PETRARCA, FRANCESCO

PETRARCA, FRANCESCO. -

I. LA VITA

Nacque in Arezzo il 20 luglio 1304 da ser Petraccolo di ser Parenzo ed Eletta Canigiani. Vecchia famiglia fiorentina la sua, con salde tradizioni di cultura: notari il padre, il nonno, il bisavolo; ma ridotta in condizioni disagiate dall'esilio di ser Petraccolo, che i Neri vittoriosi cacciarono da Firenze il 20 ott. 1302, nove mesi dopo la condanna di Dante.

Insieme con il fratello minore Gherardo, il P. studiò in Provenza, dove il padre s'era trasferito: prima a Carpentras, poi a Montpellier; venne però a perfezionarsi a Bologna, dove continuò lo studio delle leggi in ossequio alla volontà del padre. Nel 1326, richiamati ad Avignone dalla morte di ser Petraccolo, i due fratelli sono liberi di disporre della loro vita. Il P. abbandona gli studi giuridici per quelli letterari; abbraccia lo stato

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(da Quarterly of Depart. of Antiquities in Palestine, 7 [1938], rev. 10) PETRA - Tombe reali.
ecclesiastico, limitandosi peraltro a ricevere gli Ordini minori, che lo posero, attraverso il godimento di qualche beneficio, al riparo delle angustie economiche; si fa notare ad Avignone per l'ingegno, la cultura, la vita elegante e raffinata. Tra i personaggi cospicui che lo desideravano come familiare preferì il card. Giovanni Colonna, presso il quale rimase a lungo « non come sotto un padrone, ma piuttosto come sotto un padre, o meglio ancora un fratello affezionatissimo ». Stringeva intanto quelle numerose amicizie che gli permisero d'essere maestro ad una

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(per cortesia del dott. B. Degenhart) PETRARCA, FRANCESCO - RITRATO. Ministra del sec. XV, dal cod. Vat. lat. 3198, f. 1°, contenente nella prima parte opere del P., con la vita scritta da Leonardo Bruni arctino - Biblioteca Vaticana.

vasta scuola d'ingegni legati dalla comunanza d'interessi culturali. Decisivo questo periodo provenzale per la definitiva formazione del P. Anzitutto per l'esperienza amorosa: il 6 apr. 1327 incontrò Laura nella chiesa di S. Chiara ad Avignone e s'accese di quell'amore che doveva rimanere l'unico della sua vita. L'onestà della donna ne illanguidi presto gli ardori, ed a poco a poco quell'amore si spense; ma vivissimo n'ebbe sempre il ricordo ed il rimpianto; anzi, in esso finì col riflettere, per il lungo vagheggiamento, l'intera sua vita spirituale. Allora il P. poté aver care altre donne; non amarle, però. Non meno importanti le esperienze culturali ed artistiche: rende vasta la propria cultura, sia con lo studio infaticabile sui libri che gli forniva abbondanti l'ambiente avignonese, sia con frequenti viaggi. Tra parecchi minori, due importanti, l'uno e l'altro di istruzione: il primo lo porta nel '33 a Parigi, nelle Fiandre, nella Germania meridionale; il secondo, nel '37, in Italia. Ed alla cultura, di continuo accresciuta e perfezionata, s'accompagna un'attività letteraria, in volgare ed in latino, attraverso la quale conquista, a poco a poco, quella maturità artistica che può considerarsi raggiunta dopo i trent'anni, come testimoniano gli scritti della seconda metà della sua vita, i soli, fatte poche eccezioni, ch'egli lasciò giungere fino a noi. Anno di gran peso il 1337: la visita a Roma, fondamentale per il P. umanista, la nascita del figlio Giovanni, la residenza nella dolcissima solitudine di Valchiusa. Il 1341 inaugura un terzo periodo della vita del P.: quello delle residenze alternate in Italia ed in Provenza. Dette occasione alla prima residenza in Italia il viaggio intrapreso dal P. per ricevere in Roma, sul Campidoglio, la corona di alloro, meritatagli dalla sua fama di poeta e di letterato dottissimo (8 apr. 1341). Per quasi un anno accettò l'ospitalità di Azzo da Correggio, signore di Parma, e qui conobbe e predilesse l'appartata dimora di Selvapiana, il suo Elicona cisalpino. Poi di nuovo in Provenza, in un biennio densissimo ed importante: la nascita di Francesca, seconda figlia naturale, l'ingresso fra i Certosini del fratello Gherardo, i segni di una crisi spirituale che induce il P. a meditare sulla vanità delle passioni alle quali da lunghi anni obbediva. Senza, tuttavia, che nella sua vita possa riconoscersi un orientamento decisamente nuovo. Varcò di nuovo le Alpi nel sett. 1343 come ambasciatore del Pontefice alla corte di Napoli; e di nuovo ed a lungo stette a Parma. Ma per l'assedio posto dai Visconti, il P. l'abbandonò nel febr. '45 con una fuga drammatica e pericolosa. Sul

