MELI, GIOVANNI. - Poeta, n. a Palermo il 6 marzo 1740, m. ivi il 20 dic. 1815. Allievo dei Gesuiti, medico condotto a Cinisi per cinque anni, in seguito docente di chimica nella palermitana Accademia degli Studi. Fu detto « abate » e vestì l'abito talare, senza avere neppure gli Ordini minori.
Della poesia arcadica mantenne solo, e non sempre, i motivi esteriori: sua vera ispiratrice fu l'aspirazione, alla giustizia e alla pace, cercata nella vita dei campi e nella comunione con la saggezza del suo popolo (a programmi riformistici sono esplicitamente intese le sue Ri-
flessioni sullo stato presente del Regno di Sicilia [1801] intorno all'agricoltura e alla pastorizia). Cantò con sensibilità moderna la campagna siciliana (Buccolica) e con galante malizia la donna (Anacreontichi). In L'origini di lu munnu derise le antiche e le recenti concezioni cosmogoniche, soprattutto quella del filosofo monrealese V. Miceli). Il poema umoristico Don Chisciotti e Sancti Panza costituisce una non del tutto riuscita rappresentazione del contrasto tra ideale e reale, che fu il perenne assillo del poeta. Il quale, tuttavia, non si chiuse nelle posizioni pessimistiche e talvolta ribelli dell'idillio Polemmi, delle terzine Lu chiantu d'Eraelitu, del poemetto Lu specchiu di lu disingonnu, ma si rasserenò in un moderato ottimismo, che lo conciliava con la vita e con la Provvidenza. Nelle senili Favuli murali, costituenti un corpus senza pari nella favolistica italiana, espresse, per mezzo del mondo animale simpaticamente studiato, il suo ideale « d'onoratezza e probità ». Della sua opera poetica, in siciliano « illustre », si hanno, numerose versioni in italiano, latino, greco e in altre lingue: notevole quella tedesca del Gregorovius (Lipsia 1886, 2ª ed.); il Goethe imitò due strofe del M. in Sizilianisches Lied; il Foscolo tradusse il monologo lirico del Don Chisciotti.