PÖLLMANN, ANSGAR. - Scrittore benedettino tedesco, n. il 21 sett. 1871 a Hechingen (Hohenzollern), vissuto per molti anni nel monastero di Beuron, m. a Eltville am Rhein il 20 giugno 1933.
È noto come fondatore e editore della rivista di poesia religiosa Gottesminne, che si pubblicò dal 1903 al 1907 e dal 1911 al 1913, e specialmente come poeta lirico. Le sue raccolte principali Sonnenschein (1902), Kleine Lieder (1904), Maria vom deutschem Siege (1914) testimoniano ispirazione originale, limpidezza di sentimento e modernità di concetti e di forma. Cappellano militare durante la prima guerra mondiale, compose pure canzoni patriottiche, raccolte sotto il titolo Die Lieder vom eisernen Kreuz. Dei suoi saggi letterari sono da ricordare Rosegger und sein Glaube e Was ist uns Schiller? Notevole fu pure la sua attività nel campo della critica artistica, specie nei riguardi della scuola pittorica di Beuron. A scopo di studio fu più volte in Italia, ove, durante il suo soggiorno a Montecassino, aiutò per qualche tempo il p. Desiderio Lenz a rivedere i manoscritti per l'edizione del Canone.
POLO, MARCO. - Uno dei più grandi viaggiatori italiani, n. a Venezia nel 1254 da Niccolò, membro di una casa commerciale, che aveva largo giro di traffici in Levante, con una fiorente agenzia a Soldaja di Crimea. Di qui Niccolò, con un fratello minore, Matteo, aveva intrapreso, nel 1261, un viaggio per ragioni di commercio nei paesi del basso Volga, cioè nello Stato detto allora Orda d'Oro; i due erano poi passati a Bochara e vi avevano soggiornato tre anni; indi, aggregatisi ad una missione che il Khan della Persia, Hülâgü, inviava al suo capo supremo, il Gran Khan (dei Tartari), Qubilai, ne avevano raggiunto - traversando, con itinerario mai percorso da Europei, l'Asia centrale - la capitale Sciang-tu. Qubilai, figlio di una cristiana (non cristiano lui stesso, come talora si è detto), aveva accolto benissimo i due fratelli e, quando essi presero la via del ritorno, li aveva muniti di passaporti e anche di una lettera per il Pontefice, nella quale richiedeva maestri
e operai europei e forse altresì alcuni missionari, ma non faceva (come taluno ha affermato) omaggio al Papa, cosa incompatibile con la mentalità di un monarca asiatico di allora.
I P., dopo tre anni impiegati nel ritorno, erano nel 1269 a Venezia, dove rimasero due anni, in attesa che dopo la morte di Clemente IV fosse eletto un nuovo papa. Ripresero la via dell'Asia nel 1271, conducendo con loro Marco, che aveva allora 17 anni. A M. P. si deve la narrazione del successivo viaggio, molto più lungo, del soggiorno presso la corte di Qubila in Cina e del ritorno; essa è consegnata nel celebre libro denominato di solito Milione; e da questo si apprende anche quel poco che si sa, e che sopra si è riassunto, del precedente viaggio di Niccolò e Matteo. Nel suo libro Marco accompagna alla descrizione di paesi conosciuti de situ, notizi; su altri paesi non visitati, attinte da informatori; la distinzione non è sempre facile, e perciò la ricostruzione dell'itinerario presenta talune incertezze. Da Lajazzo, sul Mar di Levante, i viaggiatori traversarono parte dell'Armenia fino a Mossul e di qui si diressero a Hormuz, poi (rinunciando a imbarcarsi), traversarono tutta la Persia fino a Balj sull'Amù, girarono il Pamir a nord, scesero sull'attuale Turkestan cinese e dopo avere, a prezzo di gravissimi stenti, valicato il Gobi, raggiunsero Chemenfu e poi la nuova capitale Khanbaliq presso Pechino (1275). Sembra che M. P. si conquistasse presto la simpatia del Gran Khan e fosse incaricato di diverse missioni di fiducia nel vastissimo Impero (Katay e Mangi, nomi usati dal P. per designare rispettivamente la Cina del nord e quella del sud), ma quale carica propriamente rivestisse e quali regioni percorresse non è del tutto sicuro. Certo conobbe per ripetute visite tutte le provincie centrali, le più ricche e fervide di vita; a sud si spinse fino allo Yun-nan, e quivi raccolse notizie sul Tibet, sulla Birmania, ecc.; a nord si inoltrò, forse con lo zio, fino a Kanciau, non lungi dalle frontiere della Mongolia. Non