SCHILLER, Friedrich. - Poeta lirico e drammaturgo tedesco, n. a Marbach, nel Württemberg, il 10 nov. 1759, m. a Weimar il 9 maggio 1805. Suo padre prestò lungamente servizio nell'esercito; sua madre, di umile condizione, aveva l'educazione e la religione del cuore. Compiuti con grande profitto i primi studi, Federico fu accolto nella scuola militare di Solitudine nel 1773, dove studiò giurisprudenza e più tardi medicina; ma né questi studi, né la rigida disciplina di questo istituto si confacevano al suo temperamento e alla sua aspirazione. Insofferente di ogni restrizione e di ogni studio speciale, egli preferiva dedicarsi alla lettura dei classici e dei maggiori poeti moderni, alimentando così quella vocazione alla poesia che non tardò a rivelarsi prepotente.
Dopo alcuni tentativi lirici e drammatici, a soli diciotto anni, tra lo stupore e l'ammirazione dei compagni, scrisse la prima grande tragedia: Die Räuber, piena di impeto indisciplinato e di fervore lirico potentemente trasmodante, la quale, tra esagerazioni e inverosimiglianze, mostra una scomposta aspirazione alla libertà individuale al di sopra e anzi contro ogni legge morale. Seguirono la tragedia storica Die Verschwörung des Fiesko e la tragedia borghese Luise Millerin, intitolata poi Kabale und Liebe, due lavori drammatici appartenenti, come il primo, al periodo Sturm und Drang, nei quali è evidente il riflesso delle condizioni letterarie del tempo.
Dopo qualche anno vide la luce il Don Carlos, l'opera più tormentata di S. Concepita dapprima come una tragedia familiare - la insana passione dell'Infante per la matrigna, la regina Elisabetta - essa era venuta trasformandosi in una esaltazione di fede politica, nella
qual e giganteggia la figura del marchese di Posa, il rappresentante dell'ideale politico - umanitario del poeta. Con la pubblicazione di questo lavoro una ampia parentesi si apre nella produzione drammatica di S. fino al 1797. Di questo periodo, oltre molte liriche, è una serie di scritti teorici, in cui sono esposti i principi di una estetica morale, e storici, privi peraltro questi ultimi, di rigoroso metodo per quanto riguarda la ricerca e la critica delle fonti.

La serie dei capolavori drammatici s'inizia con la trilogia del Wallenstein, nella quale il poeta dà l'affermazione matura del suo genio, raggiungendo, in conformità dei canoni artistici, lungamente meditati, una rappresentazione umana, idealizzata da elementi storici. Nelle due tragedie successive: Maria Stuard e Die Jungfrau von Orléans l'azione drammatica si allontana ancor più dalla realtà storica, mentre nella seconda non manca quell'elemento meraviglioso e soprannaturale che nella tragedia greca è rappresentato dal fatto. In ambedue il poeta si preoccupa soprattutto di ritrarre caratteri umani. Una Schicksalstragödie può definirsi Die Braut von Messina, ma S. non trascende qui alle desolate conseguenze contenute in tali drammi per non negare il libero arbitrio. Ultima tragedia è il Wilhelm Tell - il Demetrius è rimasto incompiuto - il quale segnò una piena vittoria fin dalla prima rappresentazione (1804). Tell, personaggio immaginario, non ama che la sua famiglia, la sua patria, la sua libertà e rappresenta il difensore del diritto naturale; solo quando questo è offeso si ribella ed uccide il tiranno che nega e calpesta tale diritto. In quest'opera si riassumono in una sintesi mirabile i due grandi amori dello S.: l'amore per le bellezze della natura e quello per la libertà.
A un idealismo etico sono ispirate anche le liriche di S. da quelle giovanili scritte nel suo periodo Sturm und Drang, nelle quali, pur tra sfoghi di un temperamento acceso e ribelle, si avverte già l'aspirazione a un ideale di umanità più alta, al celebratissimo Lied von der Glocke. Esso ebbe dopo la morte del poeta un epilogo, scritto da Goethe, nel quale questi affermava che la luce che aveva illuminato lo spirito dell'impeggiaibile amico perduto, era da tempo diventata la fede di migliaia di uomini.
Tutta l'opera schilleriana riassume ed esprime in sé l'aspirazione dell'anima tedesca a un ideale di vita e di umanità superiori. I drammi e le liriche sono dominati da un principio etico, da una stessa idea morale. Difficile sarebbe negare nel poeta istintivi impulsi di simpatia per i suoi eroi trasgressori della legge morale, soprattutto per Maria, colpevole d'ogni peccato, e perfino per Carlo Moor, spinto oltre il limite di ogni malvagità e pervertimento; ma anche in questa torbida tragedia è il preannuncio della idea ispiratrice dei drammi posteriori: il sogno di redenzione politica e umana del marchese di Posa, il conflitto interiore di Wallenstein, il fremito della coscienza morale di Maria, l'anelito al sacrificio e alla resurrezione di Giovanna: ero ed eroine tutti strettamente congiunti a una medesima realtà etica. L'uomo - secondo S., il cui pensiero procede sulle orme di Kant - giunge alla vera conquista della libertà, cioè al possesso pieno della umanità e dell'armonia dello spirito, soltanto nella completa rivelazione dell'imperativo categorico della propria coscienza. Ma tale conquista implica necessariamente lotte e dolori. Tutti gli eroi schilleriani lottano e soffrono così per la propria e per l'altrui libertà, perché il poeta, assetato egli stesso di libertà, anche se spesso indulge all'impeto delle loro passioni, mai li priva della fiamma della sua fede e del senso di responsabilità morale. In realtà dunque è sempre l'elevazione dell'individuo e in conseguenza della umanità la meta cui il poeta aspira, cui egli crede e che accende il suo sentimento e la sua fantasia. Donde l'unità ideale di tutta l'opera sua.