò. Esiliato (1879) per ordine del re Giovanni, tornò in Italia, dove la venerazione delle masse per il servo di Dio arrivò al punto di tagliuzzargli le vesti per averne reliquie, come più tardi sul letto di morte. Ebbe in Leone XIII il suo papa mecenate che lo creava vescovo di Stauropoli (1881) e cardinale (1884), nonostante la viva opposizione del candidato che era intrattenuto spesso a colloqui sulle cose più segrete della Chiesa. All'annunzio del suo trapasso, il S. Padre esclamava: «È morto un santo!». La Chiesa ne ha aperto i processi di beatificazione.

Al «comando» di Leone XIII il M. si arrese a scrivere — più che settantenne — l'opera sua classica I miei trentacinque anni di missione nell'alta Etiopia (Roma-Milano 1885-95 in dodici grandi volumi).

Vergati (1880-85) interamente di proprio pugno (non dal suo segretario come si era creduto finora), scrivendo a volte «almeno quindici ore al giorno», essi sono una miniera di indiscusso valore missionologico e scientifico, non solo per apostoli ed educatori, ma anche per africani, esploratori e scienziati. Essi campeggiano nella letteratura missionaria del secolo scorso, e finora ai primi posti in quella di tutti i tempi. Nonostante questo, l'opera oggi è sotto ampia critica. Uno studio analitico dell'originale — in 5 voll. di pp. 3908 — conservato nell'Archivio Segreto Vaticano, ha rivelato divergenze di rilievo nei confronti dell'opera edita. La quadruplice impostazione originaria intesa e attuata dal card. M., storica cioè, apologetica, polemica e missionologica, all'atto della pubblicazione fece posto ad una impostazione

(per cortesia del p. Carmelo da Sassano)

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MASSJA, Guglielmo - P. 494 del vol. IV del manoscritto originale dell'opera I miei trentacinque anni di missione nell'alta Etiopia. L'originale in 5 voll. si conserva nell'Archivio Segreto Vaticano, sezione di Pio IX.

che armonizzasse i suddetti scopi in un lavoro di genere narrativo e divulgativo. Per questo, da parte dei collaboratori, si passò ad omissioni, aggiunte e interpolazioni che finirono con alterare la fisionomia dell'originale e quindi dell'autore. Infatti, specie per quanto riguarda omissioni e aggiunte, il disaccordo tra i due testi balza evidente: le prime — portate ad oltre 400 pp. — hanno rigettato, perché in gran parte di indole missionaria, in secondo piano lo spirito apostolico straordinario del «santo prelato»; le aggiunte poi, specie nei riguardi di una terminologia, comprendente epiteti volgari quali farabutto, briccone, figlio del diavolo, cane, avvoltoio, ecc. (che non si riscontrano nell'originale Vaticano), hanno posto il creduto autore nella falsa luce di una presuntuosa infallibilità e durezza, che gli hanno attirato critiche amare e giudizi sfavorevoli. La mancanza infine nell'opera edita di quel sostrutto religioso e provvidenziale che vivifica tutto l'originale è un'altra lacuna di rilievo che rimpicciolisce la gigantesca figura del protagonista. Dal punto di vista letterario, nel manoscritto si ha, è vero, un M. meno riputo e ricercato di quello edito, ma certamente più personale e efficace, meglio servito da uno stile scarno e spontaneo, ma incisivo ed eloquente, che da uno stile da «romanzo», come quello de I miei trentacinque anni.

Nel manoscritto in breve vive e domina il M. storico, apologeta, polemista e missionologo, quale e come egli stesso volle essere.

Tra le opere minori, merita di essere ricordato l'opuscolo De la propaganda musulmane en Afrique et dans les Indes (Parigi 1851), di tale interesse dal punto di vista religioso-politico dell'Africa orientale della metà del secolo scorso, da fare il giro dei banchi diplomatici di Londra e di Parigi. I suoi manoscritti epistolari infine sono un po' dovunque, in Italia, specie nell'Archivio di Propaganda Fide, e all'estero, specie alla Biblioteca nazionale di Parigi, a Tolosa, Lione. Quasi tutti i suoi scritti africani andarono smarriti.