è esclusa una missione nel Ciampa, l'attuale Cocincina. Informazioni indirette ebbe M. P. su altri paesi più lontani, e tra essi sul Cipango (Giappone). Il soggiorno in Cina durò ben 17 anni. Il ritorno dei P. si effettuò per via di mare, essendo essi stati aggregati ad una missione che recava al Khan di Persia la futura sposa, scelta fra le fanciulle della sua tribù. Si imbarcarono al principio del 1292 e, costeggiando la Cina meridionale e l'Indocina, si fermarono a Sumatra, visitarono le Isole Andamane e Nicobare, raggiunsero Ceylon e l'India dove fecero frequenti soste; poi, guidati ormai da piloti arab, pervernero a Hormuz verso la fine del 1293. Di là, per via di terra, i P. sboccarono a Trebisonda e finalmente si restituirono a Venezia nel corso dell'anno 1295. I particolari romanzeschi circa la ricomparsa dei viaggiatori a Venezia, presso i loro familiari, sono da considerarsi fantastiche; ed è anche da respingere la tradizione che essi riportassero dal loro lungo viaggio ricchezze favolose; probabilmente avevano soltanto raccolto di che vivere agiatamente, cosicché dalla loro antica dimora si trasferirono in un palazzo, designato più tardi con il nome di «Cà Million». Del resto, sul rimanente periodo della vita di M. P., che sopravvisse ancora per ca. 30 anni, essendo morto il 9 genn. 1324, si sa pochissimo. L'episodio più saliente è la sua prigionia a Genova nel 1298-99; secondo la tradizione più comunemente accolta, egli sarebbe stato catturato, con una galea da lui comandata, alla battaglia di Curzola. Questo periodo ebbe peraltro un'importanza eccezionale, perché in prigione egli dettò il racconto dei suoi viaggi ad un compagno di cella, Rusticiano o Rustichello da Pisa, che lo stese in francese. Il testo francese ha il titolo Les merveilles du monde; molto più diffuse sono una versione in volgare italiano e una in dialetto veneto, che hanno il titolo di Milione, titolo che peraltro non ha nulla a che fare con il contenuto, ma è un appellativo del suo autore, detto in alcuni documenti Marcus Paulus Milioni, anzi un appellativo di famiglia portato anche dal padre Niccolò (probabilmente aferesi di Emilione). Grandissima diffusione ebbe anche una versione latina, fatta eseguire a cura dei Domenicani di Bologna da un frate, Francesco Pipino, ad uso dei missio-
nari, intorno al 1310, e perciò quando M. P. era ancora vivo.
Il libro di M. P. è fonte preziosa ed inesauribile di notizie di ogni genere sui paesi e i popoli del Levante, dell'Asia meridionale, dell'Estremo Oriente. Molte regioni furono conosciute dagli Europei per la prima volta per merito suo; in alcune provincie della Cina nessun altro europeo penetrò dopo di lui fino al sec. xix. Tra i paesi dei quali egli parla, ma non per conoscenza diretta, vi è anche lo Stato cristiano dell'Abissinia (Abesce), vi è la Somalia. Anche sulle credenze, le costumanze religiose ed i riti dei popoli asiatici, M. P. fornisce informazioni di alto interesse. Sta il fatto che i contemporanei lo ritennero, almeno per taluni riguardi, un cantafavole o poco meno; ma a partire dal sec. xvi la sua fama fu ristabilita: le notizie fornite in quel secolo e nel seguente dai Gesuiti missionari in Cina consolidarono la veridicità dei suoi racconti. La critica moderna ha poi ormai riconosciuto appieno il valore del libro, il cui testo ha pur subito, attraverso traduzioni, trascrizioni e manipolazioni varie, alterazioni così complesse che problema arduo e non peranco completamente risoluto è quello di restituire un testo quanto più possibile vicino all'originario. Enorme è stata l'influenza del libro di M. P. presso i mercanti, gli uomini di affari ed i missionari che ne seguirono le orme per le vie dell'Oriente asiatico; la Cina fu dischiusa da lui ai missionari cattolici: Marco era appena tornato da venti anni, quando partiva per l'Estremo Oriente Oderico da Pordenone. È noto altresì che la lettura del libro di M. P., nella versione latina di fra Pipino, esercitò una influenza forse decisiva anche sulla preparazione del progetto di Colombo di raggiungere l'Asia orientale per la via transoceanica.