finire dello stesso anno torna nella diletta Valchiusa, e vi rimane tranquillo ed operoso per quasi due anni. Nel '47 saluta con entusiasmo la nuova che il popolo romano era insorto contro i nobili ed aveva eletto tribuno Cola di Rienzo, e presto coglie l'occasione di tornare in Italia; ma da Roma gli giungono informazioni che dipingono Cola diverso da quello ch'egli aveva sperato. Si reca allora a Parma, dove possedeva un beneficio, e dal '48 tiene l'ufficio di arcidiacono; ma spesso viaggia: a Verona, a Mantova, a Roma, a Padova, dove ebbe un canonicato. Nel '48, a Parma, la notizia della morte di Laura, avvenuta il 6 apr., è nuovo invito a meditare sulla vanità delle cose mondane. Nel '51 volle rivedere Valchiusa, alla quale lo legavano i più dolci ricordi, ma non vi stette a lungo. Nel '53, lasciata definitivamente la Provenza, il P. accetta l'invito del card. Giovanni Visconti e si stabilisce a Milano, prima in una casetta vicino a S. Ambrogio, poi nel monastero di S. Simpliciano fuori delle mura. Da Giovanni e poi da Bernabò e Galeazzo il P. ebbe più volte incarichi solenni come segretario e come oratore: trattò con Genova, con Venezia, con i Novaresi, con l'imperatore Carlo IV, con il ribelle Iacopo Bussolari, col Re di Francia; mai però volle accettare un ufficio ben determinato, geloso com'era della propria libertà. A Milano il P. rimase ben nove anni; l'abbandonò nel '61 per fuggire una pestilenza, e, su invito di Francesco da Carrara, si rifugiò a Padova, dove ebbe quasi subito la notizia della morte del figlio Giovanni. Il dilagare della pestilenza lo costrinse a muoversi presto. Andò allora a Venezia e vi rimase cinque anni, onorato dal governo della Repubblica, confortato dalla presenza della figlia Francesca, che aveva sposato Francescuolo da Brossano. Dopo brevi residenze a Pavia e Padova, scelse come dimora per gli ultimi suoi anni una piccola villetta ad Arquà, sui colli Euganei. Anche qui, come un tempo a Valchiusa e a Selvapiana, poté vivere come preferiva: « pienamente tranquillo di animo, lungi dai tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo continuamente e scrivendo ». Ma la sua salute era molto scossa: dal '69 le febbre terzane, nel '70 una sincope gravissima dalla quale non poté del tutto rimettersi. La mattina del 19 luglio 1374 i familiari lo trovarono morto.

II. LE OPERE

1. In versi

a) Rerum Vulgarum Fragmenta. Questo il titolo voluto dal P.; ma la raccolta è comunemente designata con il titolo di « Canzoniere » o con quello di « Rime Sparse », d'esunto dal primo verso (« Voi ch'ascilitate in rime sparse il suono »). Sin dal 1336 il P. cominciò a lavorare intorno a una raccolta di sue rime scelte; e continuò a lavorarvi saltuariamente per tutta la vita, sempre accrescendo il numero dei componimenti e modificando l'ordinamento generale della raccolta. Complessivamente è possibile riconoscere nove stadi differenti, l'ultimo dei quali è stato conservato dal cod. Vat. lat. 3195, trascritto parte da Giovanni Malpaghini, parte dal P. stesso. In questo stadio, che è quello riprodotto in tutte le edizioni moderne, la raccolta è divisa in due parti, e comprende 366 componimenti (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 madrigali), i più antichi del 1330 ca., i più recenti degli ultimi anni del poeta. Nelle raccolte pre-petrarchesche si usava ordinare le rime separando i sonetti dalle canzoni; il P. volle invece adottare un criterio-base cronologico, discostandosene, tuttavia, quando gli parve necessario per conservare quel carattere organico ch'egli volle impresso in ogni sua opera. b) Triumphi: è un poemetto, anch'esso in volgare, in sei parti (Triumphus Cupidinis, Pudicitie, Mortis, Fame, Temporis, Eternitatis), al quale il P. non poté dare l'assetto definitivo. I manoscritti conservano le tracce della complessa elaborazione dell'opera, testimoniando più redazioni, tra le quali è difficile orientarsi per costituire un testo che rifletta la volontà ultima del P. Il poemetto è in terzine in forma di visione, secondo uno schema che lo collega alla « Commedia » dantesca. Non si sa ancora con certezza quando il P. ne abbia iniziata la composizione; ma si sa che vi lavorò per 20 e forse 30 anni, più volte modificando, e che ancora vi lavorava pochi mesi prima di morire. c) Non tutte le rime scritte dal P. trovarono posto,

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PETRARCA, FRANCESCO - La nota autografa del P. su Laura nel Virgilio detto del P. - Milano, Biblioteca Ambrosiana.
(per cortesia di mano, G. Galbatti)
come è ben noto, nel « Canzoniere ». Ammiratori del poeta ne hanno conservate le cosiddette extravaganti. d) Africa: come i Trionfi, anche questo poema rimase incompiuto e venne pubblicato postumo da Pier Paolo Vergerio. Consta di nove libri, alcuni però assai lacunosi, in esametri, ed ha per argomento l'impresa di Scipione in Africa. Il poema, in latino, iniziato nel '38 o nel '39, fu condotto molto innanzi prima della morte di Roberto d'Angiò (1343), al quale doveva essere dedicato. In seguito il P. vi lavorò a più riprese, con aggiunte e modificazioni, ma non lo terminò, nonostante le insistenze degli amici e la grande aspettazione. e) Epystole metrice: sin dal '50 il P. pensò ad una raccolta di carmi da dedicare a Marco Barbato da Sulmona; e molto vi lavorò con molteplici rimaneggiamenti protratti per vari anni. Ma la raccolta non ebbe completo dal P. l'assetto definitivo. Comprende 66 epistole latine in esametri, in tre libri, secondo un ordine-base cronologico. Però con l'epistola III, 12, ogni regola cessa per le 22 epistole rimanenti, evidentemente unite alla rinfusa. Tolti i versi per la morte della madre, le epistole appartengono tutte al ventennio 1333-54. f) Bucolicum Carmen: sono 12 egloghe in latino, raccolte in trascrizione definitiva dal P. stesso (cod. Vat. lat. 3358). Tale genere di componimenti celava sempre, come voleva la tradizione, un significato allegorico; così anche per queste egloghe petrarchesche, ma oggi non si è sempre in grado di veder chiaro sotto la finzione pastorale. g) Poche poesie latine che non trovarono posto nelle raccolte iniziate o condotte a termine dal P. sono state conservate dai suoi ammiratori.

