SEQUENZE. - In principio la s. non era che il vocalizzo sulla sillaba finale dell'Allegia del Graude; era il jubilus o jubilatio, che si divideva in sequentiae per il respiro delle pause o per l'alternazione dei cori. Al vocalizzo si sostituì poi un testo adattabile alla melodia, e si chiamò s. il testo e la relativa melodia.
Quale influsso vi abbia avuto la forma musicale bizantina della «xoxovx» ancora è incerto. Padre della s. è ritenuto Notkero il Balbulo (m. nel 912), monaco di S. Gallo; ma da alcuni le origini si fanno rimontare al sec. VIII in Francia. Un monaco fuggitivo del monastero di Jumièges presso Rouen, distrutto dai Normanni (nel 1862 ca.) aveva recato a S. Gallo un antifonario con al
SEQUENZE

SEQUENZE - 4 Sancti spiritus adsit nobis gratia, antica s. di Pentecoste. Graduale e tropario, proveniente forse da Bologna, trascritto ca. il 1039; ms. neumatizzato, notazione italiana - Roma, Bibl. Angelica 123 (B. 3, 18), f. 233r.
cuni testi di s. A. Notkero queste non piacque, ma mossero lui stesso a redigerne altre sulla loro linea ed esempio. Le primizie della nuova composizione sono date da queste due proposizioni: Laudes Deo concinant orbis universus, qui gratis est redemptus e Coluber Adae deceptor. Non solo la melodia della sillaba finale ia di Alleluia, ma anche quelle delle due precedenti di le e lu furono poi da Notkero usate per inserirvi il testo. In principio la s. non si adorna di omofonie. Ma nell'in-tervallo dalla fine del sec. x al principio del sec. xii, appare con frequenti assonanze e rime, ed è molto libera quanto al ritmo, come, ad es., Victimae paschali di Vipone. Poi acquista una regolarità ritmica, che può essere poli-ritmica e, prescogliendo generalmente l'andamento tro-caico, si veste di rime e finisce col distinguersi dall'inno per lo più giambico, soltanto per la sua gravità propria del solenne trocaioc e per la molteplicità melodica delle sue strofe: esempio ne sia il Veni Sancte Spiritus, la s. d'oro, la cui paternità, ora, più che a papa In-nocenzo III si attribuisce a Stefano Langton (m. nel 1228). Le s. sono contraddistinte da nomi spesso di oscura si-gnificazione: sono dati dal principio del versetto alle-luiatico come Dies sanctificatus del Natale; da nomi di strumenti: organa, sediculae, symphonia; altri sembrano nomi desunti o tradotti dal greco: Graeca, hypodiaco-nissa, Hieronyma; da indicazioni di melodie popolari usate: puella turbata, planctus pueri capti, planctus cigni, ecc. Il più grande scrittore di s. fu Adamo da S. Vittore (v.). Nei primi tempi i testi delle s. e le rispettive loro melodie erano limitati a singole regioni. Si distin-guono diversi periodi con produzione locale: quello te-desco (S. Gallo), quello dell'Italia settentrionale (Verona, Nonantola), francese (Limoges), inglese (Winchester). Al-l'età delle s. rimate alcune divennero di uso generale o quasi per la cristianità occidentale: così per il Natale Natus ante saecula; per la Pentecoste Sancti Spiritus adsit; per la festa degli Apostoli Clare sanctorum; per s. Giovanni Battista Sancti Baptistae. Francia e Germania fu-rono la patria più feconda delle s. Ce ne furono anche di genere profano, perfino satirico come comprovano i Car-mina Burana e i Carmina Cantabrigiensa. Il medioevo ebbe predilezione per questo genere di carmi, dove espresse il suo genio e le sue emozioni profonde e tipiche. Più di 5000 sono le s. che esso ha lasciato. Prima della riforma unitaria del Messale eseguita da Pio V (1570), l'anno li-turgico ne recava 150. Presentemente ne sono rimaste 5: Victimae paschali, Veni Sancte Spiritus, Lauda Sion Sal-vatorem, Stabat Mater, Dies irae. Questa segna una finale tipica evoluzione: nata dall'Alleluia della Messa, essa appare in una Messa senza Alleluia.
S. NELLA LITURGIA EBRAICA. - S. è traduzione di αξιολογώσι, che nel linguaggio liturgico bizantino significa un complesso di cerimonie e preghiere che accompa-gano e seguono un rito (ad es., Battesimo, Matrimonio, lavanda dei piedi), e le regole concernenti un compo-nimento poetico-musicale libero. Vi è affine, nella ter-minologia liturgica ebraica, qarôbh «avvicinarsi, offrire»; il hasán (ufficiante religioso, cantore) compie il qrb. cioè intona un inno liturgico che è uno sviluppo libero delle idee contenute nel testo liturgico tradizionale che lo precede. Lo sviluppo storico del termine pare sia segnato dai tre stadi: qerôbhán, αξιολογώσι, sequentia.