SAGRA DI SAN MICHELE - Denominazione popolare di un'antica abbazia benedettina, in diocesi di Susa, costruita su uno sperone (Monte Pirrichiano, m. 916) all'imbocco della Valle Segusina, vicinato al luogo in cui Desiderio contrastò il passo a Carlomagno (il vero nome è S. Michele delle Chiuse, nel medioevo si disse coenobium Clusinum).
L'origine risale alla fine del sec. X, allorché Hugues le Decousu de Montboissier, nobile d'Alvernia, dovendo erigere un monastero per ingiunzione penitenziale del Papa (Giovanni XIV o XV, secondo alcuni: ma più probabilmente Silvestro II), lo fondò presso una piccola chiesa dedicata all'arcangelo Michele, costruita o piuttosto restaurata qualche anno prima da S. Giovanni Vincenzo, già vescovo di una città del territorio ravennate, ritirato in romitaggio sul Monte Caprasio, di fronte al Pirrichiano.
Già con il primo abate (Avverto) l'abbazia salì a notevole importanza che si accrebbe soprattutto sotto il governo di Benedetto I (sec. XI, in.), Benedetto II (m. nel 1091, fondatore della scuola abbaziale e maestro del monaco Guglielmo, cronista clusino), Guglielmo I (sec. XII, in.), Stefano (metà sec. XII), Elia (sec. XIII, prima metà), e raggiunse il massimo splendore (ca. 300 monaci, 140 chiese e badie sotto la sua giurisdizione) con Rodolfo di Montebello (m. nel 1359). Nella seconda metà del sec. XIV si determinò una rapida decadenza, iniziata con l'elezione di Simonica al seggio abbaziale di Pietro III (1362) e culminata nel 1381 con il passaggio al regime commendato, sollecitato da Amedeo VI di Savoia per frenare la corruzione dei monaci. La commenda fu per vari anni, durante il sec. XVI, appannaggio dei Ferrero, nobile famiglia biellese; toccò pure varie volte ai Savoia, e su richiesta di Emanuele Filiberto papa Gregorio XV soppresse la comunità monastica, destinando i redditi della abbazia all'erezione della collegiata di Gioveno, cui il monastero rimase in custodia. Carlo Felice scelse la cripta del tempio a sepoltura dei membri di un ramo laterale di casa Savoia. Nel 1803 il territorio fu passato da Pio VII sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di Torino, e finalmente nel 1836 Gregorio XVI vi stabilì i Rosminiani.
Del complesso edilizio, irregolare per la natura stessa del luogo e per il sovrapporsi delle vicende architetto-niche, sono notevoli la chiesa e il cosiddetto «sepolcro dei monaci», edificio a pianta circolare di età romana, ora in rovina. La chiesa risulta di tre fasi distinte: la cripta, identificabile forse con la chiesetta di S. Giovanni Vincenzo, le tre absidi romaniche (di cui la mediana più ampia) poggiate su enormi sostruzioni alte 23 m., risalenti al sec. XII; il corpo, del sec. XIV, in stile gotico. L'accesso, attraverso una gradinata tagliata sulla roccia («scalone dei morti»), è interessante per la «porta dello zodiace», che reca la firma di un Nicolaus, identificato da alcuni, per certe affinità di motivi scultorei, con l'autore del portale destro del duomo di Piacenza.