SŪFISMO

SŪFISMO. - Dal saio di lana (ar. sūf) di cammello portato dai seguaci del movimento, si chiama s. la «spiritualità» dei musulmani.

Il punto di partenza del s. è l'ascetica (zuhd), consistente nel disprezzo del mondo e in mortificazioni ed esercizi spirituali diretti a purificare l'anima da tutte le sue mende, rendendola degna di accostarsi a Dio. Per raggiungere questa meta finale è necessario, dopo un atto di pentimento e conversione (tawbah), percorrere, sotto la guida ciecamente seguita di un direttore spirituale (šaih, muršid), una lunga via (tariq), costituita da diverse tappe (maqāmāt), di cui le più importanti sono l'astinenza, la rinunzia, la povertà, la pazienza, la fiducia in Dio e l'accettazione lieta di tutti i decreti dell'Altissimo. Culminante, appunto, la fiducia in Dio (tawakkul), che consiste nell'annientare la propria volontà, rimettendosi a Dio come a un procuratore che pensa al sūfī e per il sūfī e vuole per lui. Tutto è informato al concetto di sopprimere l'egoismo, non solo in forma negativa, ma anche con l'esempio attivo dell'altruismo e della bontà, nell'intento di rendersi simili a Dio (o, per lo meno, a Maometto), nelle sue perfezioni.

Ma lo scopo supremo, raggiunto il quale l'asceta diventa un mistico, un vero sūfī, è il tawḥīd. Il tawḥīd - il riconoscimento dell'unità di Dio - rappresenta l'essenza della teologia dogmatica musulmana, e le dà, anzi, il nome; ma in teologia mistica questo vocabolo assume un significato nuovo: denota uno stato nel quale «scompare l'umanità e rimane solo la divinità»; nel quale l'uomo perde la coscienza del mondo ed anche di se stesso, perché si riproduca la situazione precedente alla creazione, quando non v'era altro che Dio.

Article illustration
SUEZ - L'imboccatura del Mondo, 1935, p. 1591)
Alla teoria delle «tappe» (maqāmāt), la teologia ascetico-mistica musulmana accoppia quella degli «stati» (aḥwāl), la quale conduce sul terreno proprio della mistica. Le tappe sono «acquisite», gli stati sono «donati»; quelle sono frutto dell'industria umana, questi sono spontanee elargizioni della Grazia. Si chiamano «stati» fenomeni transitori di vita emotiva con i quali Iddio fa sentire la sua presenza, alternamente infondendo timore e speranza, confidenza e soggezione, sensazioni di dilatazione (basṭ) e di restringimento (qabd) dell'anima (anchura e aprieto di s. Giovanni della Croce).

Ma nel favorito di Dio un sentimento predomina che nel loro Autore abbraccia tutte le creature: l'Amore ('īq). Opposto alla «Ragione», che dell'Essere supremo dà una nozione puramente astratta, l'Amore guida all'intuizione (mukāšafah) di Dio e alla gnosi (ma'rifah), che è ben altro che la semplice scienza ('ilm) teologica. Per un supremo atto di amore che spira ugualmente dalla parte dell'Amante e da quella dell'Amato, il mistico entra in stato di unione (ittiṣāl, ittiḥād) con Dio. Ciò avviene nell'estasi, che è chiamata «ebbrezza», «assenza», «immersione», «cancellazione» e soprattutto «annientamento» (fanā') : un annientamento che ha per correlativo un persistere (baqā') in Dio. Di solito temporaneo, questo stato diventa permanente nel grande santo, il quale è insieme in Dio e nel mondo. La santità (wilājah, cioè amicizia con Dio conferisce il potere di esercitare atti di dominio (taṣarruf) sulle cose o di operare miracoli (karāmāt) : v'è, anzi, la credenza che Iddio governi il mondo per mezzo di una gerarchia occulta, rinnovantesi di generazione in generazione, di santi viventi.

Nello stato d'unione è scomparso, sul piano della coscienza, ogni dualismo; non vi sono più l'Io e il Tu: l'Amante s'identifica con l'Amato. Non destano, quindi, scandalo le «locuzioni teopatiche» (šatāhāt) nelle quali il soggetto estatico si esprime come si esprimerebbe Dio stesso. Il credente comune dice: «Gloria a Dio»; il santo Bājazīd al-Biṣāmi (m. nel 877-78) esclama: «Gloria a me!»; al-Ḥallāǧ (m. nel 922) proclama «Io sono Dio», e se per questo egli venne condannato a morte, la tradizione l'ha giustificato e santificato.

Ma ciò che si verifica nella coscienza dell'estatico non corrisponderà, per avventura, a quella che è la Realtà stessa? La teologia dogmatica ufficiale afferma che Dio è l'unico Agente; facendo un breve passo più in là, i teorizzatori del s. aggiungono che solo Dio ha l'esse proprium, mentre l'esse delle creature è mutuatum, sicché esse, propriamente parlando, non sono. Da questa posizione, che l'ortodossia non ha difficoltà ad ammettere, si passa gradualmente al monismo, che si trova allo stato tendenziale in tutti i mistici musulmani, viene prendendo sempre più piede sotto l'influsso di idee neoplatoniche

penetrate nel mondo musulmano, e si costruisce in sistema con il murciano Ibn 'Arabī (1165-1240) e con i suoi continuatori. Nasce, così, la dottrina della waḥdat al-waḡūd («unità dell'Essere»), per la quale vi è un solo Ente. Ma l'Essere (waḡūd) è inseparabile dalla manifestazione (zuhūr), e la creazione, posteriore a Dio solo logicamente, è appunto una serie digradante di manifestazioni: dall'«Essere diffusivo» o «Intelletto Primo», seguito dall'Anima Universale, alle più basse forme di essere. L'Intelletto Primo è, poi, identificato a Maometto, che, consustantializzato a Dio, assume la funzione di Logos, e vien fatto apparire sulla terra non solo nel Maometto storico, ma anche nelle persone di tutti i profeti, a partire da Adamo, e dei santi. La santità restituisce all'uomo, che la possiede in potenza, la funzione di vicario di Dio sulla terra goduta da Adamo.