2. In prosa

a) Secretum meum: il sottotitolo De secreto conflictu curarum mearum libri tres chiarisce il contenuto dell'opera che ha carattere autobiografico. È un'indagine introspettiva con riferimento al problema morale e religioso, che il P. destinò unicamente a se stesso e non divulgò. L'opera, fu composta tra l'autunno del '42 e l'inverno del '43. b) De vita solitaria: è un trattato in due libri dedicato a Filippo di Cabassole, vescovo di Cavaillon. Fu scritto nel 1346, ma ebbe ritocchi ed ampliamenti assai più tardi e la pubblicazione fu ritardata di un ventennio. Il primo libro è dedicato ad illustrare i vantaggi di una vita lontana dalle ansie e dai disagi di chi partecipa alle ambizioni ed alle contese mondane, il secondo reca esempi di illustri personaggi che sperimentarono la vita in solitudine. c) De otio religiosorum: è un trattato in due libri, composto nel 1347 e dedicato ai Certosini di Montrieux. Vi è ripreso il tema dell'opera precedente, ma con particolare riferimento al carattere della vita contemplativa dei religiosi. d) Psalmi penitentiales: sette preghiere costituite di versetti in prosa. La composizione è certo anteriore al 1347. e) Itinerarium breve de Ianua usque ad Ierusalem et Terram Sanctam: breve guida dei paesi che avrebbe dovuto attraversare Giovanni di Mandello per recarsi in Terra Santa. È del 1358. f) De viris illustribus: grande opera storica rimasta incompiuta. Dalle ricerche di G. Martellotti (v. Linee di sviluppo dell'umanesimo petrarchesco, in Studi Petrarcheschi, 2 [1949], pp. 51-80) sembra accertato che il P. concepì l'opera come una serie di biografie da Romolo a Tito, e che in un secondo tempo ampliò molto il disegno rifacendosi da Adamo. Del primo disegno restano 23 biografie; del secondo 12. Francesco da Carrara, cui

l'opera era dedicata, chiese al P. un compendio, ma anche questo riunì soltanto le prime 14 biografie. Pure incompiuta e tarda è l'amplissima biografia di Cesare (De gestis Cesaris), probabilmente non destinata ad entrare nel De viris. g) Rerum memorandarum libri: altra opera storica di vastissimo disegno; ed anche questa incompiuta. Il P. s'era proposto di raccogliere esempi di virtù cardinali, ma arrivò a preparare appena la brutta copia di una breve parte dell'opera: i primi quattro libri, che furono composti tra il dic. 1343 ed il febbr. 1345, quando il P. fuggì da Parma assediata. h) De remediis utringae fortune: vasto manuale scritto per chiunque volesse ben comportarsi in ogni caso di prospera od avversa fortuna. L'opera è dedicata ad Azzo da Correggio e divisa in due parti, rispettivamente di 122 e 132 dinoghi tra Ragione, Gaudio, Speranza e tra Ragione, Dolore, Timore. Questa enciclopedia morale offre per ogni circostanza della vita l'esempio di un grande uomo del passato, e perciò invita ad adeguare l'esistenza all'ideale classico. Si crede, in base ad una testimonianza del Boccaccio, che l'opera sia stata pubblicata alla fine del 1366. i) Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis: questo il titolo esatto della breve opera, conosciuta per lungo tempo con il titolo erronico di Invectiva contra quendam Gallum innominatum sed in dignitate positum. Il nemico personale contro il quale il P. violentemente si sfoga è il card. Giovanni di Caraman. L'invectiva fu composta nel periodo della dimora presso i Visconti, tra il 1354 e il 1359. l) Invectiva contra medicum: opera in quattro libri di violenta polemica contro un medico, non identificato, del papa Clemente VI. Più che per lo sfogo del personale risentimento l'opera interessa per la difesa della poesia contro la scienza e le attività pratiche. Il primo libro (in origine una lettera con la quale il P. rispose ad uno scritto del medico) fu composto nel '52; una replica del medico provocò un'altra lunga risposta del P. (libri II-IV) composta nel '53. m) De sui ipsius et multorum ignorantia: in questo opuscolo, dedicato a Donato degli Albanzani, il P. ribadisce la sua avversione per ogni scienza che non aderisca strettamente al problema morale e reagisce contro l'ossequio cieco ed eccessivo ad Aristotele. Dettero occasione all'opuscolo quattro averroisti veneziani che avevano definito il P. buon uomo, ma ignorante. Compiuto nel 1367, il De ignorantia ebbe poi parecchi ritocchi testimoniati dai due autografi che ci restano: Vat. lat. 3359 e Hamilt. 493. n) Epystola contra eum qui maledixit Italie: il P. sostenne, in una lettera ad Urbano V, l'opportunità di riportare la sede della Chiesa a Roma. Rispose il frate Giovanni di Hesdin interpretando il pensiero di coloro che ritenevano preferibile la residenza ad Avignone. Replicò il P. con questa lettera, composta nel 1373 ed indirizzata ad Uguccione da Tiene, nella quale egli esalta Roma e la superiorità dei Latini. Sin dal '500 è stato attribuito alla lettera l'erroneo titolo di Apologia contra cuiusdam Galli calumnias. o) Rerum familiarium libri: raccolta di 350 lettere, scritte lungo un quarantennio. L'idea di tale raccolta sorse nel P. sin dal 1349, ma l'assetto definitivo si ebbe soltanto nel 1366. Il P. dedicò la raccolta all'amico Ludovico di Campania. p) Rerum senilium libri: raccolta di lettere in 17 libri, dedicata a Francesco Nelli. Comprende ca. 125 epistole, scritte tra il 1361 e il 1374. La morte impedì al P. di dare

