SOFFITTO.- Elemento architettonico tendente a mascherare le soprastanti strutture del tetto o, più semplicemente, il cielo di un locale. Quello che qui interessa è, naturalmente, la funzione estetica di tale elemento, che, nei vari periodi storici, ha subito forme svariate di decorazione, sia che a tal fine venissero usate le travi del solaio per ottenere il s. cosiddetto a lacunari o cassettonato, sia che la decorazione della superficie in piano del s. sia stata coperta da dipinti.
Un tipo speciale di decorazione, quindi, che rientra tuttavia nella storia dell'intaglio in legno e dello stucco per quanto riguarda particolarmente il primo tipo, e in quello della pittura vera e propria per quanto riguarda il secondo tipo e per il quale si suole distinguere tra il s. e la volta decorata. Opere alle quali venne sempre data grande importanza; ed è noto, a causa del ricco s. che
SOFFITTO - S. in legno (sec. XV) - Fano, Seminario.
l’adornava, l’appellativo di « in ciel d’oro » rimasto alla chiesa di S. Pietro in Pavia (sec. XI), o quello di « aurea » dato per la stessa ragione alla chiesa di S. Giovanni in Laterano a Roma.
Tra le più antiche opere rimaste si ricorda il s. del Cappella Palatina di Palermo (ca. il 1149), nel quale « tra gli ornamenti musulmani stanno figure di profana beatitudine, alzando i nappi, sedute all’orientale » (Toesca): tavolette di s. dipinte, di stile bizantino, restano anche nel Capitolo di S. Niccolò a Treviso. Un tipo, questo, che non ha cessato mai di avere grande fortuna, specialmente in Sicilia, e si ricorderanno, per le epoche posteri, quello del Palazzo Chiaramonte a Palermo di Siena, come di Corleone e Cecco di Naro (1377-80), di una fantastica ricchezza decorativa, con soggetti profani alternati a quelli sacri. È questo, inoltre, uno dei pochi esemplari rimasti di s. decorato di una casa privata medievale, mentre non difettano esempi per le costruzioni religiose, come il s. a travalore decorato (dat. 1334) della chiesa di S. Giovanni Evangelista a Ravenna. Scarsi invece d’importanza artistica sembrano essere stati, per lo spirito stesso d’arte che li generava, i s. del periodo gotico, durante il quale si fece più frequente ricorso a coperture a vòlta.
Una ripresa notevole si ha durante il Rinascimento, il periodo classico dei grandi s. intagliati e dorati e anche dipinti, nei quali fecero le loro prove artisti come i Lendinara, Giuliano da Sangallo (che assieme a Domenico del Tasso ha lasciato il ricchissimo s. della Sala dei Dugento nel Palazzo della Signoria a Firenze), il fratello Benedetto, Matteo Cividali, Antonio da Sangallo (s. di Palazzo Farnese a Roma), Giulio Romano (Palazzo del Tè, a Mantova), il Primaticcio (appartamento di Troia in Palazzo Ducale a Mantova). Accanto a questi opera tutta una legione di artisti minori, di cui restano, sfortunatamente, solo pochi nomi (Giacomo Fiorentino a Urbino; Antonio Viani a Mantova; Michelangelo Leggi a Cortona; Giovanni Sega a Carpi e altri). L’arte del Seicento ha lasciato esempi notevoli di s. in legno, specialmente a Genova, ove è ricordata l’opera del lucchese Gaspare Forzani; a Firenze, ove si ricorderà il s. della chiesa della S. Anna nunziata (1664); nel Palazzo Reale di Torino, ove lavorarono Pietro e Bartolomeo Botto (nel 1656 e nel 1660 rispettivamente), Quirico Castelli (1662-63). Pier Luca Bertolina (1658-59), Emanuele e Francesco Dugar, ecc.
Il tipo di s. in piano dipinto è più difficilmente separabile in maniera netta dalle vòlte decorata e per le quali occorre rifarsi a tempi più remoti. Troppo celebri sono, tuttavia, i ricchi s. di questo tipo eseguiti durante il Rinascimento perché occorra ricordarli particolarmente e per i quali bisognerebbe ancora ripetere nomi di artisti famosi, da Mantegna al Pinturicchio, a Raffaello, a Giulio Romano, per proseguire poi con i nomi dei maggiori artisti del Seicento e del Settecento. È invece opportuno ricordare che nel periodo barocco, assieme alle ardite visioni di sottintuare realizzate dai pittori, si ebbe una particolare e naturale ripresa della decorazione a stucco, oltre che in legno (e basterà fare il nome del Serpotta), sino a che « perdata ormai la tradizione delle solenni e potenti invenzioni decorative, quella virtuosità si esercitò magnificamente nelle infinite risorse di una grazia molle e artificiosa » (A. Colasanti) - Vedi tav. LVIII.
BML.: oltre le opere più note di storia dell’arte, V. in particolare L. Crema, s. V. BENE. Ital., XXXII, pp. 17-19; c. soprattutto per il materiale illustrativo, A. Colasanti, Volte e soffitti italiani, Milano 1926. Gilberto Ronci