PICCOLOMINI, ALESSANDRO. - Filologo e letterato, n. a Siena il 13 giugno 1508, ivi m. il 12 marzo 1578, dopo avere lungamente vissuto a Padova e a Roma. A Siena, con il nome di Stordito, appartiene agli'Intronati; e subito, e non senza una punta di scapigliatura, espresse la tendenza propria di questa e di quasi tutte le accademie del '500 a rivendicare le ragioni del volgare e a sostituirlo al latino.
Difatti nell'opera sua si trovano soltanto latini due scrittarelli scientifici; perché egli era uomo di versatile intelligenza e di varia cultura. Petrarchesche le rime, trascurabili altre prose e versi giovanili; delle due commedie che sicuramente scrisse, l'Alessandro e l'Amor costante, notevole la seconda, dove trovano modo di sbizzarrirsi anche i dialetti. La famosa Raffaella o Dialogo delle creanze delle donne (1540) parve perfino metterlo sulla strada dell'Aretino, e gli procurò tra i posteri un'ambigua celebrità che non merita. Con la maturità venne a galla nel suo spirito ciò che v'era di più serio e di più nobile; e innanzi tutto un pensoso amore della cultura, per il quale e per lo studio di Aristotele, che gli si connaturò, finì ad essere uno dei più significativi interpreti della riforma letteraria. Più che i troppi libri Dell'istituzione morale, contano le tardive Annotazioni alla poetica di Aristotele (1575), nelle quali, in opposizione alle frivolità edonistiche del Castelvetro, si fa innanzi per la prima volta, e non come precetto morale, ma come ragionata concezione estetica, il programma del Muratori e dei futuri romantici italiani, e il vero, il bello, il buono.