POLIZIANO, ANGIOLO. - Da Montepulciano, ove nacque il 14 luglio 1454 e donde poi trasse il nome di Politiamus, Agnolo Ambrogini se ne venne presto a Firenze, presso parenti un po' meno disgiunti, che lo avviarono agli studi. Prestissimo trovò modo di segnalarsi nell'ambiente umanistico di Lorenzo il Magnifico. D'ingegno vivissimo e arguto, il suo straordinario potere di assimilazione e il suo gusto sempre meglio esercitato dimostrò subito con la traduzione in esametri latini, sostenuti da virgiliana eleganza, di alcuni libri dell'Iliade, a proseguimento dell'opera di 'pietà' umanistica già voluta da Niccolò V, e iniziata con la versione del I. di Carlo Aretino.
Il P. vi seppe dare bella prova della sua capacità di cogliere le armonie e tecniche più svariate, e di aderire raffinatamente agli originali, resi, come egli stesso dirà
1693
POLIZIANO ANGIOLO
liano de' Medici per la bella Simonetta; ma, benché interrotte a mezzo il II l. (o per la morte del giovane amico, o per l'evidente stanchezza dell'argomento), sono tuttavia di importanza eccezionale per la storia della nostra poesia volgare. Espressione ancora giovanile dell'umanesimo del P., esse distemperano la mossa epica iniziale in un'atmosfera cavalleresca che non ha ancora nulla del sorridente distacco dell'Ariosto, e presto perde movimento e si arena nell'esaltazione della natura, ora con popolare freschezza (sulle orme del Sacchetti), ora con accenti malinconici, ora con una raffinatezza di particolari che si ispira ai poeti latini della decadenza. L'apparato mitologico vi è rivissuto con grazia, senza apparente macchinosità, in un'ottava cesellata e armoniosa e sfrecciante di reminiscenze classiche. Si che non può concepirsi l'ottava dell'Ariosto senza quella del P., né la storia della nostra lingua poetica può prescindere dalla raffinatezza poliziana. Simonetta, resta, come ben fu detto, «tra l'umano e il divino», come nelle pure forme trasfiguratrici della botticelliana Primavera e nel commento del Magnifico ai propri sonetti: erano del resto opere concepite tutte nella stessa temperie umanistica. Nel P., è vero, i temi dell'amore e della morte si appannano in un «dolceamaro» vagheggiamento della spirituale e fisica bellezza muliebre; era poi questo il suo personale modo di inserirsi, con la sua poesia latina e volgare, nella tradizione neoplatonica filosofeggiata da Ficino: la teoria divina dell'amore. Le Stanze hanno già molto della spiritualità umanistica dell'Orfeo e delle Sylvae: i loro limiti sono nell'eccesso di contemplatività e di intellettualismo e in certa loro preziosità di cesello che si può del medievale che del classico.
Non minore importanza, come già vide il Carducci, ha la poesia popolare del P., le Nugae in vernacolo che l'autore mostra di tenere in poco conto nei Miscellanea. Queste poesie del P., rispetti continuati e spicciolati e canzoni a ballo e canzonette, che continuano del resto le tradizioni popolari toscane, serbano una loro eleganza, un loro lavorio tecnico particolare. Senza aspre malinconie, senza allegorismi difficili e scontrosi, senza spirituali contemplazioni o sofferte vicende, essi costituiscono lo svolgimento dei consueti temi di amore chiesto o negato o conquistato, tra il festoso consenso di tutta la natura. Pur nella raggiunta semplicità, la tecnica è ricca di ritmi impeccabilmente scanditi. La lingua volgare, dopo il classico dei grandi trecentisti, sembra venuta con il P. a quella maturità che rispondeva al desiderio e alla speranza del Magnifico, raccoglitore, fin dal 1466, di poesia toscana e difensore della lingua volgare, non povera, non rozza, ma abundante e pulitissima. Prego ai quali solo il P. seppe aggiungere eleganza e freschezza.
Nel 1480, allontanato da Firenze per dissapori pedagogici con la consorte di Lorenzo, il P. giunse a Mantova. Quivi, in occasione di festeggiamenti di casa Gonzaga, e su richiesta del card. Francesco, compose per il teatro una favola pastorale, l'Orfeo: «in stilo vulgare perché dagli spettatori meglio fusse intesa», ciò che prova ancora come s'equivalessero alla sua esperienza d'artista la forma volgare e la latina, nella quale ultima peraltro, come universale mezzo di sapienza, umanisticamente credeva. L'Orfeo è un canovaccio di dramma lirico su sfondo bucolico; e segue le forme della ballata (l'episodio iniziale, di Aristeo e Mopso, è vera e propria e gloria; quello di chiusa, il baccanale orgiastico per l'uccisione del tracio cantore, è un canto carnalesiano), intercalandovi una siffatta latina cantata da Orfeo e stanze volgari di lamento e preghiera a Plutone.
