SIGNORIE e PRINCIPATI. - Le due parole, e soprattutto la prima, indicano due cose fra di loro legate, ma in realtà ben diverse, cioè la nuova forma monarchica, che prese il governo comunale di molte città italiane a partire dalla metà del sec. XIII e insieme il corrispondente periodo della storia d'Italia sino alla caduta dell'indipendenza. Per questa nuova forma monarchica la costituzione comunale viene svuotata di vera autorità ed il potere effettivo si raccoglie nelle mani di un uomo, prima in forma temporanea e straordinaria, poi vitalizia, infine ereditaria. Raggiunta quest'ultima fase, la s. cerca di legittimare la propria autorità, all'infuori dell'originale elezione popolare, ricorrendo alle concezioni imperiali che finiscono con il costituire un p. a tipo feudale. La s. è fatale evoluzione del comune, dovuta alla insufficienza delle sue istituzioni a mantenere la pace interna e a frenare la violenza delle lotte tra famiglie, partiti, classi che tendono a dominare da sole la città a danno degli avversari spesso espulsi. Questa asprezza delle lotte interne si intensifica con l'allargamento della base politica del comune e la partecipazione di nuovi strati della popolazione al governo, e si aggrava per la minaccia esterna, quando la guerriglia dei fuoriusciti si appoggia ai soccorsi delle città vicine e rivali. Allora la gravità del pericolo rende necessaria l'azione di un capo
come in qualsiasi forma di guerra; ed il capo la esercita in difesa della parte da lui condotta alla vittoria. La pressione dei nemici esterni e le insidie di quelli interni, quando non riescono a rovesciare questa situazione, concorrono ad allargare i poteri del capo e infine a dar ad essi legalità con il conferimento di un titolo che ne qualifichi la funzione, e con decreti che ne fissino l'autorità, presto illimitata.
Questa origine delle principali s., in funzione di difesa di una situazione interna, esclude la violenza e l'intrigo personale, in quanto l'opera, certo ambiziosa, del capo, si confonde con gli interessi del partito più forte. Il fenomeno si inizia verso la metà del sec. XIII per l'acciarsi delle lotte interne delle città durante e a causa del conflitto tra Federico II e Comuni, e se ne vedono i primi segni nell'elemento popolare e quello, p. es., a Milano quando i della Torre divengono spesso anziani della Credenza di S. Ambrogio per essere rovesciati solo nel 1278 dai nobili e ghibellini che acclamano signore l'arcivescovo Ottone Visconti. Lo stesso elemento gualfo, cacciando Salin-guerra, capo del partito avverso, riconduce, con l'aiuto veneto, a Ferrara nel 1240 Azzo VII d'Este, che fino alla morte avrà una forte preminenza, mentre il titolo di signore fu invece dato a suo nipote Obizzo (1204). An-cedente a questa vi sarebbe la s. di Ezzelino da Romano su Verona (1232) e poi Vicenza e Padova, ma essa, di fatto, si appoggia sulle forze dell'imperatore Federico II, che vuol così sicura la via verso la Germania. Solo dopo la sua morte si svolge libero il gioco delle forze interne, che presto si danno un capo in Mastino della Scala e ucciso lui (1277), al fratello Alberto, eletto a succedergli, vien dato il titolo di capitano e rettore dei gastaldoni dei Mestieri e del popolo di Verona, che indicava che egli doveva difendere il predominio del popolo organizzato nelle Arti contro le antiche famiglie fuoriuscite.
