PERSEVERANZA FINALE. - Indica la continuazione del giusto (ossia di colui che è già in stato di Grazia santificante ed è ormai ornato delle virtù infuse) nel bene fino alla morte; non solo il potere continuare, cosa per cui tutti hanno la Grazia sufficiente, e neanche il solo volere continuare, ma il continuare effettivo.
È dunque un caso speciale di perseveranza nel bene (v. GRAZIA) che include necessariamente e simultaneamente due elementi: a) elemento attivo: il continuare effettivo, attuale o abituale, nel fare il bene, a partire da un certo momento senza l'interruzione di nessun peccato mortale. b) Elemento passivo, formale, ossia determinante: l'interruzione per morte della predetta continuità nel bene per cui si realizza nel soggetto la coincidenza tra il momento della morte e lo stato di Grazia santificante. È la buona morte. Per il bambino battezzato che muore prima dell'uso della ragione, più che di p. f. si deve parlare semplicemente di morte in stato di Grazia.
Invece il predetto concetto di p. f. si può pienamente applicare all'adulto in stato di Grazia, i cui atti moralmente responsabili vengono interrotti definitivamente già prima della morte da uno stato di irresponsabilità morale di senno o malattia.
Considerata nel suo elemento attivo l'analisi del concetto di p. f. incontra tutti i problemi sulla necessità e la natura della Grazia che pone l'azione soprannaturale e la sua continuità nell'uomo già ornato di Grazia santificante. PAGANESIMO (v.) PELAGIO E PELAGIANESIMO (v.) fu merito di s. Agostino (in ispecie nel De praedestinatione sanctorum e nel De dono perseverantiae) l'aver fortemente dimostrato la necessità assoluta e la gratuità della Grazia di Dio in genere e del suo aiuto anche quotidiano per tutti, non esclusi coloro che sono già giustificati, per la perseveranza nel bene (v. anche Indiculus, Denz-U, n. 132; Arausicano II, ibid., n. 183). La teologia postridentina analizzò più accuratamente la natura di questo aiuto: l'uomo, già ornato della Grazia santificante, per compiere ancora effettivamente ogni e singolo atto soprannaturale ha inoltre bisogno di un aiuto efficace della Grazia attuale che, nella logica del sistema di S. Tommaso (Sum. Theol., 1a-2a, q. 109, a. 9) è necessariamente Grazia aiutante e eccitante, ossia un aiuto intrinsecamente soprannaturale e quindi speciale in quanto si distingue dal concorso generale naturale. Inoltre quando il giusto, già ornato di Grazia santificante e aiutato dalle Grazie attuali efficaci, pratica con continuità il bene soprannaturale ed evita così effettivamente il peccato mortale per un tempo notevolmente lungo della vita, è oggetto di una speciale provvidenza divina. Questa si manifesta in un insieme di Grazie interne ed esterne a suo favore per cui, nonostante le difficoltà delle tentazioni e la propria debolezza, non perfettamente sanata dalla Grazia abituale e dalle mozioni attuali anche efficaci, egli persevera effettivamente nel bene anche per lungo tempo. Questa speciale provvidenza è tanto maggiore quanto più lunga sarà la perseveranza del giusto nel bene (v. anche in questo senso il Concilio Tridentino: Denz-U, 832, e diversi passi della S. Scrittura, p. es., Phil. 1, 3-6; I Cor. 10, 12 sq; Io. 17, 11-16; Eph. 6, 10-18; Heb. 10, 32 sq; I Pt. 5, 8 sq; tentazione»).