Ancor meglio che nelle Stanze per la Giostra si avventano in questa favola pastorale, intessuta di motivi ovidiani, virgiliani e popolareschi, gli echi dell'allegorismo neoplatonico finchiano, del mitico simbolismo che proprio in quegli anni il Landino interpretava sul testo della Commedia (1481) e aveva teorizzato nelle Diputaciones Camaldulenses (1475 ca.) e nel commento all'Eneide (1478). Il P. cioè porta in ambiente mantovano e trasmuta in poesia la tendenza conciliatrice di elementi classici e cristiani che fu tradizionale dell'umanesimo, e che egli trovava e nelle diviiane allegorie della Commedia e nelle fa-
POLIAIOLO, ANTONIO - I ss. Vincenzo, Giacomo e Eustachio - Firenze, Galleria degli Uffizi.
voie poetiche ristudiate dal Boccaccio nelle Genealogie; nelle quali ultime, ad es. I. V, il mito di Orfeo è ancora spiegato, sulla scorta di Lattanzio e di Fulgenzio, in senso universale e cristiano; come cioè lo accolsero i neoplatonici fiorentini. Del resto, nell'Alterazione del Magnifico e nei Miscellanea del P., Orfeo è paragonato proprio al Ficino.
Il senso dell'opera del P. (se non fu lo stesso autore a preferire per la sua favola il velo del mistero) può sfuggire; ma l'ispirazione ficiniana che l'anima deve farla considerare non è materia profana o è riscossa del libero pagamento; ma come volgarizzata sintesi del classico e del cristiano, l'uno dall'altro anticipato e integrato.
Il P. erudito, critico, filologo e cultore di filosofia, scrittore di caldissimi Sermoni (1467-78) letti per una compagnia di dottrina (Del Sacramento dell'Eucaristia, Della Passione di Gesù Cristo, Dell'umiltà di Gesù Cristo), in un forte e ricco volgare, e di inni sacri (giambici quasi ternari, In Divam Virginem, che non sfuggerebbero, benché piuttosto scolastici, in una storia dell'ispirazione biblica dal Petrarca al Manzoni), integra mirabilmente la personalità del poeta delle Stanze, dell'Orfeo e delle Ode. La sua ricchezza di cultura filologica e le sue vivaci intuizioni estetiche egli espone, sia pure un po' disordinatamente nei Miscellanea, pubblicati in una centuria nel 1489. Si tratta di una raccolta di saggi e osservazioni erudite: ormai il P. raddrizza un passo o interpreta una parola oscura di codici, ora corregge un giudizio su scrittori e su opere, ora implicitamente polemizza (come continuerà nei XII il, delle Epistolae, che ordinò pochi mesi prima della morte, e che altri pubblicò nel '98) con i numerosi avversari; il tutto ravvivato da una sincera fede nei valori eterni della sapienza. Nulla di più inesatto che negare al P. interessi religiosi o problemi di pensiero. La letteratura patristica egli conobbe e meditò, come ogni umanista; ciò appare evidente non solo dai suoi Sermoni e dalle sue prolusioni aristoteliche, ma ancora dalle sue lettere e dai Miscellanea; e fra le sue traduzioni dal greco in latino c'è anche il Commento ai Salmi di Atanasio. È ovvio che al suo fiducioso, ottimistico umanesimo la sapienza di Dio appare già irraggiata alla mente di poeti e filosofi pagani; onde Omero e Aristotele, Platone e Cicerone, priscì theologi, come insegnava Ficino, sono anche per lui profeti, primi possessori della sapienza unica, che il cristianesimo ha poi accolto e ravvivato alla luce dell'amore divino per la salvezza degli uomini. Il suo Omero perciò, nella Praefatio ad Homerum e nella «sylva» Ambra, è un profeta e un teologo insieme, che ha ricevuto e spiegato alle genti la nozione della divina onniscienza e provvidenza; come Cicerone, è da lui veduto con gli stessi occhi del Santo delle Confessioni, cioè vero intermediario di Dio. Per merito del ciceroniano Hortensius, egli ricorda fra l'altro, s. Agostino poté infatti chiedere a Dio «l'immortalità della sapienza, con incredibile ardore di sentimento», e poté «disegnare gli affetti e le passioni d'un tempo ed ogni vana speranza, e riporre in Dio ogni pensiero».
