REGNO DI DIO. - Espressione biblica, che riveste duplice senso, astratto e concreto: dominazione o signoria di Dio, e territorio o società ove si esercita tale signoria o principato. Ciò corrisponde al duplice uso del termine βασιλεία già nel greco classico: «regalità», dignità, potere regio e, per derivazione, «regno», territorio. Le parole ebraiche che i Settanta hanno reso con βασιλεία hanno il senso piuttosto astratto («regalità»); cf. G. von Rad, Βασιλεία, im Alt. Test., in Theol. Wört. zum Neuen Test., I, Stoccarda 1932, p. 569).
Nel Vecchio Testamento, l'espressione «R. di D.» o l'equivalente «regno tuo, suo, mio» riferito a Dio, si trova raramente: in Tob. 13, 1; Dan. 3, 54, 100; Ps. 144 (145), 11.12.13; Ps. 102 (103), 19; 21 (22), 29 (24) di Signore è il regno simile espressione in Abd. 21, Sap. 6, 4 (il re sono ministri della regia autorità di Dio; dubbio è ibíd. 10, 10). L'idea però che Dio è re penetra tutta la Bibbia. Dio è re di tutta la terra (Ps. 46 [47], 3, 8). Regna su tutte le nazioni (ibid. 9; 95 [96], 10). La regalità di Jahweh è celebrata in salmi molto antichi (ad es., 23 [24], 7-8). Un intero gruppo di salmi (95-98 [96-99]) esalta la regalità di Jahweh. L'idea di tale regalità non si può connettere con una festa (di origine presepiaria) dell'invito di Jahweh (teoria di S. Mowinckel) né con una festa annua dell'Alleanza (teoria di M. Weiser).
Il R. di D. è promesso per il futuro: Dio regnerà da Sion, nell'Israele restaurato (Is. 24, 23; 52, 7; Dan. 7, 14; Ps. 2; 71 [72]; 109 [110]); «l'idea del Regno divino si integra perfettamente nella prospettiva messianica» (J. Bonsirven).
Nella bocca di Gesù R. di D. (detto da Matteo «Regno dei cieli» conforme all'uso giudaico) ha il senso predominante di sovranità, ma anche il senso concreto di Regno come società. Il Regno è interiore e insieme sociale, insieme presente e futuro.
Il R. di D. si realizza in diverse fasi. «Il R. di D. è qui»: Mc. 1, 15 (piuttosto che «è vicino»), cf. J. Bonsirven, Les enseignements de Jésus Christ, Parigi 1946, p. 43). Con questo (cf. anche Lc. 10, 9; 11, 20) Gesù annuncia e fa annunziare dai discepoli che il Regno è già venuto: esso è già in mezzo al popolo (Lc. 17, 21). Pure esso è una realtà in divenire, che continuamente
deve realizzarsi (ibid. 11, 2: « venga il tuo Regno »; Mt. 13: le parabole del Regno suppongono una futura lenta espansione del R. di D.: crescita della buona semente, penetrazione del lievito, granellino di senape che diventa albero; cf. Mc. 4, 26-20: semente che germina e cresce all'inaquata dell'uomo).
Il Regno avrà una fase definitiva, finale, di ricompensa (Mt. 25, 34: preparato per gli eletti; ibid. 13, 43 e 26, 20: il Regno del Padre). La fase definitiva del Regno sarà inaugurata con la venuta del Figlio dell'uomo (v. RUSSIA; cf. Mt. 16, 28; Lc. 9, 27; Gerusalemme).
Il R. di D., nelle tre fasi descritte, è spirituale ed interiore, e insieme esteriore o sociale. È spirituale per le condizioni necessarie per entrarvi (Mt. 4, 17; Mc. 10, 15: ricevere il Regno come un fanciullo, per entrarvi), per l'aspetto di dottrina che esso riveste (parola del Regno, Mt. 13, 19; mistero del Regno, Mc. 4, 11), per la sua inseparabilità dai beni di salvezza che esso procura, o in cui anzi consiste (M. Meinertz, Theologie des Neuen Testaments, I, Bonn 1950, pp. 39-56): perdono dei peccati, liberazione o salvezza, redenzione, filiazione divina, vita nuova, perfezione della vita nella visione futura di Dio. Questi sono beni di ordine spirituale, non di ordine temporale o nazionale (M. Meinertz, ibid., p. 52 sg.), benché destinati in primo luogo al popolo eletto. L'universalità del R. di D. si ricollega intimamente alla sua spiritualità; essa appare però di più nell'aspetto esteriore o sociale del Regno.
Il Regno è anche una società: Chiesa (v.) dà le chiavi del R. di D. a Pietro (Mt. 16, 19), descrive il Regno come una collettività di uomini buoni e cattivi (parabola del loglio: ibid. 13, 24-30 e 36-43), come un convito cui tutti sono invitati (ibid. 22, 1-10). Non si può senz'altro identificare R. di D. e Chiesa (M. Meinertz, ibid., p. 70): ma dal momento che il Regno ha aspetto insieme presente e futuro, che esso opera già nel tempo presente, portatrice del Regno può essere solo la Chiesa. Le relazioni tra il Regno e la Chiesa si possono esprimere (con Y. de La Brière [V. BIBLICA.], col. 1248) così: la Chiesa costituisce il R. di D. sotto l'aspetto esterno e sociale, procura il Regno nel suo aspetto interiore, lo prepara nel suo aspetto escatologico, celeste.
