SENTENZE, COMMENTI alle. - Il libro di testo nella Facoltà di teologia durante i secc. XIII e XIV era la Bibbia, la "sacra pagina", di cui il maestro reggente "leggeva" a sua scelta questo o quel libro. Il baccelliere, invece, al quale il maestro affidava gran parte del suo insegnamento e della sua responsabilità, commentava ai più giovani i quattro libri delle S. Pietro Lombardo (v.).
Ne facevano obbligo gli statuti della Facoltà di Parigi, seguiti, in questo, da tutte le altre università. Nessuno poteva accedere al magistero o prendere la licentia docendi, senza avere eseguito tale incarico con soddisfazione degli studenti e del maestro, che se ne faceva garante. Le S. divennero così il libro o lo Scriptum, in Scripto e Pietro Lombardo il maestro. L'importanza del testo non cessò di aumentare, mano mano che i maestri, prendendo meno interesse al loro insegnamento, si fidavano troppo del loro baccelliere e che la iniziazione alla teologia consistette soprattutto nello studio di tutta un'opera, piuttosto che in commentari capricciosi di libri diversi. Occorre, pertanto, riferirsi ai commenti di quel testo se si vogliono seguire le varie fasi del pensiero teologico; tanto più che ciascun commento non trascurava nessuno dei problemi teologici e che il numero di essi rimasto è assai elevato. Nel Repertorium dello F. Stegmüller si trovano 1.407 numeri, anche se non tutti, forse, sono veri e propri commentari e non tutti sono integri; tale cifra dà un'idea dell'importanza del materiale posseduto, nella maggior parte ancora inedito.
L'opera di Pietro Lombardo non era che uno dei tanti saggi che riuniva in una trattazione completa e organica tutti i problemi discussi in teologia. Si conoscono altri, anteriori e posteriori, che hanno lo stesso carattere, da Abelardo, Ugo di S. Vittore, Rolando Bandinelli, Gandolfo di Bologna, fino alle Sententiae Parisienses, Flo-rianienses, Sententiae Divinitatis, la Roberto di Melun (v.), Pietro di Poitiers (v.) ecc. Ma quella di Pietro Lombardo prevalse sulle altre per l'esposizione chiara e logica, per la documentazione patristica ben scelta e abbondante, per l'equilibrio delle soluzioni. L'interesse dei commentari sulle S. è dato e dall'elemento comune offerto dal libro di testo al quale tutti dovevano riferirsi e dal campo relativamente assai largo concesso al pensiero e all'iniziativa personale; in modo che attraverso i singoli libri si rivelano i rispettivi autori ed insieme il movimento del pensiero teologico, le cui diverse correnti si manifestano, soprattutto se raggruppate nelle varie scuole e confrontate nella loro successione cronologica.
Secondo gli statuti dell'Università ciascun baccelliere e sententiarius leggeva tutti i libri del Lombardo in due anni, ma dalla metà del secc. XIV, come sembra, si faceva in un anno. Erano anche fissate le date per l'inaugurazione di ciascun libro, il cui principio veniva celebrato con una specie di festa solenne, soprattutto il primo (tra l'Esaltazione della S. Croce e S. Dionigi); il secondo avveniva nei primi di gennaio, il terzo nei primi di marzo e il quarto in quelli di maggio. Si seguiva, generalmente, lo stesso ordine di Pietro Lombardo; assai spesso, però, per varie ragioni, lo si poteva cambiare; così, p. es., Pietro Aureolo lesse il I e il IV 1. nel 1316-17 e il II e il III l'anno successivo; anche a Duns Scoto capitò di leggere il I e il IV 1. nello stesso anno scolastico. S. Bonaventura aveva letto il IV prima del III. S. Alberto M. avrebbe letto, sembra, il I e il III, poi il II e il IV. I quattro libri si dovevano leggere effettivamente senza fermarsi su alcune questioni particolari, nelle quali si sarebbe impiegato troppo tempo, come molti furono tentati di fare verso il secc. XIV e poi nel secc. XV. Ci si fermò, sin dall'inizio, a una questione del prologo o del I 1., per spiegare la quale si impiegavano tante lezioni che il resto del libro o anche dei libri ne faceva le spese. Così il Commentario di Pietro Lombardo finì con l'essere un pretesto per alcune questioni peregrine che con esso avevano un'attenzione relativa, questioni che si sarebbero potute affrontare senz'altro riferimento alle S. Per stare in regola con gli statuti, si leggevano o si riassumevano infine, molto celermente, alcuni passi del testo delle S.