Alla polemica su Cicerone e il ciceronismo il P. prese vivissima parte, soprattutto nelle sue Epistolae. Egli, che aveva elevato l'imitazione ad arte, e che nello stile desiderava scorgere «il lungo lievitare di una recondita erudizione, di molteplici letture, di consuetudine antica di studio», non poteva certo tollerare che altri vedesse di Cicerone lo «stylum, non pectus», e ne scimmiottasse le cadenze e le clausole metriche e il vocabolario. Perché al P. fu ben presente il problema della irrepetibilità di un dato linguaggio e della evoluzione dello stile: così egli considerava la latinità di Quintiliano non «corrotta» rispetto a quella di Cicerone, ma semplicemente «mutata»; non contaminata cioè da decadenza, ma diversa, secondo il variare di ingegni, di gusti e di ambienti.
A Firenze, ov'era tornato lo stesso anno 1480, il P. riebbe, fra il rinnovato favore di Lorenzo, la sua priorità di S. Paolo, affidatagli tre anni prima, e divenne pubblico professore allo Studio fiorentino. Fu anche canonico della Metropolitana. Del suo insegnamento letterario — sempre peraltro in chiave di poeta o di filologo — rimangono le Praelectiones a Omero, a Svetonio, a Persio, a Quintiliano e a Stazio, come anche le sue Sylvae — cioè composizioni improvvise — in armoniosi esametri: Manto, in lode di Virgilio (1482), Rusticus (1483), sulla poesia georgica di Esiodo e di Virgilio, Ambra (1485), in lode di Omero, e Nutricia (1491), ove si esalta la poesia e i poeti antichi e nuovi. L'insegnamento filosofico egli svolse dal '92 fino a quando una violenta febbre lo tolse immaturamente ai vivi (sett. '94); e son conservati i suoi corsi aristotelici sui Priora e sulla Dialettica, e le sue trattazioni generali (Lamia, Panepistemon, Dialectica), a cui lo spingeva certo il suo Pico della Mirandola. Ma vero filosofo il P. non fu; anche se pote dire di rinnovare gli studi di filosofia con la sua perizia filologica, in perpetua polemica con i maestri suoi predecessori, tutti «aridi» o «ieuni»: costoro avevano tanto svalutato il nome di filosofo, che egli preferirebbe forse per sé quello di «grammatico» o di «filosofastro».
Il P. ebbe viva coscienza di quanto egli rappresentasse nella cultura fiorentina ed europea. Con lui i tempi non maturi per una vita più degna e consapevole: l'oscurità medievale, egli afferma, può dirsi finita; egli è orgoglioso di illuminare meglio il presente con la voce degli antichi scrittori che «vixtandem aliquando, sicut erant semilacerati atque trunci multumque a se ipsis immutati, suam hanc in patriam reverterunt». Se con la sua opera filologica egli appartiene alla tradizione umanistica che dal Valla prosegue fino ad Erasmo, le sue Stanze rimasero di modello a tutta la poesia volgare dell'ultimo Quattrocento e del Cinquecento, le sue Sylvae sono singolare esempio di misticismo umanistico, e il suo Orfeo forni materia di imitazione al teatro di tutto il Rinascimento, dal Rucellai al Trissino. E anche nel mutarsi dei gusti del nostro volgare, la sua lingua sarà considerata un mirabile acquisto non solo dei teorici come il Bembo, ma dai poeti e critici d'ogni tempo.

vole poetiche ristudiate dal Boccaccio nelle Genealogie; nelle quali ultime, ad es. I. V, il mito di Orfeo è ancora spiegato, sulla scorta di Lattanzio e di Fulgenzio, in senso universale e cristiano; come cioè lo accolsero i neop
Buss.: cdd.: Angeli Politiani Opera, quae quidem extiteret hactenus, omnia. Basilea 1553; Le Stanze, l'Orfeo e le Rime di messer A. A. P. a cura di G. Carducci, Firenze 1863; id., 2a ed. con app. di G. Rossi, I sonetti attribuiti al P., Bologna 1912 (il saggio introduttivo del Carducci è ristampato in Opere di G. C., ed. naz., XII, Bologna 1936, pp. 137-375); Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite e inedite di A. A. P., a cura di I. Del Lungo, Firenze 1867; A. P., Gli epigrammi greci, a cura di A. Ardizzoni, ivi 1952. Studi: un ricco elenco in V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1945, pp. 402-403; ai vari saggi sulla vita e sulle opere del P. (Mencken, Serassi, Bonafous, Carducci, Del Lungo, Picotti, Neri, Fumagalli, Rho, Rossi, etc.), si aggiungano le interpretazioni di G. Toffanin, Storia dell'Umanesimo, 4a ed., Bologna 1950, e id., Il Teatro del Rinascimento, in La Religione degli Umanisti, Bologna 1950, pp. 39-81. Giulio Vallese