Come si vede, il monismo dei ṣūfī è di tipo neoplatonico e non indiano. Nonostante l'audacia di alcune sue formole, esso non cade mai nel panteismo assoluto. La personalità di Dio è fortemente sentita in tutti i tipi e le manifestazioni del ṣ., che rimane essenzialmente pratica di vita, tendente all'interiorizzazione del dogma, del culto e delle opere. Esso mira a sostituire al Dio «pensato» dei teologi dogmatici un Dio «sentito», e non soltanto temuto ma amato; a integrare il ritualismo con l'orazione individuale, concepita come un colloquio intimo con Dio (manāḡāt); a mettere tutti gli atti della vita sotto il segno del disinteresse e dell'altruismo. Di spunti in questo senso è tutt'altro che privo il Corano; ma, mentre la religione ufficiale li aveva trascurati, avviandosi a sfociare nel farisdismo, il ṣ. li raccoglie e li sviluppa, sotto l'azione di influenze cristiane così evidenti, che i suoi cultori prendono Gesù come loro modello, vestono il saio e il cilicio, si isolano in cello o si radunano in conventi come i monaci, e del monachesimo, celibato compreso, fanno l'apologia.

Però il ṣ. non è arrivato a un monachesimo di tipo cristiano; le numerose confraternite (tariqah) alle quali esso ha dato origine sono associazioni di fedeli che né praticano il celibato, né vivono assieme, ma sono solo legate da una regola (tariqah, donde il nome) consistente in particolari devozioni, e solo a intervalli si ritrovano al convento (sāwīqah, tekkē, ecc.) per la celebrazione in comune del ḍikr. Si dà questo nome, corrispondente alla Mvāyā dei monaci orientali, alla recitazione di formole e litanie, a cui si aggiungono presso alcune confraternite canti e danze tendenti alla produzione artificiale dell'estasi, accompagnata da spettacoli di insensibilità catalettica.

Il ṣ. ha dovuto sostenere una lunga lotta prima di essere ricevuto in seno all'ortodossia, allarmata dal suo ideale cristianeggiante di vita appartata, dalla teoria dell'unione estatica, nella quale sospettava un ritorno offensivo del dogma cristiano dell'Incarnazione, dalle sue critiche irriverenti contro i teologi e i canonisti e dalla sua propaganda a base di stranezze e di paradossi sovente eretici nel suono anche se non nell'intenzione: come quando il disinteresse nelle azioni era raccomandato persino sotto la forma di indifferenza ai premi del Paradiso, e la moschea, la chiesa, la sinagoga e il tempio degli idolatri erano provocatoriamente messi sullo stesso piano nel proclamare solo santuario di Dio il cuore. Offendevano altresì i teologi le locuzioni teopatiche diventate esercitazioni letterarie, le accuse di politeismo rivolte agli altri musulmani, l'abuso di canti erotici e bacchici per dipingere le nozze spirituali e l'ebbrezza dell'estasi, la dottrina di una scienza segreta comunicata da Dio ad 'Alī, ad uso degli eletti, contemporaneamente alla rivelazione fatta a Maometto per il volgo. Casi di vero e proprio antiritualismo e antinomismo, di collusioni sincretistiche con le religioni superate dall'islam e di intelligenze con sette eretiche e sovversive provocarono sovente misure di repressione. Ma mistici moderati e prudenti come Abū Ṭālib al-Makkī (m. nel 996), al-Gunajd (m. nel

909-10), al-Qušajrī (m. nel 1074) e, soprattutto, al-Gazzālī (m. nel 1111), il gran sintetizzatore del sunnismo, sepero riconciliare il misticismo con la dogmatica e il diritto canonico, con grande beneficio per l'islam, che ne uscì spiritualizzato. Ibn 'Arabī e la sua scuola sembrarono rompere l'equilibrio raggiunto, ma beneficiano anch'essi della larga tolleranza sunnita. Irreconciliabili avversari del ṣ. rimangono gli ḥanbaliti.

BIBL.: R. A. Nicholson, The mystics of Islam, Londra 1914, trad. II. di V. VEZZOLANO, Torino 1914; L. Massignon, La passion d'al-Hallāf, Parigi 1922; M. Smith, Studies in earlier mysticism, in the near and middle East, Londra 1931; M. Asin Palacios, El Islam cristianizado, Madrid 1931; id., La espiritualidad de Alqazel y su sentido cristiano, Madrid-Granada 1934; G. Messina, Inizi di lirica ascetica e mistica persiana, Roma 1938; C. A. Nallino, Raccolta di scritti editi ed inediti, II, Roma 1940; M. M. Moreno, La dottrina dell'Islam, 2ª ed., Bologna 1940; id., La mistica araba, in R. Accademia d'Italia, Caratteri e modi della cultura araba, Roma 1943; id., Mistica musulmana e mistica indiana, in Annali lateranensi, 10 (1946), pp. 103-212; id., L'Islamismo, Milano 1947; id., L'Islam e il cristianesimo, in Ricerche religiose, 19 (1948), pp. 42-70; id., La spiritualità musulmana, in Tabor, 4 (1948, 11), pp. 157-65; J. Abd-el-Jalil, Aspects intérieurs de l'Islam, Parigi 1949. Martino Mario Moreno
Cite this article

“SŪFISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 905. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/sufismo.