PINDEMONTE, IPPOLITO. - Poeta, n. a Verona il 13 nov. 1753, ivi m. il 18 nov. 1828. Studiò a Modena. Poco più che ventenne, anche per motivi di salute, intraprese viaggi a Firenze, Roma, dove fu nominato accademico arcade, Napoli, Sicilia, Malta, dove fu creato cavaliere dell'Ordine. Tornato in patria, negli ozi della sua villa di Avesa scrisse (oltre la dimenticatissima tragedia Arminio) i due volumetti di Poesie e Prose campestri (1785). Riprese poi a viaggiare in Savoia, Svizzera, Francia. Da Parigi passò a Londra, Berlino, Vienna, Marsiglia: i viaggi che gli ricorderà affettuosamente il Foscolo (Sepolcri, vv. 213-14). Ritornato a Verona, alternò le opere della sincera pietà con le opere letterarie: Epistole, Sermoni, Viaggi (in versi), gli Elogi dei letterati e la traduzione dell'Odissea, fatica che durò fino alla morte.
Alle Poesie campestri pensava il Foscolo quando parlava della « mesta armonia » che governa il canto del P. (Sepolcri, vv. 8-9). Una definizione che lo ravviva e quasi lo crea. Ma invocazioni alla solitudine, alla malinconia, alla bianca tristezza dei campi illuminati dalla luna tornano insistenti nelle Prose campestri, dov'è lecito cogliere un presagio di romanticismo. Romanticismo e non Arcadia; anticipo, dunque, non fioritura tardiva. E, volendo ridurre il P. entro una formula, si dirà che è un romantico in veste di classicista. P. vive nelle antologie per una sola poesia: quella Malinconia che è tipica dell'arte sua e dell'anima, con versicolini quinari che paiono darci esattamente la misura del suo respiro lieve e breve. Ai suoi tempi, fu più

