PICO, GIOVANNI, CONTE DELLA MIRANDOLA E DI CONCORDIA

PICO, GIOVANNI, conte della MIRANDOLA e di CONCORDIA. - Filosofo e uomo di vasta erudizione

(« la fenice degl'ingegni » del suo tempo), n. alla Mirandola (Modena) il 23 febbr. 1463, m. a Firenze il 17 nov. 1494. Giovannissimo, a Bologna, a Ferrara, a Firenze strinse amicizia con alcuni dei maggiori dotti del tempo e prese vivo interesse alle dispute letterarie e filosofiche. A Padova (1480-82) fu iniziato allo studio della AVERROISMO (v.), di cui erano campioni Nicoletto Vernia, nell'insegnamento ufficiale, e, fra i ripetitori e i pedagoghi, l'ebreo cretese Elia del Medigo, che per lui compose trattatelli sull'unità dell'intelletto e sulla possibilità del congiungimento dell'intelletto umano con l'intelletto agente. Ma a Padova aveva stretto salde relazioni anche con tomisti, come Domenico Grimani e Antonio Pizzamanno; e s'era pure familiarizzato con le dispute tra tomisti e scotisti.

Il bisogno di conoscere direttamente i commenti greci ad Aristotele (Alessandro

d'Afrodisia, Temistio, Simplicio, Filopono) e di penetrare nel mondo platonico lo condusse a studiare il greco, a procurarsi non pochi testi greci e ad avvicinarsi (lascinà Padova nel 1482) Ficino (v.), del quale lesse la Theologia platonica. Plotino (v.) svegliò in lui un vivo ardore speculativo, ben altrimenti profondo che non fosse l'umanesimo retorico di Ermolao Barbaro. Sospinto da questo ardore e dall'esempio dei neoplatonici, pensò si potessero ridurre a concordia, penetrando nel vivo del loro pensiero, non solo Platone e Aristotele, ma perfino Alessandro d'Afrodisia e Averroè e tutti i grandi pensatori dalla più remota antichità ai suoi tempi.

Intorno al 1484 era a Firenze, nel centro del rinnovato platonismo, assunto dal Ficino a propedeutica al cristianesimo. Le quotidiane conversazioni con l'autore della Theologia platonica e del De christiana religione, con Lorenzo il Magnifico, con il Poliziano e con Girolamo Benivieni lasciarono una traccia incancellabile nel suo spirito. Nel luglio 1485 si recò in Francia. Nel marzo 1486 ritornò a Firenze. Un'avventura amorosa lo costrinse a riparare a Perugia e, quindi, a Fratta; dove, raggiunto da Elia del Medigo, riprende con lui le discussioni sull'averroismo e da lui ABBA (v.) cui veniva iniziato da Flavio Mitridate, ebreo siciliano convertito. Con l'aiuto di quest'ultimo imparò l'ebraico e il caldaico. La Cabbala, per mezzo dell'interpretazione allegorica della Bibbia, pareva eliminare molte delle difficoltà che si frapponevano all'accordo della filosofia con i testi sacri. Inoltre la Cabbala era tutta impregnata di dottrine neoplatoniche e di mistica esoterica. Grazie alla speculazione cabbalistica, Zoroastro e i caldei, il favoloso Ermete Trismegisto, ritenuto già dal Ficino padre dell'antichissima sapienza egiziana, s'incontrano con Mosè, e tutti insieme con Platone, con Plotino, Giamblico (v.) e con i neoplatonici arabi, sì che l'intelletto agente degli aristotelici viene a identificarsi con il Matatron dei cabbalisti, capo degli angeli preposti al mondo della creazione. Questo panorama filosofico, che seduceva ormai l'animo del P., si rivela chiaramente già nel commento alla Canzone d'amore composta per Hieronymo Benivieni fiorentino secondo la mente e opinione de' Platonicini, dettato durante il ritiro a Fratta, e si mostra in tutta la sua vastità e complessità nelle contemporanee Conclusiones nongentae che avrebbero dovuto essere oggetto di una pubblica disputa a Roma, e alle quali doveva servire come premessa la Oratio de hominis dignitate.

Tratte da Aristotele e dai suoi commentatori greci e arabi, da Platone, da Plotino e dagli altri neoplatonici, da pensatori ebrei e cristiani, da Alberto Magno, da s. Tommaso, da Duns Scoto e da altri maestri della scolastica, dagli scritti cabbalistici e da quelli ermetici, esse

abbracciano tutta la ricca enciclopedia filosofico-teologica della seconda metà del sec. XV, e mentre le une riguardano il suo modo particolare d'intendere il pensiero degli autori ricordati e di altri, altre accennano a un pensiero indipendente, frutto di proprie modificazioni, talora assai ardite, intorno ai più delicati e non facili problemi, sì da destare stupore, non tanto per la « prodigiosa memoria », quanto per la vastità delle conoscenze e la raggiunta maturità di giudizio da parte d'un giovane appena ventitreenne.

