RENATA di FRANCIA, duchessa di FERRARA. - Figlia del re di Francia Luigi XII e di Anna di Bretagna, n. nel castello di Blois il 25 ott. 1510, m. nel castello di Montargis il 12 giugno 1575. Educata con grande cura, mostrò disposizioni per lo studio e soprattutto per le questioni religiose; sotto l'influsso Le Fèvre d'Étaples (v.) si orientò verso la riforma della Chiesa, concepita però in senso cattolico.
Fidanzata a Carlo d'Austria (il futuro Carlo V), poi al fratello di lui Ferdinando, quindi a Enrico VIII di Inghilterra, sposò Ercole II d'Este, duca di Ferrara, figlio di Lucrezia Borgia, il 28 maggio 1528 a Saint-Germain; la sua dote fu costituita dai Ducati di Chartres e di Montargis.
Ercole e R., ambedue colti e mecenati, fecero della loro dimora una brillante accolta di uomini insigni: fra cui Bernardo Tasso, padre di Torquato. R. si fece subito notare come protettrice dei riformisti perseguitati dalla Chiesa; Ferrara divenne così il centro di una colonia di rifugiati; notissimi il poeta Marot e Calvino, accompagnato dal suo amico di Tillet. Il soggiorno di Calvino, però, durò solo dalla metà di marzo alla fine di apr. 1536. Uno dei 'luterani' nella corte estense, a nome Jehannet, che apparteneva alla conventicola di Marot, arrestato e messo alla tortura, confessò che molti di quelli che avevano cercato la protezione di R. favorivano le nuove dottrine; ciò diede luogo a una inchiesta e Calvino stimò prudente allontanarsi in compagnia del du Tillet. R. però tenne relazioni epistolari con Calvino; le dodici lettere che rimangono indicano lo spirito che la duchessa conservò fino alla morte (ed. J. Bonnet, Lettres françaises de Jean Calvin, 2 voll., Parigi 1854). La prima, che il Bonnet segna con la data 1541, sembra essere piuttosto del 1537. È la più lunga e la più virulenta; Calvino mette in guardia R. contro il suo cappellano Francesco (Richardot), presentandolo come un uomo senza coscienza, avido di denaro, di dubbia onestà; contro di lui si scaglia per aver coniugliato R. ad assistere alla Messa 'il sacrilegio più esecabile che si possa concepire' (op. cit., I, p. 49). La seconda è del 6 ag. 1554: come la prima e le successive, è firmata con lo pseudonimo Charles d'Espeville, e incoraggia R. a resistere alle pressioni di suo marito e soprattutto di suo nipote, il re di Francia Enrico II, e insieme annunzia l'arrivo di un cappellano sicuro (calvinista), Francesco de Morel. R. era stata condannata da suo marito alla residenza sorvegliata nel Castello di Este: dovette per un certo tempo subire la condanna. Calvino le scrisse il 2 febbr. 1555 per consigliare la penitenza e prometterle il perdono di Dio (op. cit., II, pp. 4-7). La lettera successiva, del giugno 1555, fu recata dal marchese de Vico, passato al 'eresia: contiene l'incoraggiamento a R. di resistere a suo marito e alla Chiesa (ibid., p. 57 sgg.). La quinta, del 20 luglio 1558, ha lo stesso contenuto delle precedenti (ibid., p. 215 sgg.). R., rimasta vedova il 3 ott. 1559, ritornò in Francia nel sett. 1560. Il Muratori attesta che fu rimpianta dalla popolazione per la sua bontà e generosità (Antichità estensi, II, p. 389). Calvino le scrisse il 5 luglio 1560 per disapprovare la sua partenza da Ferrara (J. Bonnet, Lettres, II, p. 337 sgg.). Le due lettere successive, 16 genn. 1561 e febbr. 1562 (ibid., pp. 386 e 456) le esprimono i rallegramenti per il coraggio con il quale ha preso la difesa dei 'riformati'. Nell'altra è indicato accanto a R., in qualità di cappellano, quello stesso Francesco de Morel che essa aveva già avuto a Ferrara e che era diventato il principale pastore di Parigi. La nona lettera (10 maggio 1563) loda R. per l'atteggiamento assunto durante la prima guerra di religione (ibid., p. 513 sgg.). La decima, dell'8 genn. 1564 (ibid., p. 545), la mette in guardia contro l'indulgenza verso i cosiddetti 'riformati' che venissero censurati dal concistore di Montargis, residenza della duchessa, per i loro cattivi costumi. E Calvino le fa dono di una medaglia d'oro coniata da Luigi XII di lei padre, al tempo dei suoi urti con il papa Giulio II, con questa iscrizione: Perdam Babylonis nomen. La duchessa lo ringraziò vivamente del dono e che non ha l'eguale 'come dice. E lodato Dio, aggiunge, che il defunto re, mio padre, abbia preso tale decisione. Se Dio non gli ha concesso la grazia di mandarà al esecuzione, forse spetterà ad uno dei suoi discendenti di eseguirla in sua vece' (ibid., p. 549).
Nelle due ultime lettere, Calvino, ormai vicino a morire, cerca di scolpare i suoi correligionari della rabbia con la quale oltraggiavano la memoria del duca François di Guisa, assassinato dinanzi ad Orléans, mandando all'inferno. R. era la suocera e protestava contro tale cattiveria (24 genn. e 4 apr. 1564: ibid., pp. 550 e 558). R., a Montargis, si mantenne estranea alle lotte che insanguinavano la Francia e che ella disapprovò totalmente.