MELI, GIOVANNI. - Poeta, n. a Palermo il marzo 1740, m. ivi il 20 dic. 1815. Allievo dei Gesuiti, medico condotto a Cinisi per cinque anni, in seguito docente di chimica nella palermitana Accademia degli Studi. Fu detto «abate» e vestì l'abito talare, senza avere neppure gli Ordini minori.
Della poesia arcadica mantenne solo, e non sempre, i motivi esteriori: sua vera ispiratrice fu l'aspirazione, alla giustizia e alla pace, cercata nella vita dei campi e nella comunione con la saggezza del suo popolo (a programmi riformistici sono esplicitamente intese le sue Ri-

musive di leoni rampanti ai lati delle bifore, che rappresentano gentilizi normanni. Si segnala : il portale a sguancio di S. Maria la Nuova; due medaglioni raffiguranti l'Annunciazio
m., assenti invece nei pochi frammenti finora conosciuti di musica ellenica, altra fonte della tecnica musicale latina. I documenti di musica creduti pregegoriani, *Antifonario ambrosiano* e forse *Antifonari dell'Archivio di S. Pietro*, sono i più ricchi di m. Per il suo alto valore estetico il m. viene giustamente apprezzato e considerato come una delle caratteristiche della musica liturgica antica. I nuovi ideali consigliarono ai polifonisti del Cinquecento e del Seicento di sopprimere i m. nelle edizioni di canto fermo, ma nella restaurazione sono stati in gran parte ripristinati, sebbene in forme purtroppo assai lontane dalla espansiva libertà dello slancio originale.