alle Senili l'assetto definitivo che non mancò alle Familiari. q) Liber sine nomine: raccolta di 19 epistole di contenuto politico-religioso e di asperrima critica contro la curia avignonese. Rendendo pubbliche le lettere nelle quali si dicevano apertamente verità sgradevoli per molti, il P. volle proteggere i destinatari togliendo i loro nomi. r) Una settantina di lettere che non trovarono posto nelle raccolte preparate dal P. ci sono state conservate dai suoi ammiratori. Sono le cosiddette Varie. s) Incompiuta è l'epistola Posteritati, nella quale il P. illustra la propria vita fino al 1351; probabilmente fu scritta nel 1371-72, ma c'è chi la ritiene anteriore di venti anni.

III. LA PERSONALITÀ

Le liriche del « Canzoniere » sono quasi tutte di soggetto amoroso; ma il P. esprime, sotto le parole della tristezza d'amore, quella più vasta tristezza che costituisce il segreto della sua personalità. Il che è in perfetto accordo con quella tradizione letteraria, particolarmente degli stilnovisti, che consigliava di ridurre all'amore e alla donna il significato d'ogni altra esperienza. Filosofo non fu; ed uno dei caratteri che più spiccatamente lo distinguono dagli stilnovisti è appunto l'assenza di quel teorizzare a sfondo scolastico che impregna le loro rime. Ma fu psicologo; e qui, invece, i contatti tra il P. e gli stilnovisti sono evidenti: l'indagine psicologica sull'intera vicenda del proprio spirito costituisce appunto la materia del « Canzoniere ». Il P. ammette nel Secretum d'aver coltivate le passioni terrene; due soprattutto: l'amore per Laura e il desiderio di gloria. Tuttavia in lui non era meno desto il senso morale e sentiva vivamente il problema del destino umano; tutto in piena rispondenza con la sincera fede religiosa e con l'attitudine, anzi con il gusto, per la meditazione. Quel che in terra gli piace acquista pertanto, ai suoi occhi, il carattere di un vincolo peccaminoso e spontaneo germinano le angosciate domande ch'egli si pone, conscio che l'attaccamento per le cose terrene è inconciliabile con una piena dedizione a Dio. Vi giunse il fratello Gherardo; non lui: « Ho in odio i miei peccati, ma sono schiacciato dalla montagna delle miserie, e mi toglie il respiro. Più volte ho cercato di fuggire ed ho pensato di scuotere l'antico giogo; ma l'ho fitto nell'ossa ». In realtà egli non ama il bene quanto sarebbe necessario per resistere alla suggestione di ciò che è peccaminoso. Che gli resta? Prostrarsi innanzi a Dio, implorare il suo aiuto e tenacemente cercare di liberarsi, procurando di spezzare ad uno ad uno i molti lacci che lo tengono avvinto alla terra. La speranza era di una completa liberazione, ma poiché questa non si verifia, il « Canzoniere » rimane a testimoniare il conflitto tra l'umano e il divino. Tale il carattere essenziale della tristezza petrarchesca; ma quella che nasce per il dissidio mai composto s'intreccia e si complica con altre vene di tristezza. Si badi, infatti: la posizione del P. non è di chi, pur deplorando la propria debolezza, gode appieno delle cose terrene; al contrario, egli è ben lontano dal trovarvi compiuto appagamento. Ad impedirlo c'è nel P., ossessionante, il senso della labilità della vita. In ogni opera di lui si possono cogliere gli accenni al tempo che vola, al nostro vivere ch'è un correre precipitoso verso la morte, al mondo che va anch'esso verso l'ineluttabile fine. Profondo e vario ciò che ne consegue: anzitutto uno smarrimento che rattrista l'intera vita, e poi una preoccupazione di utilizzare intensamente il poco tempo concesso, e per contrasto il timore di veder d'un tratto scomparire quello che è caro, e il protendersi disperato verso qualcosa che non sia caduco. Tutto ciò provoca uno stato ansioso che immensamente affatica il P.: stato di ansia al quale si legano un senso di stanchezza e un desiderio di pace riposante. Due sole strade possibili: quetarsi o nell'umano o nel divino (e lo si è visto irrealizzabile), oppure affidarsi alla morte. Ma nemmeno questo: nella morte il P. vede il male supremo della vita, il suggello della caducità che lo smarrisce, la rinuncia definitiva a quella felicità terrena che in lui è desiderio possente. Questa, nelle sue linee più appariscenti, la definizione della materia sentimentale della quale è tessuto il « Canzoniere », ma altre annotazioni sarà facile raccogliere quando si voglia precisare il carattere della poesia petrarchesca. È stata più volte

