PACIFISMO

PACIFISMO. - Il p. è insieme una dottrina e un movimento. Sotto il primo aspetto si presenta come la più aperta antitesi del militarismo, alla cui apologia della guerra, considerata quale evento naturale, necessario e benefico, secondo la concezione darwinistica delle relazioni internazionali, oppone l'esaltazione della pace e la condanna incondizionata dell'uso della violenza. Sotto il secondo aspetto dura tutte quelle correnti, le quali si prefiggono di far penetrare nella coscienza comune i principi teorici del p. dottrinale e di creare in tal modo le condizioni psicologiche e politiche per il conseguimento di una pace perpetua tra le nazioni. Alla sua formazione hanno contribuito in grado diverso l'umanità-rismo, particolarmente di stampo anglosassone, il cosmopolitismo romantico e l'internazionalismo.

Il p. teorico muove dal concetto dell'unità fondamentale del genere umano e dell'inviolabilità della vita individuale, dal quale deduce la riproduzione assoluta dell'uccisione dell'uomo e della guerra come omicidio collettivo. Applicando questa conseguenza, non solo condanna la guerra offensiva o di conquista, ma anche quella difensiva, poiché in egual misura della prima obbliga ad attenere alla vita del proprio simile. In questo suo atteggiamento si scorge in modo particolare l'influsso dell'umanitarismo, colorito di vago sentimentalismo, il cui segreto di culto risiede nell'umanità. Il p. non manca tuttavia di far ricorso ad altri argomenti per rinvigorire le sue posizioni concettuali. Insiste, innanzi tutto, sui reali prodotti dai conflitti armati, la cui umanizzazione si dimostra utopistica. Come nella vita interna degli Stati è stata da tempo vietata la vendetta privata, così nella vita internazionale deve essere vietato che lo Stato si faccia giustizia da se stesso con l'uso della violenza. Ciò è richiesto ancora dall'inadeguatezza della forza a risolvere le questioni pendenti tra gli Stati. La vittoria non sempre arride a chi ha ragione, né la guerra scioglie i problemi politici internazionali. Sotto l'influsso del cosmopolitismo qualche corrente pacifista auspica la sparizione delle divisioni nazionali e religiose, origine della maggior parte delle competizioni tra gli Stati, e sogna di una umanità radunata in una società universale senza ritmi e senza diversità di credi, come il mezzo più sicuro per ottenere la pace perpetua.

I motivi teorici del p. non mancano di un'anima di verità. Nessun dubbio può essere sollevato sul carattere sacro della vita umana e sul rispetto ad essa dovuto. Nondimeno tale carattere non può impedire l'applicazione delle norme di giustizia, che richiedono la punizione del delinquente e permettono la legittima difesa contro un ingiusto aggressore, così nella vita sociale interna come nella più ampia sfera delle relazioni internazionali. L'accettazione integrale della pregiudiziale pacifista condurrebbe all'universale immunità del delitto commesso dagli Stati e alla consacrazione del fatto compiuto, al quale non sarebbe in nessun modo possibile portare ripariazione, se l'uso della forza è intrinsecamente immorale. Reali poi sono i mali che la guerra produce: ciò non toglie però che il diritto è il bene massimo della convivenza sociale e che la società deve possedere i mezzi necessari per difenderlo o costringere alla sua riparazione, una volta leso dall'azione dell'utopia. Nel campo internazionale l'autodifesa potrà essere soltanto superata con la costituzione di una società organica, la quale possiede i mezzi coattivi, per imporre il rispetto della giustizia. È semplicemente utopistico, infine, pensare a una collettività delle genti, nella quale siano sparite le divisioni nazionali e religiose, essendo, specialmente le prime, effetto insuperabile delle tendenze associative della natura umana, necessarie all'armonia e al progresso. Nonostante queste osservazioni, è doveroso riconoscere nel p. l'ansia per il conseguimento di un nobile ideale, quale è quello dell'instaurazione della pace perpetua tra i popoli e la proscrizione della guerra, cui tendono altre correnti con eguale entusiasmo, senza tuttavia cadere nelle sue esagerazioni.

Per questo suo atteggiamento teorico il p. va tenuto distinto tanto dal pensiero cristiano quanto dal vero internazionalismo. Nessuna dottrina come la cristiana ha alimentato negli uomini il sentimento dell'universale fraternità, che li congiunge in una medesima famiglia, e ha inculcato con maggiore insistenza l'amore vicendevole oltre ogni barriera etnica. Il suo annunzio di pace si associa però già in s. Paolo con la visione realistica della necessità della spada per la punizione dei malfattori. Né i Padri della Chiesa, sviluppando il messaggio evangelico, trovarono incompatibilità alcuna tra l'uso delle armi e la professione cristiana. S. Agostino, continuatore della loro tradizione, condannò le guerre ingiuste, chiamandole magna latrocinia, ma ammise la liceità di quelle intraprese per la tutela del diritto, come fecero dietro di lui i Padri che lo seguirono.