La s. in ogni città dove sorse ha origini varie, secondo le condizioni locali, ma dovunque comune il bisogno di pace sia pur con l'espulsione degli avversari e la tenace lotta per tenerli lontani: conseguenza di quello spirito di intolleranza e di monopolio della libertà politica per la propria parte, proprio del medioevo e dell'età comunale, nella quale spesso è affermata la identità della parte con il comune («quae pars est Comune»). Talora appunto l'ufficio di signore è mascherato con il titolo di «conservatore della pace» dato a Bologna a Taddeo Pepoli (1337). Nei rapporti con il comune è logico che la s. lasci sussistere Consigli, magistratura e persino la individualità patrimoniale; e la creazione e la successione di essa è legittimata da una elezione, anche se talora succede a una prima proclamazione cui han contribuito le armi. Fra le prime facoltà concesse al signore vi è l'arbitrio e la balia, cioè un potere superiore alla costituzione, potere di cui solo l'entrammento il nuovo signore fa uso, servendosi piuttosto di forme abili e meno appariscenti. Il prolungarsi della s. si deve allo stringersi attorno al signore degli interessi di persone e famiglie timorose di avere, dal succedere di persone estranee o dal ritorno del regime comunale, grave danno nella posizione e negli interessi, sicché la elezione popolare, sempre di rito, è poco più che una formalità, a meno che non sia in atto una crisi della s. e che l'elezione possa dar adito al malcontento di manifestarsi; ma spesso il signore evitava questo pericolo associandosi da vivo il figlio erede, per mezzo di una elezione anticipata. L'inizio della s. però è esposto a un grave pericolo interno da parte dei compagni antichi del signore, i quali mal sopportano che la funzione, attribuita al loro capo solo per difendere la vittoria comune, si trasformi lentamente in un privilegio personale o familiare che lo innalza e distacca dagli antichi compagni. Ma contro la pericolosa origine popolare, il signore cerca garanzia con una legittimazione della sua autorità in un vicariato imperiale (p. palle nello Stato pontificio). L'ufficio poi di vicario impari alle concedeva un potere superiore alle leggi locali e quindi il diritto di modificare gli statuti comunali, facoltà già concessa nell'arbitrium, ma usata sempre con molta prudenza. Il titolo di vicario, sotto già alla fine del sec. XIII, divenne con Enrico VII e successori un com-plemento necessario della s., e, per vari motivi, comune nel sec. XIV. Dal vicariato al p. non c'era che un passo, tanto più che in Piemonte duravano ancora s. di origine feudale (Savoia, Monferrato, Saluzzo): già Lodovico il Bavaro aveva creato Castruccio duca di Lucca, ma il fatto decisivo fu la trasformazione della s. visconte nel 1395 in Ducato di Milano: così lentamente per ragioni di prestigio e vanità le varie s. del nord d'Italia ottennero titoli di duchi, marchesi e conti, pagandoli bene all'Imperatore, che già da tempo vendeva a borghesi titoli minori di nobiltà feudale. Così il vecchio signore, che già comanda per una sua autorità effettiva, ora legalmente governa nel ducato o marchesto per concessione imperiale. Quando l'Italia ha di fatto eliminato l'Impero dalla sua vita, vi è la finzione che i nuovi principi italiani del nord esercitino un'autorità legittima solo perché investiti dall'Imperatore: finzione che diventerà fatale quando Carlo V farà valere questi diritti imperiali, che parevano svuotati di valore.
Un processo alquanto diverso segue la formazione della s. in una città come Firenze, dove lo sviluppo più vasto e profondo del regime comunale e delle Arti, e la potente vita mercantile ritardarono di più di un secolo questa evoluzione, perché al bisogno di pace interna, di unità e continuità nella politica estera, nei momenti di crisi si provvedeva, nella prima metà del '300, con i vicariati angioini, che lasciavano intatta l'autonomia interna. Quando però il Duca d'Atene (già reggente angioino, eletto in un momento di grave crisi) esorbitò da questi limiti, fu cacciato da tutta la città insorta (1343). Decaduto il Regno angioino, Firenze supplì, dal 1382, al bisogno di concentrazione dell'autorità e di continuità con una stretta oligarchia mercantile in cui il potere era in pochissime mani. Ma questa s. larvata dietro la finzione comunale, richiede uomini di qualità eccezionali; quando essi vengono a mancare, il regime si sfascia e al loro posto sale Cosimo de' Medici, in nome dei popolari, senza le lotte e il sangue delle città settentrionali; ma egli pure deve mantenere la finzione repubblicana, la quale lentamente sarà soppressa, ma non senza possibilità di risveglio, dal nipote Lorenzo.