notata nel « Canzoniere » l'assenza quasi assoluta di particolari realistici; vi manca, per dirla con il Mazzoni, « un più vivo accostarsi del poeta ad una realtà precisa ». La spiegazione non è difficile. Il P. volle affidare al « Canzoniere » quei pensieri segreti che non sono legati alle varie vicende d'ogni giorno, ma costituiscono l'intima sostanza della vita spirituale; stanno latenti, ma affiorano nella meditazione quando l'individuo è a colloquio con la propria coscienza. Il fantasticare mette allora in evidenza non la vicenda della vita quotidiana, ma un'altra vicenda, quella che corrisponde alle linee maestre della nostra personalità. Ecco perché nel « Canzoniere » vediamo sempre identico ed evanescente il paesaggio: è quell'unico che il P. sognava e che solo perfettamente s'armonizzava col suo clima spirituale. Lo stesso può dirsi per l'immagine di Laura: gli atteggiamenti, le parole, l'aspetto non sono quelli della realtà, ma rappresentano una figurazione costantemente accarezzata dalla fantasia del P. Ed infatti il « Canzoniere » esprime il vagheggiamento di un amore profondo e lontano, il cui ricordo ed il cui rimpianto hanno finito con il personificare la più vasta tristezza che è nella natura medesima del poeta. Ciò che il P. contempla non esiste nella realtà, e vive solo, immutabile, nel suo spirito. Questa è la ragione per la quale non si avverte differenza alcuna tra le liriche della prima e della seconda parte del « Canzoniere », il quale, pertanto, non può essere considerato come storia di una vicenda amorosa; bensì come testimonianza che i desideri, le speranze, le angosce, le tristezze del P. furono sempre le medesime, a trenta come a sessant'anni. Notazione importante perché rivela che il clima spirituale del P. non ebbe sviluppi, anche se l'ordinamento delle liriche nel « Canzoniere » vorrebbe mostrare un ascendere progressivo dall'umano al divino; il che è confermato dai Trionfi, che pure palesano l'intento di sottolineare come raggiunto quel « riposato porto » sempre agognato. La morte vi è finalmente accettata come sereno distacco delle cose terrene e calmo quetarsi nell'eterno riposo. Ma nel

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(per cortesia del prof. Pier Giorgio Ricci) PETRARCA, FRANCESCO - Autografo. Pagina del codice Hamiltoniano 493 - Berlino, Biblioteca di Stato.
Trionfo dell'Eternità, che è degli ultimi mesi e vorrebbe essere il trionfo del divino, cioè dell'immutabile, di fronte alla caducità delle cose terrene, il pensiero del P. si volge a Laura per immaginare un mondo ultraterreno in cui si rinnovi, purificata da ciò che è doloroso, contrastante, labile, la vicenda del suo amore. In tal modo il P. compie il supremo, vano tentativo di conciliare il cielo e la terra asciugando la fonte stessa della sua sofferenza.

D'altro lato, ererebbe chi dei problemi spirituali che affaticano il P. pretendesse trovare nel « Canzoniere » l'immediatezza e l'angosciosa urgenza. È ben vero, invece, quel che da molti è stato notato: quando il P. analizza e giudica e s'impegna ad esprimere letterariamente il dissidio e l'inquietudine che ne deriva, egli guarda dall'alto e, per così dire, domina la sua sofferenza. Perciò le passioni che costituiscono la sostanza sentimentale del « Canzoniere » vengono filtrate attraverso una controllata confessione caratteristica di chi guarda in se stesso per rendersi razionalmente conto delle proprie vicende spirituali. Ed ha ragione chi osserva che l'elaborazione letteraria costituisce un aspetto di questo dominio della passione: unica, vera gioia concessa al P. Ben lo sapeva lui stesso che di un suo carme si fa dire da s. Agostino nel Secretum: « Io mi dilettava della sua dolcezza e stupiva come potesse prorompere un così dolce canto di fra le procellie dell'animo ».

La dottrina del P., che nel mondo antico cercò rifugio, sembrandogli spregevole il tempo in cui visse, la simpatia con la quale si accostò a quel grande passato, fecero confluire nei suoi scritti un'enorme quantità di materiale derivante da fonti classiche. Si possono distinguere quattro gruppi: ci sono le citazioni di parole altrui con l'esplicita dichiarazione della fonte; poi le reminiscenze: incastonare nel periodo qualche espressione d'autore classico per ricerca d'eleganza; poi le derivazioni da pagine altrui sottoposte a profondo mutamento verbale; ci sono infine, e questo è il gruppo che interessa da vicino il poeta in volgare, gli elementi che dal P. sono profondamente rivissuti e che, filtrando attraverso il gusto, la cultura ed il clima spirituale di lui, escono nei suoi scritti come cosa nuova ed affatto petrarchesca. Così egli procura di realizzare per la poesia in volgare quella nuova dignità che la ponesse a fianco del latino. Darle regolarità, compostezza; un andamento non aspro e contorto, ma piano e lucido; selezionare il lessico, e farlo scelto, armonioso; avvolgerlo in una musica nuova che avesse l'anima d'una melodiosa elegia. Così il P. consegnò ai secoli la lingua poetica italiana, accompagnata dal gusto per la espressione nobile e modulata, in un clima aristocratico ed alquanto prezioso.

L'aspirazione verso un mondo ideale, sottratto all'insufficienza della realtà concreta, è alla radice dell'umanesimo petrarchesco, studio dell'antico per odio del presente e ricerca di una perfezione spirituale che il P. non vede né in sé né intorno a sé.

