SOFFERENZA

SOFFERENZA.- Un problema filosofico-morale, psicologicamente arduo, è posto dal fatto che la s. accompagna la vita di ognuno. La Rivelazione cristiana ha dato al «problema del dolore» l'unica risposta che calma lo spirito e lo sublima anche nella s. più acerba. Dio non si diletta della morte e dei dolori degli uomini (Sap. 1,13), anzi, in un piano di provvidenza che fu frustrato dal peccato, aveva stabilito che l'uomo passasse dalla vita terrena a quella celeste senza attraversare la dissoluzione: ma a motivo del peccato è entrata nel mondo la morte, con tutte le dolorose sue sequele (Rom. 5, 17). I dolori che colpiscono l'umanità sono fisici (le ambisce corporali, dall'indigenza, povertà, fame e sete, alle malattie più atroci fino alla morte) e morali (le tentazioni, aridità, ansietà, incomprensioni, avversità, fino all'odio ed alle persecuzioni). Ogni sorta di modi e di gradi. E oltre i dolori individuali, vi sono i collettivi e sociali, come guerre, carestie e altre calamità pubbliche.

La s. è una sequela naturale della limitatezza umana, soggetta all'azione disgregatrice dell'ambiente e agli attacchi delle libertà altrui, né ha di per sé valore soprannaturale. Però è per l'uomo un richiamo, uno stimolo, un tonico morale, come già dimostrano i moralisti della antichità classica, specialmente gli stoici (cf. Cicerone, Tusculanae disputationes, II. I-III). Per le anime vivificate dalla Grazia santificante, ogni s. acquista un valore sia meritorio ed imperitatorio, che attira loro i favori divini, sia soddisfattori e propiziatori, per cui espiano le colpe ed allontanano da sé e dai propri carri molti castighi meritativi. Nella vita morale la s. è un preservativo contro molti peccati, favorendo il distacco dalle creature, ed una luce che fa vedere meglio i vari valori della vita. Generalmente parlando, a parità di condizioni, il dolore sopportato con amore e con rassegnazione aumenta il merito delle azioni ed unisce più intimamente a Dio, rendendo il sofferente più simile al Divino Salvatore, che volle attraverso al dolore ed alla croce redimere l'umano genere dalla colpa.

La tradizione cattolica ha sempre riconosciuto questi valori della s. Già s. Agostino osservava: «da ogni parte Dio chiama gli uomini col flagello della tribolazione» (Enarr. in Ps. 102, 8) e notava che il dolore ha valore diverso secondo il modo con cui si sopporta: «Non qualia, sed qualis quisque patiatur» (De Civit. Dei, I, 8). S. Francesco di Sales affermò che «nostro Signore ci fa spesso un bene maggiore per mezzo dei travagli e delle afflizioni che per mezzo della felicità e delle consolazioni» (Lettera 814). Infatti attraverso alla prova della s. si afferma e si affina la virtù (I Pt. 1, 7), che acquista consistenza come il vaso di creta al fuoco (s. Agostino, in Ps. 75, V. 16). Perciò già s. Paolo si congratulava con i Filippesi, che Iddio avesse fatto loro la grazia «non solo di credere in Cristo, ma di patire per lui» (Phil. 1, 29).

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S. con ritratti e stemmi della sala della Giustizia (sec. xv). Saluzzo, Casa Cavassa (Museo civico).

Nell'ascetica è di grande valore l'accettazione generosa della s. «Beati quelli che piangono, perché essi saranno consolati» (Mt. 5, 5). La s. entra nei disegni salvifici di Dio, non solo come elemento di espiazione, ma per manifestare le opere di Dio (Io. 9, 3) e che tutti i malai sono indirizzati a un bene. Così fu la malattia di Lazzaro, ordinata dalla Provvidenza acciocché «il Fidulio di Dio fosse glorificato» (Io. 11, 4). Il fedele deve quindi accettare la s. con spirito di fede: senza ribellarsi, ma con rassegnazione. Oltre a questo fondamentale dovere, vi sono gradi di maggiore perfezione, qualora si accetti la s. con esplicita conformità alla divina volontà, ad imitazione del Salvatore, il quale asserì che «colui il quale non porta la sua croce non può essere suo discepolo» (Lc. 14, 27). Il più alto si ha quando non solo si accetta con piena dedizione la s., ma si abbraccia con gioia per amore del Signore.

Tutti i santi amarono perciò la s. e la esaltarono. Ignazio di Loyola chiamava «la malattia un dono non minore della sanità» (Costit. d. C. d. G., parte 3, cap. 1, n. 17), e s. Giovanna di Chantal affermava con sincerità: «Per me terrò in conto di grande grazia che neppure un giorno solo della mia vita fosse senza dolore; anzi neppure un'ora, affinché di fare penitenza dei tanti peccati che ogni giorno vado commettendo» (Lettera 310). Nel De imitatione Christi è compendiata la dottrina cristiana sulla s. nel capitolo De regia via sanctae crucis (II, 12).

Bibl.: O. Cohausz, Menschen die am Leben leiden, Lipsia 1922; A. Zacchi, Il dolore, 6a ed., Roma 1944; J. Lyonnard, L'apostolat de la souffrance, Parigi 1926; F. Rouvier, Saper soffrire, Torino 1929; P. La Scala da Mazzarino, Il dolore, Catania 1930; M. Bougaud, De la douleur, Parigi 1931; R. de la Chevasnerie, Bienheureux ceux qui souffrent, ivi 1931; H. Riondel, Consolamenti, ivi 1938; G. Gaetani, Il dolore, Roma 1943. Arnaldo M. Lanz