Il sano internazionalismo si distacca anche esso dal p. Mentre il secondo, cedendo alla suggestione del cosmopolitismo umanitario, vorrebbe soppresse le patrie e gli Stati, il primo riconosce la necessità naturale della loro esistenza e ne ammette la legittima difesa, in caso di minaccia grave. A questo obbiettivo rilievo aggiunge soltanto il bisogno inderogabile di una conveniente organizzazione internazionale con istituti appropriati per assicurare la convivenza pacifica delle nazioni, appoggiandosi sull'unità solidale del genere umano e sull'interdipendenza economica dei popoli, la cui prosperità richiede la collaborazione di tutti e relazioni durature di pace.

Il p. può dirsi un fenomeno piuttosto moderno. Nella forma vaga di aspirazione verso la pace e la liberazione dalla guerra si trova in tutti i tempi. Nell'antichità greco-romana, storici, come Senofonte, hanno vivamente deplorato i mali bellici; poeti, come Virgilio, hanno sognato di un'era in cui le armi si sarebbero mutate in strumenti di lavoro; filosofi, particolarmente della scuola stoica, come Seneca, Epitteto e Marco Aurelio, si sono fatti banditori di un cosmopolitismo affrettalmente delle genti. Ma un vero p. non si riscontra in questo periodo, come non si riscontra nel cristianesimo, che riempie di sé l'età successiva. Fondato su motivi religiosi e perciò detto ascetico, esso appare, invece, presso alcune sette, tra le quali si sono distinti i seguaci di Wyclif e di Huss, che come più tardi i menzionati e i quacqueri, sostennero l'inviolabilità assoluta della vita umana e l'illegittimità dell'uso della forza, persino contro il male e i malfattori. A questa corrente si riannoda sentimentalmente il p. odierno, che è andato rafforzandosi, sino a diventare un vasto

movimento internazionale, dopo l'apparizione dell'umanitarismo illuminista e del cosmopolitismo romantico.

Progetti per l'organizzazione di una pace perpetua si hanno già nel sec. XVII. Noti sono quello del Cruce del 1623 e del duca di Sully del 1638. Maggiore fioritura essi ottennero nel sec. XVIII, durante il quale si scagliano le memorie per rendere la pace perpetua in Europa di Charles Irenee Castel, abate di St-Pierre, pubblicate nel 1712, le trattazioni del Rousseau (1760), verso il quale il Voltaire esercitò la sua critica mordace, del Bentham (1789), le quali diedero occasione a Emanuele Kant di pubblicare il suo opuscolo sulla pace perpetua (1793). Nelle opere ricordate il p. approfondisce i suoi motivi ideali e si unisce all'internazionalismo, che muove alla stessa meta, attivando la creazione di istituzioni internazionali.

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Nel secolo successivo, indipendentemente da questo sforzo sistematico, nasce il movimento pacifista. Per patria d'origine ebbe gli Stati Uniti d'America, dove, nel 1815, David L. Dodge fondò la New York Peace Society, seguita dal pullulare di altre consimili associazioni, le quali nel 1828 si fusero nell'American Peace Society. Il movimento passò presto i mari e dilagò nel vecchio continente, dando origine a vari e ripetuti congressi internazionali. A suo merito devono in parte ascriversi alcuni istituti, creati dagli Stati per la risoluzione pacifica delle loro controversie, come l'arbitrato e la corte internazionale di giustizia. La fondazione della Società delle Nazioni, dopo la prima guerra mondiale, venne promossa dalla pressione morale dei pacifisti sull'opinione pubblica americana, la quale reagì sul presidente Wilson, le cui prime dichiarazioni vennero pronunziate in una riunione dell'Associazione per il movimento della pace. Il nuovo organismo internazionale ebbe come scopo principale lo sviluppo della cooperazione e la difesa della pace e della sicurezza collettiva, rimasto sostanzialmente immutato nella più recente Organizzazione delle Nazioni Unite, succeduta alla Società delle Nazioni. Il Patto Kellog del 1928 sembrò coronare le aspirazioni del p. con la rinunzia in esso consegnata da parte degli Stati contraenti del ricorso alla guerra come strumento della politica nazionale. Ma fu un'illusione di poca durata: la pace perpetua resta ancora oggi un'aspirazione, alla quale la realtà ri-futa di conformarsi.

BIBL.: H. La Fontaine, Bibliogr. de la paix et de l'arbitrage internat., I. Le mouvement pacifique, Monaco 1904; K. Lanz-W. Fabian, Die Friedensbewegung. Ein Handbuch der Weltfriedensströmungen der Gegenwart, Berlino 1922; Chr. Lange, Hist. de la doctrine pacifique, in Rec. des cours de l'Ac. de droit intern., 13 (1926, III), pp. 173-426; J. Moor, Zum ewigen Frieden, Lipsia 1930; G. Volpe, P. e storia, Roma 1934.

Antonio Messineo