In una lettera al Boccaccio il P. afferma con orgoglio: « Credo che ai tempi d'oggi nessuno abbia avuto più di me tanto interesse per ciò che è antico ». Non però semplice interesse antiquario, ma amore vivo per un'epoca che egli cerca di comprendere nello spirito, restituendole, con il calore del proprio entusiasmo, plasticità ed immediatezza, precisandone i particolari in una ricerca che non è quella del collezionista o dell'erudito, ma di chi si sforza di ridare vita ad un mondo perduto. Perciò è visibile in lui il costante interesse per arrivare a possedere nella sua integrità quel mondo antico del quale è innamorato: lo sforzo di adeguare il proprio latino ai modelli antichi; la cura nel sottoporre a controllo critico le notizie che raccoglie sul mondo classico; la solerzia nel cercare di scoprire testi perduti. La sua attività filologica si condensa in queste tre direzioni: le tre che l'umanesimo condurrà a perfezione.

Ma intanto il suo metodo, la gioia delle scoperte, il rimpianto per ciò che ha perduto, il disprezzo, il fastidio, l'impazienza per ciò che intralcia e danneggia, sono nel P. gli stessi delle generazioni che raccolsero la sua eredità umanistica. Non solo: ma ovunque cerca chi

lo secondi. La fitta rete di amicizie gli consente di creare una scuola: egli, il maestro, molti ed entusiasti i discepoli; tra i quali il più grande: il Boccaccio. L'amicizia del P. con il Certaldese costituisce perciò qualcosa di fondamentale per la storia delle nostre lettere: nel loro lavoro si precisa un gusto ed un orientamento culturale che saranno per secoli l'anima stessa della civiltà letteraria. Ma l'umanesimo del P. spicca particolarmente nel criterio rigoroso con il quale seleziona i propri libri. Il P. ha fastidio per la dialettica, per i trattati scolastici, per la scienza che dimentica i problemi dell'uomo; ha in sospetto gli autori medievali che, privi di discernimento critico, non sanno distinguere il vero dal falso, e riferiscono notizie inesatte o fantastiche; ha in odio, finalmente, gli scrittori che offendono con la rozzezza del loro stile il suo ideale di un latino purificato dalle asprezze medievali attraverso lo studio dei modelli classici: Seneca e Cicerone, in particolare. Perciò, nonostante la vastità della sua cultura, il P. è uomo di pochi libri; pochi almeno quelli che cita: gli antichi, tutti quelli che può (ma quanti agogna che gli rimasero inaccessibili), i Padri della Chiesa, e qualche opera medievale che costituiva un indispensabile strumento di studio.

Questo sforzo del P. verso l'antico non si manifesta soltanto nell'attività filologica; c'è un altro aspetto fondamentale del suo umanesimo: l'amore per l'antichità perduta gli traccia le linee maestre secondo le quali egli costruisce la sua vita. L'ordinamento del suo egotolario è modellato sull'esempio di Cicerone; con l'Africa intende rinnovare il genere epico già grandissimo in Roma; le opere polemiche gli offrono il destro di far vedere che riesce bene in ogni genere letterario, come certi suoi modelli antichi; nelle opere storiche e nelle morali realizza la conciliazione dell'intento etico e cristiano con la materia classica; nel De viris vuol essere storico come Livio e fare sfoggio di stile e di spirito critico. Costante, d'altra parte, è la cura con la quale il P. pone a confronto le vicende della propria vita con gli esempi che gli vengono forniti dal mondo antico: sia che si tratti di giustificare con un precedente illustre qualche aspetto di se stesso o qualche fatto ineluttabile, sia che ad agire in un determinato modo si induca per l'esempio classico che gli sta innanzi. Non per caso il P. è l'autore di quel libro fortunatissimo in tutto il Rinascimento, il De remedii striisque fortune, che offre per ogni vicenda della vita un consiglio convalidato dall'esempio di un grande personaggio. È così che la letteratura serve alla vita; anzi è così che letteratura e vita finiscono col fondersi in quella sintesi che è tipica del movimento umanistico. D'altra parte nessun conflitto tra il suo umanesimo ed il suo cristianesimo. Gli antichi mancarono della vera fede, è vero; ma il vecchio ed il nuovo mondo non sono in conflitto quando si parla di virtù. Il problema morale è perciò il campo nel quale il P. sente di poter trovare una continuità tra classicismo e cristianesimo. La concezione umanistica della vita s'avverte particolarmente nel gusto per l'otium degli antichi. Il P. affidò l'elogio della solitudine a molte sue pagine: dal De vita solitaria al De otio religiosorum, dalle Insective contra medicum alle Seniles; e le lunghe dimore a Valchiusa, a Selvapiana, ad Arquà confermano sul piano pratico quel che le pagine dicono: la tendenza alla vita solitaria, nella quiete delle campagne, lungi dalle città affaccendate e rumorose. Amò dunque la solitudine; non però quella del misantropo che odia e fugge gli uomini, né quella dell'ascesa che nell'eremo realizza il suo ideale contemplativo. Egli la desidera confortata dagli studi letterari, rallegrata dalla vista della bella natura, resa umana dalle frequenti visite degli amici. Nel complesso un ideale aristocratico ed umanistico che singolarmente s'accorda con certi motivi della personalità del P.: l'egoismo, anzitutto, che vuole assicurata ogni comodità, il gusto per ciò che è bello ed armonioso, il senso morale che ha in odio il torbido vizio e spregia ogni cupidigia, l'amore per la gloria, infine, dato che nell'otium lo scrittore realizza le condizioni ideali per la propria attività letteraria. Ed anche qui l'umanesimo quattrocentesco deve tutto al P.