La genuina dottrina di Gesù sul Regno, quale risulta dai testi, è falsata sia dalla « scuola liberale », per cui Gesù avrebbe predicato un regno presente, ma solo interiore, sia dagli escatologisti, secondo cui Gesù avrebbe avuto in vista solo il Regno della fine dei tempi, predicando un messianismo apocalittico e illudendosi sulla prossima venuta del Regno (F. M. Braun, Jesus, histoire et critique, Parigi-Tournai 1947, p. 85). Recentemente però anche critici protestanti tendono ad ammettere sia il carattere futuro del Regno (e della Chiesa), negato dalla scuola liberale, sia l'aspetto presente, negato dalla scuola escatologica, e scorgono tra la Chiesa e il Regno un rapporto di reciproca appartenenza.
Il R. di D., oggetto della catechesi primitiva (cf. Act. 19, 8; 20, 25; 28, 23; 31; testi riguardanti la predicazione di S. Paolo), ha poco rilievo nelle lettere paoline: per lo più appare come un bene dei tempi della consumazione (come eredità I Cor. 6, 9-10; 15, 50; Gal. 5, 21); è già però incominciato, perché Paolo con altri lavora per esso (Col. 4, 11). Il R. di D. si identifica con il Regno di Cristo (M. Meinertz, op. cit., II, pp. 109 sg., 159), ha avuto inizio con Gesù e ha la sua manifestazione visibile nella Chiesa (ibid., p. 234). In S. Giovanni il R. di D., che nella tradizione sinottica aveva avuto parte fondamentale, è nominato solo due volte (Jo. 3, 3, 5, ove non manca l'accento escatologico); ha l'equivalente nel concetto di Vita (M. Meinertz, ibid., pp. 282, 316).
S. M. Braun, Nuovi aspetti del problema della Chiesa, in DFC, 1 (1911), coll. 1219-1301; J. B. Frey, Royaume de Dieu, in DB, V (1912), coll. 1237-57; K. L. Schmidt, Βασιλιάς, in Theol. Wörterb. zum Neuen Test., I, Stoccarda 1932, pp. 582-92; A. Médeville, Eglise, in DB, II (1934), coll. 403-99.
S. M. Braun, Nuovi aspetti del problema della Chiesa, in DFC, 1 (1911), coll
permette la riparazione anche di organi complessi quali la coda e gli arti dei tritoni, la coda delle lucertole, ecc. Questo processo rigenerativo che permette la r. dell'individuo menomato diviene sempre più limitato salendo la scala zoologica e così nell'uomo la rigenerazione è solo parziale (ghiandole connettive, tessuto osseo, ecc.) mentre prevale la cicatrizzazione, che, se da un lato è anch'esso un fenomeno rigenerativo, dall'altro è un fenomeno che si oppone alla rigenerazione. Così, se ad un tritone a cui si sia amputata la coda si cucino i lembi, così da favorire la cicatrizzazione, non si ha più la rigenerazione della coda. Fenomeni regolativi si hanno anche nel campo fisiologico, quando, alterate le condizioni morfologiche che non permetterebbero una normale funzione, si riequilibra l'attività fisiologica con la messa in atto di processi vicarianti.
Il fenomeno della r. sembra rispondere perfettamente ad un principio finalista che porti all'armonia anatomica e funzionale dell'unità organica. Tuttavia molti autori, basandosi su fatti che sembrano contrastare questo principio, hanno voluto escludere la finalità della r. Gli esempi sono molti, basti pensare alle formazioni bicefale e ai gemelli siamesi, più o meno uniti anatomicamente, e ai fenomeni della iperrigenerazione. Sia nelle mostruosità doppie sia nelle iperrigenerazioni la r. non ha portato certo ad un equilibrio. Ma basta ciò per escludere un principio finalista nella r.? Sembra di no, perché in questi casi vi è la ragione del mancato equilibrio raggiunto: l'organismo tende sempre con la r. a questo equilibrio, ma se le condizioni materiali non lo permettono ciò non si può esplicare. Così nei casi delle formazioni doppie si sa che ciò è dovuto alla imparziale separazione dei stormeri; nelle iperrigenerazioni, quale, ad es., la rigenerazione plurima di arti, si sa che fattori sperimentali o accidentali hanno provocato una suddivisione del sistema rigenerativo. Così nelle forme superiori, pur essendo la tendenza alla r., essa si presenta assai modesta, ma ciò in relazione all'elevato grado di differenziamento citologico che limita le possibilità riproduttive e pluripotenziali delle cellule.
È stato detto che la r. non è un fenomeno limitato ai viventi: anche nel mondo inanimato vi sarebbero fe- nomeni regolativi. Così un cristallo rotto, immerso nella soluzione madre, finisce per riparare la ferita. Ma in realtà si tratta di un processo profondamente diverso: nel cristallo si tratta di sovrapposizione di molecole che dalla soluzione madre si depositano con ordine sulle molecole ordinate del cristallo, con un fenomeno di giustapposizione che può essere considerato simile all'assestamento ordinato di palline in una scatoletta; nella rigenerazione dei viventi la parte si forma per intrinseca attività se- condo un piano intrinsecamente determinato.