La disputa che avrebbe dovuto tenersi nell'inverno del 1487 non ebbe luogo, perché alcune tesi di carattere teologico vennero incriminate e condannate (5 marzo). Il P. si difese con l'Apologia dedicata a Lorenzo (v.) il Magnifico. Ma Innocenzo VIII ordinò si processasse per eresia e il 6 ag. condannò il libretto delle Conclusiones, perché insieme con tesi « cattoliche e vere » eran mescolate tesi meritevoli di censura. Il mirandolano tentò di sottrarsi all'arresto con la fuga in Francia. Ma imprigionato il genn. 1488 nella rocca di Vincennes, fu liberato due mesi dopo per l'intervento di alcuni principi italiani. Espulso dalla Francia, si stabilì a Firenze sotto la protezione del Magnifico, e nel 1489 portava a compimento l'Heptaplus de septiformis sex dierum Genesees enarratione, dedicato a Lorenzo. Nel 1491 rinunzia a una parte dei suoi beni a favore del nipote Giovanni Francesco (v. sotto) per ingolfarsi tutto nello studio del cristianesimo, nell'intento di prepararne una vasta apologia nella quale faceva convergere tutto il suo non comune sapere. Dello stesso anno è il De ente et uno dedicato al Poliziano. Mentre perseguiva il proposito di ridurre a concordia Aristotele con Platone, appoggiandosi a Plotino contro il Ficino, non distoglieva la mente dal grande disegno di dimostrare (come scriveva ad Aldo Manuzio l'11 febbr.) che « philosophia veritatem quaerit, theologia invenit, religio possider » (Ep., I, 6). Delle sette categorie di avversari della fede cristiana, che aveva in animo di combattere una per una, prese di mira dapprima gli astrologi, la cui scienza ciarlatanesca annientava la libertà dell'uomo ed era la più perniciosa perché irretiva di pregiudizi e superstizioni la coscienza dei dotti non meno che quella del volgo. Morto nel 1492 il Magnifico si andò accostando sempre di più al Savonarola, del quale condivideva il pensiero sulla necessità di una riforma, sebbene questa riforma il P. intendesse in modo assai più ampio; e al domenicano rimase fedele anche quando già taluni cominciavano a dubitare ch'egli fosse vero profeta. La morte lo colse a tradimento nel pieno vigore della sua promettente giovinezza, prima d'aver recato a compimento l'opera di cui per altro s'intravvedono i lineamenti.

Confrontato con il pensiero del Ficino, quello del P. se ne distingue per una più larga informazione, per maggiore complessità di elementi raccolti e per un più audace sforzo di sintesi. Mentre gli aristotelici si attardavano intorno a problemi particolari che, per esser mal posti, si rivelavano insolubili, e gli averroisti, con l'opporre a ciò che è vero secondo la ragione quel che è vero per fede, infrangevano l'unità della coscienza umana, il P. tende a ricostituirla, riconquistando la superiore unità parmenidea e platonica dell'essere.

BIBL.: De hominis dignitate, Heptaplus, De ente et uno e scritti vari a cura di E. Garin, Firenze 1942. Contiene anche il Commento alla cauzone d'amore secondo i mss., un'ampia introd., e l'elenco delle edd. sia delle opere complete (1ª ed. quella bolognese del 1496; la 1ª veneziana è del 1498; la parigina del 1505; più accessibili la scotina veneziana del 1557 e quelle di Basilea, 1557, 1572, 1601) che delle singole tratazioni e delle Epistole, nonché delle traduzioni (pp. 89-99). Disputaciones adversas astrologiam divinaticem, anch'esse a cura di E. Garin, ivi 1946, 1952 (5 voll., con introd.). Per la biografia, il pensiero e la bibl., B. Kieszkowski, Studi sul platonismo del Rinascimento in Italia, ivi 1936, pp. 90-112; L. Gautier Vignal, Pic de la Mirandole, Parigi 1937; E. Garin, G. P. della Vita e dottrina, ivi 1937, nonché il capitolo che al P. dedica in La filosofia (nella Storia dei generi letterari italiani di F. Vallardi, I, Milano 1947, pp. 351-85). Per i rapporti con l'averroismo, cf. B. Nardi, Sigieri di Brob. nel pensiero del Rinasc. ital., Roma 1945, pp. 159-70; id., La mistica averroistica e P. d. M., nel vol. Umanesimo e nuchiaevilismo dell'Ist. di Studi filos., Padova 1949, pp. 55-74; id., Il commento

di Simplicio al « De anima » nelle controversie del sec. XV ecc., nel vol. Testi umanistici ined. sul De anima, dello stesso Ist., ivi 1951, pp. 142-54.

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“PICO, GIOVANNI, CONTE DELLA MIRANDOLA E DI CONCORDIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 814. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pico-giovanni-conte-della-mirandola-e-di-concordia.