Pure stretti i contatti tra l'umanesimo e l'atteggiamento del P. di fronte ai problemi politici. In clima romantico e risorgimentale sorse un giudizio molto severo:

senza linea precisa il suo pensiero, contraddittoria la sua attività pratica, insincere le sue affermazioni di patriottismo. E poco si credeva agli accenti d'amore per l'Italia ed ai lamenti per le sue piaghe, giudicandoli frutto « d'ispirazione poco seria ed in gran parte letteraria ». Ancor oggi si ripete che il P., chiuso nell'egoismo del proprio ideale umanistico e cenobitico, tutto gli subordina e loda quel che può favorirlo, si sdegna con ciò che può turbarlo. Ma nelle numerose pagine d'argomento politico, che costituiscono parte non piccola della sua produzione latina, non è difficile trovare le prove di un chiaro pensiero e di un caldissimo sentimento. Più volte egli si proclama cittadino romano con orgoglio, e pone innanzi quella fede e quell'ossequio che lo inducono a venerare ed amare Roma, sopra ogni altra città. A chi gli fa osservare come deperita sia la Roma dei suoi tempi in confronto all'antica, risponde: « Le mura e i palazzi sono andati in rovina, ma la gloria del suo nome resta immortale ». Ed esalta Roma come « capitale del mondo, regina di tutte le città, sede dell'Impero, rocca della fede cattolica, sorgente d'ogni memorabile esempio ». Al benessere dei popoli nella pace universale e nella saggezza d'un giusto governo può provvedere soltanto, secondo il P., il dominio di Roma, tornata signora del mondo con l'aiuto di tutte le forze italiane. Esecrabile, perciò, ai suoi occhi tutto ciò che ritarda od impedisce la restaurazione dell'antico Impero: le discordie tra i cittadini di Roma stessa, le lotte tra le città italiane, frutto di locali ambizioni che non sanno tener conto dell'interesse generale, l'esilio della Chiesa, tenuta lontana da Roma per il prevalere del clero francese, il recalcitrare dei popoli « barbari » all'augusto dominio romano, la neghittosità e la sonnolenza degli Italiani. Lodevolissimo ed entusiasmante, per contro, gli parve ogni tentativo di restituire a Roma ed all'Italia dignità e potenza. Alla notizia del tentativo di Cola di Rienzo, che aveva rinnovato l'antica romana repubblica, ne esaltò l'impresa e la rimpianse fino agli ultimi giorni della sua vita. Ricordava come « per consiglio e fatto soltanto di lui a tanta speranza non Roma sola, ma tutta sorgesse l'Italia, ed alto risonasse l'italico nome, e bella di nuova luce sfolgorasse la gloria di Roma ». Così nel 1352; e più di vent'anni dopo egualmente: « Come subito si levò l'Italia tutta; come illustre e tremendo il nome romano giunse fino ai confini del mondo! ». Il P. pensava che il primo passo verso la restaurazione dell'antico Impero, indispensabile per l'ordinata convivenza degli uomini, fosse il placarsi delle discordie in Roma stessa; e che alla città, classica e cristiana, dovesse restituire dignità e potenza la presenza della Chiesa non meno che dell'Impero.

Tornando a Roma il Pontefice avrebbe restituito « a se stesso Roma, a Roma la pace, all'Italia e al mondo il decoro e la fine delle sventure ». Per questo supplicò Benedetto XII e poi Clemente VI e finalmente Urbano V, unendo la sua voce a quelle di s. Caterina e s. Brigida nell'invocazione che implorava il ritorno del Pontefice là dove era morto Pietro, nella città santificata dal sangue di tanti martiri. Urbano aveva esudito tanta aspettazione, ma per poco, ed al Pontefice, di nuovo imbarcatosi per l'esilio, il P. amarissimamente gridava: « Quo vadis, Domine? ». Questa concezione di una Roma classica e cristiana, sede dell'Impero e della Chiesa, maestra di giustizia e di pietà al mondo, risolve per il P. anche il problema della libertà. Più volte egli dichiara, infatti, che vera libertà si gode solamente sotto il governo di un re mite e giusto. Ma purtroppo, osserva il P., tale governo nel mondo non esiste; e perciò « la tirannide è

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PETRARCA, FRANCESCO - Autografo. Pagina del Canzaniero. Dal ms. Vat. lat. 3196 f. 43° con i sonetti dal CCVI al CCXI - Biblioteca Vaticana.
dovunque; se non ci sono tiranni, tiranneggiano i popoli ».

Quando si cerchi di cogliere panoramicamente l'influsso esercitato dal P. sulla determinazione della civiltà letteraria, si ha la sensazione d'essere innanzi ad una delle più notevoli correnti nella storia dello spirito umano. Al P. poeta ed umanista l'Italia rinascimentale deve tutto: la lingua poetica, il gusto, il modo di concepire la vita, il carattere della cultura. Nel nostro Ottocento si è voluto creare il mito di Dante nume tutelare di molta della nostra letteratura; è un errore: al petrarchismo si devono invece quelle risonanze che nella compagine dei secoli hanno costituito un profondo carattere unitario. - Vedi tav. LXXXIII.