Ma la p. f. prende tutto il suo vero aspetto di Grazia specialissima, «il grande dono della p. f.», come dice il Concilio Tridentino (Denz-U, n. 826), dopo s. Agostino, quando la si considera nel suo elemento determinante, ossia passivo. Dalla coincidenza del momento della morte con lo stato di Grazia dipende tutta la salvezza (cf. Mt. 10, 22). Ora questa coincidenza non può in nessun modo essere causata dall'uomo stesso, sia pur giusto e aiutato dalle mozioni attuali efficaci ordinarie: sia perché egli non può scegliere il momento della morte, sia perché non può fissare irremovibilmente la sua volontà nel bene, essendo questa sempre mutabile fino all'ultimo istante della vita. È invece sempre il frutto di una specialissima provvidenza di Dio per l'intenzione efficace che egli ha di dare la gloria celeste a chi ne è l'oggetto. Quindi è che non tutti i giusti ne sono l'oggetto, ma solo i predestinati. Dio raggiunge il suo fine in modi diversi secondo i casi: p. es., anticipando il momento della morte (cf. Sap. 4, 11), oppure ritardandolo, o non permettendo le tentazioni, o, permettendole, dando la forza efficace per superarle, o rialzando il peccatore caduto, in modo che l'ultima volontà del predestinato non sia peccaminosa, ma in stato di Grazia.
Così la Grazia della p. f., nei casi in cui nel suo elemento attivo comprende anche una notevole durata di continuità nel bene prima della morte, consta come di due serie di Grazie speciali ottenute per speciale intervento della provvidenza di Dio: primo, affinché chi ne è l'oggetto continui per una notevole durata di tempo nel fare il bene senza interruzione di peccato mortale; secondo, affinché la fine di questa serie di atti meritevoli coincida con la morte. Negli altri casi il carattere di Grazia specialissima della p. f. sta tutto nel suo elemento passivo.
La p. f. non coincide formalmente col concetto di
confermazione nello stato di Grazia, data solo, come si crede, ad alcuni santi (p. es., Apostoli) a partire da un certo momento della loro vita, e alla quale in sé e per sé spetta solo la continuazione attiva e ininterrotta nel bene senza peccato mortale. Le difficoltà che solleva la questione delle relazioni tra p. f. e libero arbitrio vanno risolte nel quadro generale delle relazioni tra Grazia efficace e libero arbitrio.
La Grazia della p. f. qui descritta non può essere oggetto di merito (v.) propriamente detto (de condigno: V. SUMERI. Theol., 1a-2a, q. 114, a. 9), perché il principio del merito, la mozione divina come p. f., non può essere oggetto di merito, diversamente una stessa cosa, sotto lo stesso aspetto, sarebbe simultaneamente causa ed effetto. Perciò la p. f. dipende solo dalla mozione divina che è principio di ogni merito e Dio la dà gratuitamente a chiunque la dà (v. PREDESTINAZIONE). Però la si può ottenere con la preghiera, perché: «pregando noi im- petriamo quello che non meritiamo» (Sum. Theol., loc. cit., ad 1).
Contro i calvinisti il Concilio di Trento determinò esplicitamente: «Se qualcuno, fuori del caso in cui egli lo abbia conosciuto per speciale rivelazione divina, dice con assoluta e infallibile certezza che egli avrà certamente quel grande dono della p. f., sia anatema» (Denz-U, n. 826). Dunque: «Nessuno deve ripromettersi alcunché con assoluta certezza, sebbene tutti debbano riporre una fermissima speranza nell'aiuto divino. Dio, infatti, se l'uomo per primo non vien meno alla Grazia, condurrà a bene l'opera da lui stesso cominciata, operando nel- l'uomo e il volere e il fare» (Phil. 2, 13; Denz-U, n. 806). Questo misto d'incertezza e di fiducia, pedagogicamente, è per noi benefico. Chi PRIVAZIONE (v.) che sembrano promettere la p. f. a chi compie alcune prie pratiche (p. es., lo scapolare del Carmine, i nove primi venerdì del mese) è tenuto, comunque, a interpretare a norma del dogma, dunque nel senso di una fondata fiducia che la misericordia di Dio darà la Grazia della p. f. a chi compie tali pratiche con le debite disposizioni.