PERSEVERANZA. - La virtù che dispone l'uomo a continuare nel bene, secondo i dettami della ragione, nonostante il prolungarsi delle nostre leggi e difficoltà (Sum. Theol., 2a-2a, q. 128, a. 1). Il sapere resistere in una o poche difficoltà è facile a molti; il lottare a lungo fino al loro superamento costituisce una particolare virtù. Sotto questo aspetto alcune volte p. si riferisce alla sola disposizione della volontà; altre volte alla effettiva esecuzione. Inoltre può riguardare o i singoli oggetti buoni o tuttavia.
La p. è tanto più degna di lode, quanto più diuturna è la sofferenza delle difficoltà. La S. Scrittura esorta alla p., unendola alla pazienza come condizione per giungere al premio (cf. Eccli. 5, 12; Mt. 10, 22; 24, 13; Lc. 21, 19; Hebr. 3, 6; 10, 36; Iac. 5, 11; Apoc. 2, 10), e condanna chi, iniziata un'opera buona, recede (Lc. 9, 62). Ma come virtù soprannaturale, che dispone l'anima a continuare nel bene meritevole di premio divino, esige la Grazia, almeno abituale (Sum Theol., 2a-2a, q. 137, a. 4).
Vizi opposti. - Alla p. si oppongono: per difetto la mollezza, per eccesso la pertinacia; la prima crea un eccessivo timore delle difficoltà, facendo recedere dai buoni propositi per il tedio e difficoltà relativi; la seconda spinge il proposito, inizialmente buono, oltre la ragionevolezza, senza recedere dinanzi all'evidenza della verità contraria o alla manifesta inutilità dell'opera per solo puntiglio: «Con- tinuare nel bene è virtù, ostinarsi nel falso o irragionevole è vizio» (loc. cit., q. 138, aa. 1-2).