RATTAZZI, URBANO. - Statista piemontese, n. in Alessandria il 20 giugno 1808, m. il 5 giugno 1873 a Frosinone. Esercito dapprima con successo l'avvocatura; eletto deputato il 17 apr. 1848, sedette a sinistra nella Camera subalpina.
Fu relatore delle leggi per l'unione della Lombardia al Piemonte e sostenne allora l'idea della convocazione di un'assemblea costituente gradita ai lombardi, non al Cavour e ad altri piemontesi. Ministro nel gabinetto Casati (27 luglio-8 ag. 1848) passò quindi alla opposizione: tornò al governo con il ministero Gioberti (16 dic. 1848) ed ebbe gli Interni con il gabinetto Chiodo (febbr. 1852). Dopo l'abdicazione di Carlo Alberto si adoperò a formare un gruppo di centro-sinistra nella Camera: fin da allora il R., fedelissimo alla dinastia, assumeva il difficile compito di conciliare il principio monarchico con la democrazia parlamentare. Sostenne il ministero d'Azeglio dopo il proclama di Moncalieri, quando le leggi Siccardi nel 1850, con l'abrogazione del foro ecclesiastico e il divieto di nuovi acquisti di beni per gli enti morali senza il consenso dell'autorità civile, favorivano, a tutto danno per la Chiesa, una coalizione di forze e di interessi liberali-laicisti. Si giunse in tal modo alla fusione del centro sinistro della Camera con il centro destro che si raccoglieva attorno al Cavour: fu il « connubio ». Il R. salì alla vicepresidenza, poi alla presidenza della Camera; fu ministro di Grazia e giustizia nel 1853 e dell'Interno nel 1855. Il 28 nov. 1854 aveva presentato alla Camera un disegno di legge per l'abolizione delle corporazioni religiose, eccettuate quelle che avevano compiti educativi e di assistenza. Respinta la proposta del senatore vescovo Nazari di Calabiana, che offriva in nome del clero una somma per coprire le spese del culto, liberandone lo Stato: vinta la resistenza dell'opinione cattolica e dal Re stesso dal prevalente indirizzo, la legge passò alla Camera ed al Senato e si ebbe un nuovo ministero di Cavour e R.: la « legge dei frati » fu l'occasione per una non certo fruttuosa affermazione di principio, nella quale lo Stato traeva, contro le intime convinzioni della gran massa del popolo credente e catto-
lico, e quindi in senso intrinsecamente antiliberale, tutte le conseguenze della dottrina della sopraffazione del potere civile su quello ecclesiastico, e riprendeva la tradizione del giurisdizionalismo più rigido, ispirandosi ai modelli dell'assolutismo giuseppinista. Venuto in urto con il Cavour, R. ritornò sulla scena politica con il ministero La Marmora nel luglio 1859 e incarnò un indirizzo amministrativo accentratore, nella legge comunale e provinciale, che passò con il suo nome e si estese via via con le annessioni alle nuove province del Regno d'Italia. Lasciato il potere al Cavour nel 1860, fu ancora presidente della Camera. Caduto il ministero Ricasoli nel marzo 1862, il R. si trovò al governo fra le impazienze del Partito d'azione e le angustie create dalla situazione economica e politica del nuovo Stato. Dopo un primo incidente con i garibaldini a Sarnico, il R. tentò di arrestare Garibaldi in Sicilia, ma i suoi ordini non furono eseguiti e si ebbe Aspromonte. Fallita una iniziativa diplomatica presso il governo francese per risolvere la Questione di Roma, il R. si dimise il 1° dic. 1862. Nell'apr. 1867 toccò di nuovo al R. il difficile compito di affrontare Garibaldi: anche questa volta l'iniziativa garibaldina, da lui stesso copertamente provocata e favorita all'inizio, e poi invano raffrenata, finì per travolgerlo, Mentana (v.). Notevole la discussione che si era avuta in Parlamento per la liquidazione dell'asse ecclesiastico, mentre il R. era al governo: il R. si rivelò buon tattico, ma privo di scrupoli, liberandosi da un prezioso collaboratore, F. Ferrara. Negli ultimi anni della sua vita il R. si evolve ancora dal piemontesiamo verso un atteggiamento più apertamente «italiano» tanto da attirare le simpatie dei meridionali e siciliani verso la Sinistra giovine (De Sanctis lo definì «il più italiano dei piemontesi»).
Al R. già il Cavour rimproverava una certa debolezza di carattere e mancanza di iniziativa; e di questa debolezza gli fanno carico gli storici più autorevoli, riconoscendo però che a lui si deve l'instaurazione del regime parlamentare in Piemonte e la creazione di quel centro sinistro che rese possibile, attraverso il «connubio», la fortuna politica del Cavour stesso: