PÉGUY, CHARLES. - Scrittore, n. a Orléans il
7 genn. 1873, m. in combattimento a Villeroy il
5 sett. 1914. Nel 1894, studente del primo corso
all'Ecole Normale di Parigi, si iscrisse al Partito so-
cialista. L'idealismo di stampo produrà non-
zioche marxista (*De la cité socialiste*, 1897; *Marcel*,
*premier dialogue de la cité harmonieuse*, 1898) e la
schiettezza della sua condotta lo isolarono ben presto
dai politici del Partito, specie dopo l'affare Dreyfus
nel quale s'era vittoriosamente battuto.
Avendo quindi intrapreso una revisione del concetto
e della metodologia della storia allora imperanti sulle
cattedre francesi, sotto il segno di Taine e di Renan, non
tardò ad avvedersi come quello sterile e ristretto determi-
nismo, comune e all'individualismo capitalistico dei radi-
cali e alla lotta di classe dei dirigenti socialisti, avesse
scavato una paurosa frattura nella storia della Francia
cristiana e comunitaria.
Di qui, la determinazione di dedicarsi alla impresa
editoriale che d'avrò trionfare grazie alla sola forza rivo-
luzionaria della verità e rifiò così il pubblico francese.
Il 5 genn. 1900 esce da una redazione di fortuna il primo
dei *Cahiers de la quinzaine*, che proseguiranno, con la
medesima dimessa e suggestiva sprezzatura, sino alla
morte di P. Collaborano ad essi J. Lotte, H. Ghéon,
R. Rolland, L. Gillet, C. Sorel, J. Benda, i Tharaud;
ma l'animatore e l'autore fondamentale è sempre P. che
ne fa quasi un commovente carteggio personale con i
suoi lettori. Nella sua istintiva fedeltà al reale, non tarda
a scoprire la fonte degli eventi storici nel conflitto tra il
peso della terrena miseria e l'insopprimibile anelito del-
l'uomo alla libertà. La cortemporanea lezione di Bergson
lo eccita all'approfondimento dialettico; ma, in quella,
miseria e libertà gli si rivelano eredità della caduta e
misteriosa filiazione da Dio stesso agli uomini.
Ciò che per il filosofo restava pura passione intellet-
tuale, per P. diventa ora angoscioso dilemma. La città
non si salva con le sole forze umane, confessa nel 1902
(*Jean Coste*): l'infermità del peccato le danna. Quest'in-
quietudine lo arrovella, finché nel sett. 1908, durante
una malattia, cade repentinamente alla certezza della
Grazia. Da quella data P. affida la sorte propria e dei
*Cahiers* alla Vergine; *Clio* (1909), *L'Argent* (1913) e i
grandiosi arazzi lirici *Le mystère de la charité de Jeanne*
d'Arc, 1910; *Le Porche du mystère de la deuxième vertu*,
*Le mystère des Saints Innocents*, 1912; *La tapisserie*
de *St Geneviève et de St Jeanne d'Arc*, 1913; *La tapis-
serie di Notre-Dame*, 1913; *Eve*, 1913, sono le espressioni
più eloquenti di questa confessione di fede cattolica, che
chiede di supplire al difetto dei Sacramenti con l'esercizio
eroico della carità.
La fedeltà delle pagine al grande e ricorrente respiro
della preghiera sradica spirito e cose dall'indifferenza
abituale in cui l'abitudine le immobilizza, inserendole nel-
l'ordine vivo del creato. La poesia, essa stessa, diventa
atto d'amore: strumento di testimonianza, d'imtazione
del Creatore, dove prende forma il legame misterioso tra
il carnale e lo spirituale. Le sue migliaia di quartine, pochi
motivi delle quali sostengono la vasta armatura, rappresen-
tano lo sforzo ostinato e felice d'un poeta che ha tentato,
mediante la monotonia stessa del suo discorso lirico,
d'aver ingresso in una durata intemporale, e di condurvi
con sé il proprio ascoltatore.