BIBL.: opere: F. P. opera quae exstant omnia, a voll., Basilea 1554; dell'ed. nazionale, in corso di stampa, sono finora apparsi i 6 voll. sotto citati. In particolare: Rerum vulgarium fragmenta, ed. moderna a cura di G. Contini, Parigi 1949; Triumphi, ed. moderna a cura di E. Chiorboli, Rime sparse e i Trionfi, Bari 1930; Extravaganti, ed. di A. Solerti dal titolo Rime disperse, Firenze 1909; Africa, ed. critica di N. Festa, Firenze 1926 (vol. I dell'ed. naz.); Epistole metrice, in F. P. poemata minora, a cura di D. Rossetti, Milano 1831-34; Bucolicum carmen, ed. a cura di A. Avena, Padova 1906; Secretum meum, V. per il testo l'ed. del '500, per trad. E. Carrara, Firenze 1943; De vita solitaria, ed. a cura di A. Altamura, Napoli 1943 (cf. G. Martellotti, in Leonardo, 10 [1943], pp. 65-66); De otio religiosorum, V. per il testo l'ed. del '500, per trad. L. Volpicelli, Roma 1928; Psalmi penitentiales, V. testo, con trad. franc., in H. Cochin, P. Les Psaumes pénitentiaires..., Parigi 1929; Itinerarium breve de la sua usque ad Ierusalem et Terram Sanctam, V. il testo in G. Lumbroso, Memorie italiane del buon tempo antico, Torino 1889, pp. 16-49; De viris illustribus, ed. a cura di L. Razzolini, a voll., Bologna 1874-79; Rerum memorandarum libri, ed. critica di G. Billanovich, Firenze 1945 (vol. XIV dell'ed. naz.); De remediis utriusque fortune, ediz. del '500; Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis, ed. a cura di P. G. Ricci, Firenze 1940; Invectiva contra medicum, ed. a cura di P. G. Ricci, Roma 1950; De mi ipsius

et multorum ignorantia, ed. a cura di M. Cappelli, Parigi 1906; Epistola contra eum qui maledavit Italie, V. E. Cocchia, in Atti Reale Acc. Arch., Lett. e B. Arti di Napoli, nuova serie, 7 (1919), pp. 91-202; Rerum familiarium libri, testo critico a cura di V. Rossi e U. Bosco, Firenze 1933-42 (voll. X-XIII dell'ed. naz.); Rerum senilium libri, V. testo nell'ed. del '500, trad. di G. Fracassetti, 2 voll., Firenze 1869-70; Liber sine numine, V. testo critico in P. Putz, Petrarchea « Buch ohne Namen » und die päpstliche Kurie, Halle 1925; Epistolae de rebus familiaribus et variae, ed. a cura di G. Fracassetti, Firenze 1863; Posteritati, V. testo e trad. di E. Carrara, in F. P., Lettere autobiografiche, Milano 1928. Per qualche altro scritto cf. A. Hortis, Scritti inediti di F. P., Trieste 1874 e M. Vatsasso, I codici petrarchechi della Bibl. Vaticana, Roma 1908, pp. III. Repertori bibl.; A. Hortis, Catalogo delle opere a stampa di F. P. esistenti nella Petrarcheca rusettiana, Trieste 1874; F. Ferrazzi, Bibliogr. petrarcheca, Bassano 1877; E. Calvi, Bibl. analitica petrarcheca (1877-1904), Roma 1904; L. Suttina, Bibl. delle opere a stampa intorno a P. P. esistenti nella Biblioteca rusettiana, Trieste 1908; M. Fowler, Catalogue of the Petrarch collection bequeathed by W. Fiske to Cornell University Library, Oxford 1916; G. Prezzolini, Repertorio bibl. della storia e della critica della lett. II. dal 1902 al '32, Roma 1937-39, pp. 765-80; id., Dal 1933 al '42, Nuova York 1946, pp. 108-16; N. D. Evola, Bibl. degli studi sulla lett. ital. (1920-34), Milano 1941; P. G. Ricci, Studi sull'Umanesimo e sul Rinascimento ital. nel 1950, in Rinascimento, 2 (1951), pp. 385-447; importanti contributi bibl. nella riv. Studi petrarchechi, diretta da C. Calcaterra, del quale V. anche il vol. Nella selva del P., Bologna 1942. Studi: trattazioni d'insieme: E. Carrara, P., Roma 1937; N. Sapegno, Il Trecento, 3ª ed., Milano 1940, pp. 165-276; C. Calcaterra, Il P. e il petrarcheismo, nel vol. Questioni e correnti di storia letteraria, ivi 1920, pp. 167-273; sulla biografia: A. Foresti, Aneddoti della vita di F. P., Brescia 1928; sulla datazione della lettera: E. H. Wilkins, The Prose Letters of Petrarch: A Manual, Nuova York 1951; sul P. come poeta: F. De Sanctis, Saggio critico su P., nuova ed. a cura di B. Croce, Napoli 1907; B. Croce, La poesia del P., in Poesia popolare e poesia d'arte, Bari 1933, pp. 65-80; sull'ordinamento interno del « Canzoniere » e sui suoi vari studi: E. H. Wilkins, The Making of the « Canzoniere » and other Petrarchan Studies, Roma 1951; sull'umanesimo del P.: P. de Nohse, Pétraque et l'humanisme, 2 voll., 2ª ed., Parigi 1907, integrato da U. Bosco, Il P. e l'umanesimo filologico, in Giorn. stor. della letter. it., 120 (1943), p. 65 agg.; G. Billanovich, Lo scrittoio del P., Roma 1947; sulla politica del P.: R. De Mattei, Il sentimento politico del P., Firenze 1944; sul pensiero religioso e sui rapporti del P. con gli scrittori cristiani: G. Gerosa, L'umanesimo religioso del P., Torino 1927; A. Carlini, Il pensiero filosofico-religioso di F. P., Jesi 1944; U. Mariani, Il P. e gli Agostiniani, Roma 1946; sulla fortuna del P., cf. il citato studio del Calcaterra, in Questioni e correnti di storia letteraria.

Pier Giorgio Ricci

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“PETRARCA, FRANCESCO.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 774. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/petrarca-francesco.