Esaminato l'aspetto interno della s., rimane l'altro aspetto, quello dei rapporti esterni, che danno la fisionomia al periodo storico stesso, fondendosi con le tendenze generali della vita italiana quali: la decadenza delle due autorità universali, Impero e Papato, e la conseguente autonomia della politica italiana; la tendenza a una riorganizzazione dell'antico Regno feudale in Stati vasti a base regionale che condurranno a una specie di equilibrio politico fra gli Stati stessi. Ora, l'organizzazione delle s. ha una stretta connessione con questa tendenza, perché essa, costituendo un governo più forte, rafforzò quel bisogno di espansione già manifestato nel comune, voltosi presto a sottomettere il comitato, e, dopo questo, territori contigui, vie terrestri e fluviali che potevano avere importanza economica e militare, specie cercando di prevenire le città vicine, fatto che da occasione alla maggior parte delle lotte fra le città stesse dovute non a ideologie, ma ad interessi concreti. D'altra parte anche nei rapporti con l'Impero e il Papato, è la saldezza del governo interno che fa sì che le s., anche ghibelline di nome, si mostrino così indipendenti contro Carlo IV, sì che a lui non rimarrà che sfruttare i comuni gueffi. Questa evoluzione della politica italiana verso una indipendenza reale è frutto in gran parte della potenza raggiunta dalle principali s. che, assorbendo le città minori, stanno riorganizzando l'antico Regno in vasti Stati, seguite in questo indirizzo dai comuni superstiti, che han finito con l'essere dominati da oligarchie le quali assicuravano continuità e fermezza di governo: Venezia in primo luogo e poi anche Firenze. Confrontando la geografia politica dell'Italia al principio del Trecento con quella della fine, appare quanto sia avanzata questa riorganizzazione territoriale e politica che troverà la sua definitiva forma nel Quattrocento: fra i due secoli però vi è questa differenza che nel primo vi è ancora la possibilità, o almeno l'illusione, della creazione di un grande Stato egemonico nel nord, ma dopo la crisi del Ducato di Milano alla morte di Gian Galeazzo Visconti, durante la quale si forma il dominio veneto di terraferma, e lo sviluppo degli Stati fiorentino e sabaudo, questo di-
segno è impossibile, e, dopo mezzo secolo di lotte, nella Pace di Lodi (1454) si impone l'equilibrio politico creato dalle circostanze. Durante questi due secoli, passa in seconda linea l'importanza del Regno meridionale, che con Carlo d'Angiò pareva voler riprendere i disegni ambiziosi di Federico II; la ferita interagì dal Vespro siciliano, lo stato di guerra quasi continuo fra i due Regni di Napoli e Sicilia, e le lotte dinastiche nel primo, paralizzano ogni ambizione dei suoi sovrani. Attraverso questi conflitti si insinua nel Mezzogiorno la dominazione straniera, prima in Sicilia e poi a Napoli, che per questa via risalirà la penisola sino a Milano. Solo i problemi interni che occupano la Francia e la Spagna ritardano sino alla fine del secolo quella invasione straniera che porrà fine all'indipendenza italiana. Di questo periodo solo gli uomini più acuti, Francesco Sforza soprattutto e Cosimo e Lorenzo d'Este, hanno coscienza e cercano di salvare l'equilibrio malgrado la costante discordia degli Stati italiani. Quando l'accordo fra Milano, Firenze e Napoli fu rotto dalla presuntuosa e torbida politica di Lodovico il Moro e dalla leggerezza del figlio e successore di Lorenzo d'Este, con Venezia malvista da tutti per il sospetto che aspirava a nuove espansioni, non vi era in Italia nessuna forza politica e militare capace di arrestare quell'invasione che si era andata preparando oltre le Alpi.
Questi due secoli, politicamente poco felici, sono invece gloriosi per gli splendori del Rinascimento letterario ed artistico che trova la maggior espressione nelle capitali dei nuovi Stati e presso i principi che ne sono generosi mecenati, specie a Firenze e a Roma, come pure a Milano, Mantova, Ferrara, Napoli. Malgrado questi splendori l'economia italiana dalla metà del Trecento tende ad arrestarsi e a ripiegare, specie nel campo bancario, per la concorrenza sorta all'estero e i danni dell'avanzo dei Turchi in Oriente.