TENTAZIONE

TENTAZIONE. - Significa in genere un esperimento, con parole o fatti, per conoscere le virtù o i difetti di una cosa o di una persona. In sé considerata, è divisa dai moralisti secondo le virtù alle quali si oppone. Secondo il fine e l'intenzione di chi la esercita, si distingue in t. di prova e t. di seduzione.

I. T. Di Dio. - Si ha quando l'uomo vuole mettere alla prova Dio e consiste in un detto o fatto con il quale, senza sufficiente ragione, si sperimenta se Dio esiste, o se possiede ed esercita una perfezione. Ha origine da mancanza di fede, da dubbio o da presunzione. Essendo una irriverenza verso Dio, è un peccato per religione (v.), benché si opponga, per il motivo, fede (v.), della prudenza e della carità verso sé e gli altri. È esplicita se espressamente si sperimenta l'esistenza di Dio o un suo attributo, come il chiedergli un miracolo a conferma della sua potenza. È implicita, quando si compie un'azione o si trascurata qualche cosa, sperando in un intervento divino straordinario. Tali erano i giudizi di Dio (ordalie) ed i duelli medievali. L'esplicita è sempre peccato mortale. Diventa leggero solo per l'imperfazione dell'atto. Quella implicita è peccato mortale, ma ammette parvità di materia. L'ignoranza e l'inavvertenza rendono meno grave questo peccato.

II. La T. DELL'UOMO. - È una sollecitazione al male che può essere grave o leggera, riguardo all'oggetto e all'intensità; interna o esterna, secondo la causa. Se viene dal di fuori la t., perché sia efficiente, deve agire sulla immaginazione e sull'appetito sensitivo del soggetto.

Dio, bontà somma, non può sollecitare al male: quando uno è tentato, non dica: è Dio che mi tenta, perché Dio non può essere tentato di male ed egli stesso non tenta nessuno (Iac. 1, 13), ma, nella infinita sapienza, la permette, dando la Grazia per superarla (I Cor. 10, 13). Vere cause, che spesso agiscono insieme, rendendo più efficace la t., sono: il demonio, il mondo, la concupiscenza. Non tutte le vengono direttamente dal demonio, egli però ne è spesso l'autore e la S. Scrittura lo chiama il tentatore per eccellenza (I Thess. 3, 5; Mt. 4, 3). Le t. diaboliche si esplicano per lo più nell'interno dell'uomo. Il diavolo ha un potere limitato, secondo il permesso divino, né può determinare al peccato la volontà libera. Agisce sull'intelletto e sulla volontà attraverso le facoltà sensibili, suscitando nei sensi, e specialmente nell'immaginazione, rappresentazioni che eccitano le passioni. Turba l'animo con sentimenti di ribellione a Dio, di disperazione, di odio, di vendetta, ecc., ed utilizza gli incitamenti cattivi del mondo e della natura decaduta.

Benché tutte le cose siano buone, tuttavia possono essere causa di peccato, in quanto allettano le passioni dell'uomo, il quale, deflettendo dal retto ordine, appetisce tali beni contro la legge morale. Il termine mondo però, come vera causa di t., designa nella S. Scrittura (Io. 15, 18-19; 16, 8. 33; 17, 9-16, ecc.) gli uomini che vivono lontani da Dio e con esempi, dottrine e consigli perversi, spingono gli altri al male.

Delle t. la causa precipua, per la quale hanno efficacia le altre, è la concupiscenza, chiamata fomite di peccato, perché ha origine dal peccato e ad esso inclina (Conc. trid., sess. V, can. 5). Consiste nello squilibrio tra parte inferiore e superiore, in quanto l'appetito sensitivo tende all'oggetto proibito, prevenendo o opponendosi

