PELLICO, SILVIO. - Scrittore e patriota, n. a Saluzzo il 25 giugno 1789, m. a Torino il 31 genn. 1854. Secondogenito dei numerosi figli di Onorato P. e di Margherita Tournier, Silvio riceve la prima formazione religiosa nell'ambiente familiare: di profonda pietà
la madre; avviati al servizio di Dio il fratello Francesco, più tardi gesuita, e le sorelle Giuseppina e Maria, entrate rispettivamente nelle Congregazioni delle Rosine e delle Visitandine. A Pinerolo, dove visse dal 1792 al 1799, fu educato da un pio e colto sacerdote, d. Manavella. Purtroppo, trasferitosi nel 1806 a Lione, presso il cugino De Rubod, si legò in amicizia con un prete apostata, la cui perniciosa influenza ebbe a costargli il prezioso dono della fede. Nel 1809 la famiglia P. si riunì a Milano e quivi Silvio, divenuto insegnante di francese presso il R. Collegio degli Orfani militari del Regno italico, iniziò la sua carriera letteraria, in fraternità spirituale con il Foscolo. Perduta la cattedra con la caduta del dominio napoleonico, entrò quale precettore dapprima in casa Briche e poi in casa del conte Luigi Porro-Lambertenghi. Furono questi gli anni migliori della vita di Silvio: amico dei più colti spiriti del tempo, il Foscolo, il Monti, il Borsieri, il Confalonieri, Ermes Visconti, l'abate di Brême, il Romagnosi, ecc., appartenne al movimento romantico e conseguì vastissima fama con la tragedia Francesca da Rimini, trionfalmente accolta sulle scene del teatro Re la sera del 18 luglio 1815, grazie soprattutto agli ideali patriottici che la pervadevano. Seguirono altre tragedie e composizioni poetiche e la collaborazione al Conciliatore, il noto periodico romantico (1818-19), soppresso dalla censura austriaca per l'ispirazione liberale che lo informava. Il P. ricevette al riguardo una severa ammonizione dalla polizia e fu minacciato di sfratto dal Lombardo-Veneto se si fosse ulteriormente occupato di politica. Malauguratamente, in quel torno di tempo divenne intrinseco di un musicista forlivese, Piero Maroncelli, che lo affilò alla Carboneria, mentre egli a sua volta, guadagnò alla setta il Porro e cercò di farvi aderire anche Giovanni Arrivabene. Un'imprudente lettera del Maroncelli al proprio fratello Francesco, nella quale si parlava pressoché apertamente della propaganda carbonara dei due sodali in Milano, cadde nelle mani della polizia (4 ott. 1820): di qui l'arresto di Piero (6 ott.), di Silvio (15 ott.) e di altri nominati nella fatale missiva. Le costanti negazioni del P. dinanzi all'autorità milanese lo avrebbero salvato da ogni altra misura, oltre l'espulsione dallo Stato, se improvvisamente, a fine d'anno, non fosse giunto da Vienna l'ordine di sospendere il processo dinanzi al tribunale ordinario e di deferire gli imputati alla Commissione speciale che sedeva in Venezia per giudicare le cause politiche, presieduta dal Gardani e nella quale sosteneva la pubblica accusa il famoso giudice trentino Antonio Salvotti.
Caduto nelle mani di un inquirente di tanta abilità, il Maroncelli si abbandonò ben presto a una serie di rivelazioni che misero a nudo l'organizzazione della Carboneria nell'Italia settentrionale e centrale, così da originare i processi Rivarola nello Stato pontificio, di Rubiera nel Ducato di Modena e quelli del Ducato di Parma. Il gesuita Rinieri, infor-
matissimo storico di questo periodo, ha supposto che il Maroncelli sperasse di guadagnarsi in tal modo l'impunità; il Luzio e il Sandonà hanno potuto invece dimostrare trattarsi di sciagurata debolezza.
Compromesso irreparabilmente dalle rivelazioni dell'amico, il P. non poté insistere oltre nelle sue proteste di innocenza: in molti interrogatori successivi (dal 17 apr. al 22 maggio 1821) ammise la propria attività carbonara, ma si la-
(per cortesia del dott. B. Degenhart)
PELLICANO - Miniatura d'arte francese (sec. XIV) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. francese 343, f. 40°.

(fot. Enc. Catt.)
La condanna a morte per alto tradimento, pronunciata il 10 ag. dalla Commissione e successivamente confermata dall'Appello e dal Senato di Giustizia di Verona, fu commutata da Francesco I (6 febbr. 1822) in quindici anni di carcere duro nella fortezza dello Spielberg, dove il P. entrò il 10 apr. per uscirne graziato, dopo otto anni di sofferenze, il 1° ag. 1830.
Dal supplizio spielberghiano fiorirono così le immortali pagine delle Mie Prigioni, apparse a stampa in Torino nel nov. 1832, come il consolante ritorno di Silvio alla fede dei suoi anni giovanili. Troppo noto è il libro famoso perché qui vi si insista: scrupolosamente esatto dal punto di vista storico, secondo quanto è stato dimostrato anche sulla base dei documenti ufficiali abburgici, esso è avvivato di rassegnazione cristiana e costituisce veramente, per il suo autore, l'«itinerarium mentis in Deum». Donde le critiche di chi avrebbe preferito trovarvi una violenta requisitoria contro l'Austria e l'aperto incitamento alla rivolta; e l'ammirazione di quanti si avviderò con quanta carità Silvio fosse riuscito a rispettare il vero senza lasciarsi trascinare dal risentimento. Libro di edificazione cristiana, che il governo di Vienna si provò inutilmente a confutare e che non riuscì, come avrebbe voluto, a far condannare dalla Chiesa; ma assicurò al P. una fama mondiale, e di essa Silvio non insuperbì, alieno come s'era fatto, nell'angelica pietà, di ogni gloria mondana.
Liberato nel 1830, sopravvisse, menomato nel fisico dalle angosce del carcere, ancora ventiquattr'anni: da lui trascorsi quasi per intero nella casa torinese dei marchesi Falletti di Barolo, come prezioso collaboratore delle opere di carità della marchesa Giulia. In quest'ultimo periodo della vita scrisse ancora molto: altre tragedie e poesie (Cantiche e Liriche), una biografia della marchesa di Barolo, un romanzo (Raffaella), pubblicato la prima volta nella Civiltà Cattolica: in verità cose mediocri, sulle quali si leva l'aureo libretto dei Doveri degli Uomini.
Piamente spirato, le sue spoglie ebbero pace nel cimitero di Torino.