Secondogenito dei numerosi figli di Onorato P. e di Margherita Tournier, Silvio riceve la prima formazione religiosa nell'ambiente familiare: di profonda pietà la madre; avviati al servizio di Dio il fratello Francesco, più tardi gesuita, e le sorelle Giuseppina e Maria, entrate rispettivamente nelle Congregazioni delle Rosine e delle Visitandine. A Pinerolo, dove visse dal 1792 al 1799, fu educato da un pio e colto sacerdote, d. Manavella. Purtroppo, trasferitosi nel 1806 a Lione, presso il cugino De Rubod, si legò in amicizia con un prete apostata, la cui perniciosa influenza ebbe a costargli il prezioso dono della fede. Nel 1809 la famiglia P. si riunì a Milano e quivi Silvio, divenuto insegnante di francese presso il R. Collegio degli Orfani militari del Regno italico, iniziò la sua carriera letteraria, in fraternità spirituale con il Foscolo. Perduta la cattedra con la caduta del dominio napoleonico, entrò quale precettore dapprima in casa Briche e poi in casa del conte Luigi Porro-Lamberthenghi. Furono questi gli anni migliori della vita di Silvio: amico dei più colti spiriti del tempo, il Foscolo, il Monti, il Borsieri, il Confalonieri, Ermes Visconti, l'abate di Brème, il Romagnosi, ecc., appartenne al movimento romantico e conseguiti vastissima fama con la tragedia Francesca da Rimini, trionfalmente accolta sulle scene del teatro Re la sera del 18 luglio 1815, grazie soprattutto agli ideali patriottici che la pervadevano. Seguirono altre tragedie e composizioni poetiche e la collaborazione al Conciliatore, il noto periodico romantico (1818-19), sorpreso dalla censura austriaca per l'ispirazione liberale che lo informava. Il P. ricevette al riguardo una severa ammonizione dalla polizia e fu minacciato di sfratto dal Lombardo-Veneto se si fosse ulteriormente occupato di politica. Malauguratamente, in quel torno di tempo divenne intrinseco di un musicista forlivese, Piero Maronelli, che lo affilò alla Carboneria, mentre egli a sua volta, guadagnò alla setta il Porro e cercò di farvi aderire anche Giovanni Arrivabene. Un'imprudente lettera del Maronelli al proprio fratello Francesco, nella quale si parlava pressoché apertamente della propaganda carbonaria dei due sodali in Milano, cadde nelle mani della polizia (4 ott. 1820): di qui l'arresto di Piero (6 ott.), di Silvio (13 ott.) e di altri nominati nella fatale missiva. Le costanti negazioni del P. dinanzi all'autorità milanese lo avrebbero salvato da ogni altra misura, oltre l'espulsione dallo Stato, se improvvisamente, a fine d'anno, non fosse giunto da Vienna l'ordine di sospendere il processo dinanzi al tribunale ordinario e di deferire gli imputati alla Commissione speciale che sedeva in Venezia per giudicare le cause politiche, presieduta dal Gardani e nella quale sosteneva la pubblica accusa il famoso giudice trentino Antonio Salvotti.
Caduto nelle mani di un inquirente di tanta abilità, il Maronelli si abbandonò ben presto a una serie di rivelazioni che misero a nudo l'organizzazione della Carboneria nell'Italia settentrionale e centrale, così da originare i processi Rivarola nello Stato pontificio, di Rubiera nel Ducato di Modena e quelli del Ducato di Parma. Il gesuita Rinieri, infor-matissimo storico di questo periodo, ha supposto che il Maroncelli sperasse di guadagnarsi in tal modo l'impunità; il Luzio e il Sandonà hanno potuto invece dimostrare trattarsi di sciagurata debolezza.
Compromesso irrepubblicamente dalle rivelazioni dell'amico, il P. non poté insistere oltre nelle sue proteste di innocenza: in molti interrogatò i successivi (dal 17 apr. al 22 maggio 1821) ammise la propria attività carbonara, ma si la

Piemonte spira, le sue spoglie ebbero pace nel cimitero di Torino.