al giudizio della ragione. Per la stretta unione quindi tra le facoltà sensitive e spirituali, la volontà è ritardata nel conseguimento del bene ed è spinta al male. La volontà, potenza spirituale, solo indirettamente è mossa dalle passioni dell'appetito sensitivo. Se infatti una potenza è intensamente applicata all'atto, le altre sono indebolite o impedite. Perciò, intensificandosi i movimenti dell'appetito sensitivo, sono indeboliti o impediti quelli della volontà. Inoltre il retto giudizio della ragione è ostacolato dall'attività disordinata della fantasia, la quale si rappresenta vivamente le attrattive dell'oggetto, che allatta i sensi. Per tali rappresentazioni seducenti, l'intelletto è portato a considerare l'aspetto buono dell'oggetto proibito e, recedendo dalla considerazione della legge, lo approva e lo presenta alla volontà, la quale acconsente e si determina ad appetirlo.

Principi morali. - Non è peccato sentire la t., ma acconsentirvi. Nello sviluppo della t. vanno distinte tre fasi: la suggestione, il diletto e il consenso, benché spesso ciò sia difficile per l'intimo processo psicologico. Solo nel consenso si ha il peccato, il quale consiste nell'atto libero della volontà di adesione al male. Orbene la suggestione e il diletto possono essere indipendenti dalla volontà. La suggestione infatti è la semplice presentazione del male, fatta dalla immaginazione e dall'intelletto alla volontà; la dilettazione e la commozione sensibile, che naturalmente ne seguono, non sono deliberate, poiché l'appetito sensitivo necessariamente tende al suo oggetto e, posseduto, se ne diletta. Se la volontà non disapprova, ma si compiace, incomincia l'adesione volontaria, che è consumata con il consenso e si ha il peccato interno, di pensiero, mortale o veniale, secondo la materia. Al pensiero si aggiunge il desiderio, dal quale si passa all'esecuzione, peccato di opera.

Quanto più veemente è la passione non volontaria, tanto più diminuisce la responsabilità. Se raggiunge tale intensità, da togliere l'uso della ragione, distrugge l'atto volontario. La volontà, cedendo alla t., si indebolisce e in seguito più facilmente cade, perché, con la ripetizione degli atti cattivi, se ne acquistano gli abiti, detti vizi.

Ogni uomo, per quanto perfetto, ha t., secondo le circostanze, il temperamento, il carattere, l'educazione, l'ambiente e i disegni divini. Benché moleste e gravi, le t. possono essere utili all'anima, come mezzo di mortificazione, di purificazione e di progresso spirituale, procurando l'esercizio delle virtù e l'acquisto dei meriti.

Prima che sorga la t., l'uomo deve vigilare per evitare le occasioni e pregare con fiducia ed umiltà (Mt. 26, 41; Pt. 5, 8). Non è lecito temerariamente, senza giusta causa, provocare o esporsi alla t., che è un pericolo di peccato. Se l'uomo, pur potendola evitare, pone un'azione, che prevede essergli fonte di t., ne è colpevole in causa, secondo la previsione. Durante la t. non è lecito conservarsi passivamente. Benché la suggestione involontaria e il susseguente diletto naturale non siano peccato, tuttavia sono pericolosi, perché la volontà si trova ad essere sollecitata al male. Perciò, per non esporsi al pericolo di acconsentire, si deve, fin dall'inizio, respingere la t. prontamente. Occorre resistere con atti contrari, ma se questi rafforzano la t., è sufficiente la resistenza indiretta, l'uso cioè dei mezzi più opportuni a superarla.

BIBL.: S. Tommaso, Sum. Theol., 1, q. 114; 1-2", qq. 75-80; 2-2", q. 97; J. Castillon, Comment résister aux tentations?, in Nuovo. rev. théol., 51 (1924), pp. 525-34; S. Francesco di Sales, La Filotea, Torino 1926, parte 4, capp. 3-10; A. Tanqueray, Compendio di teol. ascet. e mist., 4, ed., Roma 1927, parte 2, I, cap. 5; A. Rodriguez, Écrire, di perfez. e di virtù crist., Torino 1932, parte 2, tr. IV; St. Carton de Wiart, Tract. de peccatis et vitiis, Malines 1932, p. 102; S. P.