PONTANO, Giovanni. - Umanista, poeta, dettosi poi Gioviano per il pianeta sotto cui era nato e per il carattere che credeva averne derivato, n. a Cerreto presso Spoleto il 7 maggio tra il 1421-29, m. a Napoli nel sett. del 1503. Compiuti a Perugia gli studi di grammatica e di retorica, passò con Alfonso d'Aragona, a Napoli, ove doveva rimanere per tutto il resto della vita come nella sua patria d'elezione. Per le trafile della Cancelleria, alla fine, dopo il tradimento di Antonello Petrucci, fu assunto alla Segreteria di Stato. E fu segretario accorto e geniale, anche se in ultimo toccò a lui di consegnare le chiavi della città a Carlo VIII. Quali che fossero le ragioni per cui al momento dell'occupazione francese non volle seguire nella fuga il re Ferdinando (gli Aragonesi ebbero da lui forse più che egli da loro, e il risentimento espresso in più luoghi, e segnatamente nel dialogo Asinus, appare nel complesso legittimo), non da questo atto può venir menomata la sua fama.
Fu un grande letterato e un politico insigne; inoltre con il vantaggio di due generazioni, prevenne lo sdegno del Machiavelli per gli stilatori di belle lettere e forbiti discorsi; chiamò deficienza quella che a certi suoi colleghi pareva raffinatezza di humanitas; e certe parole latine in cui incise
il suo pensiero («Quodque maximum inter homines et pulcherrimum est reipublicae administratio»), parrà poi di ritrovarle volgari nei Discorsi sulla Prima Deca. Questo stato d'animo gli s'affinò nella lettura di s. Tommaso; infatti, pur tra eccessi e colpe e mende non poche, lo si avverte sempre, connesso all'intenzione veramente umanistica di riconsacrare, come doni di Dio, tutti i beni della vita, compresi le ricchezze e l'amore; almeno quello che egli ebbe per Adriana Sàssone e cantò nei tre libri d'elegie De amore coniugali, unico (o quasi) fra i poeti umanisti ad elevare agli onori della poesia la legittima sposa. Si può dire che la famiglia entra nella poesia moderna con quella del P.; e vi è quindi inconsapevolmente presagita la Riforma cattolica. Versatilità d'animo e versatilità d'intelletto: e ne diede prova in quel conflitto tra scienza e sapienza, fra studi scientifici e «divina retorica, ch'è come connaturato alla storia dell'Umanesimo, ma ha una particolare risonanza a Napoli, dove, fino alla metà del Quattrocento, la cultura vive all'ombra dei chiostri, incentrata nella dialettica e quasi ignara della gloria, a cui la platonica Firenze aveva assunto la retorica. Infatti la venuta del Panormita prima e del P. poi rappresentò una sorpresa e suscitò una rivolta, con seguito di dispetti, insinuazioni e invettive fra i teologi che tacciavano la cultura classica di paganità, e gli umanisti che tacciavano di cresciere il razionalismo scolastico e i suoi amminicoli astrologici. Gli umanisti a un certo punto furono rappresentati da un frate illustre che veniva da Firenze, Egidio da Viterbo. E dello scontro di lui con gli scolastici, e della parte di conciliatore che il P. aspirò ad avervi e v'ebbe veramente, è possibile ancora farsi una idea leggendo il dialogo di lui Aegidius, uno dei suoi più fortunati. Ancora un secolo dopo lo echeggiava nella sua Planetomachia Robert Greene. Più curioso di scienza e di filosofia che veramente scienziato e filosofo, il P. arrivò però a sentire quale valore conciliativo in questa presunta inconciliabilità fra scienza e sapienza potesse avere l'aristotelismo ripensato in s. Tommaso. Da questa speranza d'arrivare a strappare l'astrologia alle empie cabale degli indovini e riporta nelle mani dell'eterna sapienza come la chiave del libero arbitrio, gli venne il suo poema maggiore, l'Urania. E un capolavoro, quale l'aveva vagheggiato, certamente non fu. A parte la maggiore o minore fondatezza degli argomenti scientifici, ai quali dedicò anche un grosso volume di prosa, De rebus coelestibus, l'Urania come poema lucreziano è freddo, e solo si salva in qualche luminoso tratto descrittivo, quale il rapimento di lla che lo chiude. Per la mobilità della fantasia e l'emotività grande del cuore, il P. fu soprattutto poeta del sentimento, quale che sia il motivo del suo canto (la giovane sposa o, negli Amores e nei due libri particolarmente belli Hendecasyllaborum seu Baiarum, le tante donne da lui conosciute, o, nei due libri di elegie, Heridamus, la ferrarese Stella, insistente e volgare passione degli ultimi anni). In due documenti, specialmente, il latino del Rinascimento si riscatta dalla taccia di libresco e di accademico: nella poesia del P. e nella prosa di Erasmo. Quando lo commuove questo sentimento romantico del classicismo, la mano gli si fa leggera come sarà appunto quella dei neoumanisti del Romanticismo; e allora gli viene spontaneo di inserire nella descrizione della natura fantasie mitologiche, degne appunto del gusto ottocentesco. Nella raccolta Lyra e nel poemetto in esametri Lepidina non dispiace che i fantasiosi seni della riviera napoletana, e Mergellina e Posillipo e Amalfi tornino popolati di diradi e di oreadi. Accademico invero il senile poemetto De Hortis Hesperidum, sive de cultu citiorum. Ispirarono il P. le culle e le tombe, il dolore e la gioia: dai lutti gli vennero i Tumuli, dalla morte del figlio gli Iambici. Eppure, almeno come documento d'uno stato d'animo umanistico, i suoi trattati in prosa (De prudentia, De fortuna, Aegidius, Actius, ecc.), sebbene non profondi, possono interessare perfino più dei suoi versi. C'è dentro quella gran fede nel valore cristiano della sapienza! Scrisse anche un arguto trattato De sermone. Nei sei libri del De bello neapolitano narrò la guerra di re Ferdinando con Giovanni d'Angiò.