Questo fatto, contrario agli statuti universitari, contrastava con lo spirito e la prassi iniziale. Avvenne, in realtà, un'evoluzione, che movendo dalla struttura stessa imposta dalle S. (comune, d'altra parte, a tutti gli altri commentari), cioè la divisio textus, le quaestiones annesse al testo, da esso provocate, poi, al termine della lezione, l'expositio litterae o i dubia in litteram (spiegazioni al testo del Lombardo), sfociò lentamente in una amplificazione del 2° punto, la questione, con danno degli altri punti che ne rimasero sacrificati. Presto essa rimase sola e seguendo l'ordine delle distinzioni e dei problemi del Lombardo, assunse tale vasta proporzione da annullare la sua funzione e giunse agli eccessi di cui sopra. Nella lettura ordinaria, come si rileva presso i grandi autori del secc. XIII, le questioni suscitate nel corso di ciascuna distinzione e di ciascuna suddivisione, possono essere più o meno numerose. Qui si nota l'iniziativa del lettore, del baccelliere e sententiarius, emergono i suoi desiderata, le sue preferenze, si svela il suo pensiero e la sua posizione personale. È sufficiente stabilire un parallelo per una stessa distinzione data da 4 o 5 autori quasi contemporanei, per scoprirvi l'estrema varietà del genere, numero delle questioni, carattere e soluzioni date alle stesse. Negli schemi fissati è lecita una certa qual libertà: si può sorvolare un problema che non piace posto dal Lombardo oppure porre altre questioni che egli non aveva sospettato. È lecito allontanarsi dal suo modo di vedere, criticare le sue soluzioni, proporre altre; senza sconvolgere il piano generale, si possono spostare delle questioni particolari e rimaneggiare con molta larghezza, a proprio piacimento, l'ordine dei trattati. C'è, d'altronde, tutta una serie di opinioni del Maestro delle S. che ufficialmente non tenentur.
Purché non si esca dal binario dell'ortodossia, sono permesse opinioni assai originali ed anche ardite; si sa di essere sempre sotto l'occhio vigile del maestro che dovrà garantire il valore dell'insegnamento del suo baccelliere, nonché sotto lo sguardo attento degli studenti, dei colleghi e degli avversari; di tanto in tanto denunzie costringono a fare una ritrattazione, quando non costringano persino ad abbandonare o ad interrompere prematuramente la carriera dell'insegnamento.
Il commentario sulle S. rimane, indubbiamente, opera giovanile, fino a un certo punto; era ammesso alla lettura delle S. solo chi contava 30 anni; assai spesso negli Ordini religiosi si richiedeva un'età maggiore, dopo un tirocinio abbastanza lungo di 7 o 8 anni di studi teologici precedenti, nei quali il candidato aveva assistito almeno tre volte alla lettura di 4. Il Pietro Lombardo; aveva potuto, così, riflettere, fare confronti, scegliere l'una o l'altra sentenza. Dal commentario alle S. (1254-56) s. Tommaso ha tratto le sue preferenze più importanti e non vi ritornò sopra facilmente; esso rimase per s. Tommaso, come per i suoi contemporanei, la base sulla quale più tardi furono redatte altre opere e costituiva nella carriera di un maestro il punto di partenza e di paragone più utile, in quanto era molto vasto e aveva costretto l'autore a pronunziarsi su quasi tutti i grandi temi della teologia.
Da ciò scaturisce l'importanza singolare dei commentari. Talvolta la redazione definitiva avviene, per vari motivi, dopo parecchi anni dall'insegnamento orale. Tale, p. es., è il caso di Egidio Romano, il cui I. comparve verso il 1276-78, cioè quasi subito dopo la lettura, mentre il II e il III non furono redatti che nel 1309. Lo Riccardo di Mediavilla (v.), i cui libri letti nel 1284-86 videro la luce verso il 1295. Non è raro il caso
di trovarsi di fronte a più redazioni, o perché l'autore ha dato, in più riprese, in luoghi diversi, il suo insegnamento sulle S., come Scoto, Vitale del Furno (a Parigi e a Montpellier), Pietro Aureolo (a Parigi, Tolosa, Bologna e Parigi), o perché, mosso dalle critiche subite o dal desiderio di una revisione, l'autore ha ripreso una prima redazione già fatta (così è di Durando di S. Porciano, di cui si possiede una triplice redazione, di Giovanni di Mirecourt che ne offre due). S. Tommaso si era proposto, durante la permanenza in Italia, di riprendere il suo Commentario, di cui rifece il I. I., ma vi rinunziò poi per consacrarsi piuttosto alla composizione della Summa Theologica.
Queste redazioni sono, in genere, assai curate, quanto alla esposizione e allo stile. Avviene però talvolta che un testo sia stato afferrato a volo da un uditore (è il caso dei reportata) o che le note non siano state completate dall'autore stesso. Così, p. es., le varie Reportationes (Parisiense, Oxonienses e, in queste, le varianti di questo o quel manoscritto) del Commentario di Duns Scoto (v. Talis sono gli appunti presi giorno per giorno da Riccardo di Bazoches nel corso tenuto da Pietro Plaoust nel 1392-1393, arricchite, inoltre, di annotazioni piccanti sui fatti dell'Università e del regno, o anche il testo, probabilmente originale, del Commentario di Gerardo di Abbéville sul III Sententiarum. Più vive e pittoresche delle altre, tali redazioni sono talvolta meno sicure. Per pronunciare un giudizio esatto sulla dottrina dell'autore occorre tener conto delle deficienze di colui che le riporta.
Attraverso questi commentari tanto numerosi, che si allineano dal sec. XIII al XV, provenienti da tutte le scuole, espressioni di tutte le grandi università, è possibile far la storia della teologia, delle sue incertezze o dei suoi progressi. Dopo i commentari, ma in un piano assai inferiore, occorre ricordare i riassunti del Lombardo (alcuni dei quali sono stati messi in versi), i ripiloghi dei commentari sulle S., i fogli o appunti di scuola e, infine, le compilazioni più o meno estese sui commentari, come p. es., quella di Prospero di Reggio Emilia, contenuta nel ms. Vat. lat. 1086 sul prologo, e la dist. I del primo libro, o l'anonima di Münster, Univ. 257, sul trattato de virtutibus.